Il verdetto emesso dalla corte per il delitto di Spoleto ora
La sentenza del tribunale di Terni
La Corte d’Assise di Terni ha pronunciato la sentenza di primo grado infliggendo trenta anni di reclusione a Dmytro Shuryn. Il cittadino ucraino di trentatre anni, di professione cuoco, era accusato del brutale omicidio di Bala Sagor, un giovane cittadino bengalese di ventuno anni conosciuto da tutti con il soprannome di Obi. I giudici hanno stabilito una pena di ventidue anni per il reato di omicidio volontario, a cui si aggiungono altri otto anni per le accuse di vilipendio e occultamento di cadavere. La procura aveva sollecitato la massima pena dell’ergastolo con isolamento diurno per diciotto mesi, ma il collegio giudicante ha escluso l’aggravante dei futili motivi avanzata dalla pubblica accusa.
La ricostruzione della tragedia
La vicenda risale al settembre scorso e si è consumata all’interno di un’abitazione nel territorio di Spoleto. Secondo quanto emerso nel corso delle indagini e del dibattimento processuale, la vittima si era recata presso la cantina della residenza dell’imputato per un motivo ben preciso. Il giovane intendeva richiedere la restituzione di una somma di denaro pari a centocinquanta euro, concessa in precedenza all’ex collega di lavoro. L’imputato, descritto come un uomo con una forte dipendenza dalle scommesse, avrebbe reagito violentemente alla richiesta. Al culmine del confronto, Shuryn ha sferrato una coltellata letale alla gola del ventunenne, provocandone la morte immediata.
L’occultamento del cadavere
Successivamente al delitto, l’imputato ha messo in atto un piano per far sparire ogni traccia dell’accaduto. Il corpo senza vita di Bala Sagor è stato barbaramente sezionato all’interno della stessa cantina. I resti della vittima sono stati poi distribuiti e abbandonati in diverse aree e zone isolate della città di Spoleto, nel tentativo di sviare le ricerche e impedire il ritrovamento del ventunenne. Nel corso dei successivi interrogatori l’uomo ha confessato le proprie responsabilità, consentendo agli inquirenti di ricostruire la dinamica dell’orrore.
Le tesi delle parti
La linea difensiva ha cercato fin dall’inizio di ridimensionare la portata della responsabilità penale dell’assistito. I legali dell’imputato hanno sostenuto che il fendente mortale fosse scaturito a seguito di una provocazione e di uno spintone da parte della vittima durante la discussione. Di parere opposto i familiari della vittima, costituitisi parte civile attraverso l’avvocato Paola Picchioni. La Corte d’Assise ha inoltre disposto una provvisionale esecutiva di trecentonovantamila euro come risarcimento complessivo per i congiunti del giovane scomparso. I parenti, nonostante il pesante verdetto emesso dai magistrati, hanno manifestato profonda amarezza poiché auspicavano l’applicazione della pena dell’ergastolo.

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