Imputato per l’omicidio della moglie rifiuta i dettagli
“Non sono riuscito a controllarmi, ho perso la ragione. Ho fatto cose che mai avrei pensato di poter fare”. Con queste parole Nicola Gianluca Romita, accusato dell’omicidio della moglie Laura Papadia, ha deposto davanti alla Corte d’Assise di Terni, fermandosi poi in un lungo silenzio, visibilmente provato.
Per oltre quattro ore l’imputato ha risposto alle domande, ma ha evitato di ricostruire nel dettaglio i momenti dell’uccisione, avvenuta un anno fa. Incalzato dal pubblico ministero Alessandro Tana, Romita ha esitato a lungo prima di rifiutarsi di entrare nei particolari.
“Quando lei ha provato a impedirmi di andarmene l’ho spintonata contro l’armadio e poi a terra. Le ho messo le mani addosso per la prima volta, ma non sono in grado e non voglio rispondere oltre”, ha dichiarato. “Sono colpevole, ma continuo a ricordare tutto come in un senso di irrealtà, non ero lucido”.
Parole che potrebbero aprire alla richiesta di una perizia psichiatrica da parte della difesa, attesa nelle prossime fasi del procedimento.
Nel corso dell’udienza, il quarantottenne ha ripercorso anche gli ultimi mesi del matrimonio, segnati da tensioni crescenti legate al desiderio di maternità della moglie. “Volevo lasciarla piuttosto che privarla di questo diritto, ma i litigi erano sempre più frequenti e io non riuscivo a reggere oltre”, ha spiegato.
Romita ha inoltre riferito di discussioni accese, sostenendo che la moglie avrebbe minacciato di sabotare i metodi contraccettivi. Ha però negato qualsiasi precedente comportamento violento, aggressivo o possessivo, nonostante le testimonianze raccolte nel corso delle indagini.
“Eravamo speciali”, ha ripetuto più volte in aula.
Infine, ha raccontato il tentativo di togliersi la vita subito dopo l’omicidio: “Volevo morire all’istante per quello che avevo fatto”.

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