Blue Whale, gioco del suicidio anche in Umbria, due denunce, che cos’è

Blue Whale, gioco del suicidio anche in Umbria, due denunce

Blue Whale, gioco del suicidio anche in Umbria, due denunce, che cos’è

Il Centro Nazionale istituito presso il Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni rivolge massima attenzione al contrasto di fenomeni emergenti che scaturiscono da fragilità psico-emotiva dei minori tra i quali emergono episodi di istigazione all’autolesionismo e al suicidio, strutturati anche in modalità di sfida o di gioco. In particolare, dal 2017 su disposizioni del Centro, il Compartimento di Polizia Postale per l’Umbria ha avviato un’attività di monitoraggio della rete finalizzata a contrastare il fenomeno noto come “Blue Whale”, attività rivolta a individuare le vittime e i “curatori” e che ha fatto registrare circa 15 segnalazioni, delle quali 2 confluite in comunicazioni di notizie di reato alle Procure.

Nell’ambito dei reati contro la persona perpetrati sul web, il ricatto on line è un fenomeno in continua crescita con 30 casi trattati dall’inizio dell’anno, che ha consentito di segnalare all’AA.GG. competenti in stato di libertà 2 persone, atteso che il dato emerso è parziale e fortemente ridotto rispetto alla reale entità del fenomeno.

Tra i reati contro la persona, in costante aumento sono le diffamazioni on line, soprattutto ai danni di persone che ricoprono incarichi istituzionali o che sono note. In questo ambito, nel 2018, sono state denunciate 34 persone.

Si registra inoltre una continua evoluzione nella tipologia dei reati commessi. L’ultima modalità della violenza sulle donne è il fenomeno dei c.d. stupri virtuali: all’interno di gruppi chiusi i partecipanti di sesso maschile condividono foto, ricercate sui social o copiate da contatti whatsapp, di donne ignare, ritratte nella loro vita quotidiana, dando poi sfogo a fantasie violente e comportamenti offensivi.

 L’aumento del numero degli adolescenti presenti sul web ha determinato una crescita del numero di minorenni vittime di reati contro la persona: dai 4 casi registrati nel 2016 si è passati a 8 nel 2017 e 15 casi trattati nel 2018, le vittime hanno tutte un’età compresa tra i 14 e i 17 anni.

Del fenomeno Blue Whale si è sentito parlare in Italia in primis con “Le Iene” in tv: una puntata di cui molto si è discusso, ma il dibattito si è presto trasferito sui social network per poi dilagare in una fiumana di chat. Se solo fossero disponibili, sarebbe estremamente interessante conoscere le statistiche relative alla penetrazione del tema Blue Whale sui gruppi WhatsApp, ad esempio, soprattutto laddove nel rapporto scuola/genitori si sviluppa forse uno dei terreni più fecondi per questa questione.

Aggiornamento: Per stessa ammissione dell’autore del report de Le Iene, i filmati utilizzati sarebbero fasulli. Un caso montato ad arte, fatto di supposizioni e privo di qualsivoglia prova. Leggere quel che segue dimostra come, con un pizzico di senso critico, ci si poteva arrivare prima ed evitare allarmismi e grandi catene di passaparola tra genitori terrorizzati. 

Blue Whale è (o sarebbe?) un gioco nato in Russia. Non si tratta però di un gioco con dinamica ludica: si tratta di una sorta di percorso che un ragazzo può compiere assieme al proprio “curatore” attraverso una lunga serie di tappe progressive. Il percorso ha una fine nota e predeterminata: il suicidio.

Il nome “Blue Whale” prende proprio il nome dal principio base del suicidio: così come le balene vanno a spiaggiarsi per morire (anche se l’interpretazione stessa dello spiaggiarsi come atto di suicidio volontario è in realtà idea del tutto fuorviante), così anche il “protagonista” della sfida va a cercare la morte affrontando il proprio percorso verso la quiete nera della spiaggia finale.

Il gioco avrebbe regole precise: ogni giorno ci sarebbe una sfida e le parti in causa hanno un ruolo preciso. I giorni sono 50: il “protagonista” deve dimostrare di poter affrontare senza timore le singole sfide (tagli sugli avambracci, strani comportamenti notturni, sporgersi da grandi altezze e altro ancora) e il curatore deve verificare che tutto proceda secondo regolamento. Il curatore si fa dunque garante del coraggio del “protagonista”, certificando la buona riuscita della sfida per poter accedere a quella del giorno successivo.

Chiaramente si tratta di un gioco senza scopo apparente poiché sembra essere privo di finalità positive. Nessuno vince, se non ragionando in negativo nell’ottica di un protagonista che cammina in coscienza verso la propria morte e si felicita dunque della riuscita del proprio percorso cercando consenso e autostima nell’interpretazione di un ruolo.

Ma il tema merita un approfondimento, perché fermarsi qui significa aver probabilmente raccontato qualcosa di falso e l’unica verità sta invece nella complessità. E il rischio dell’emulazione, nel frattempo, cresce a dismisura.

Blue Whale Challenge: mitopoiesi noir

La storia è ben riassunta da Attivissimo sul proprio blog e non c’è molto da aggiungere:

Secondo le indagini del giornalista Russell Smith, del collega debunker David Puente, di Know Your Meme, de Il Post e del sito antibufala Snopes, il mito del Blue Whale Challenge (BWC) è iniziato a maggio del 2016, quando la rete televisiva russa RT (Russia Today) ha trasmesso un servizio sui gruppi di discussione sul suicidio presenti sul social network VK.

Sempre a maggio del 2016, un’altra testata giornalistica russa, la Novaya Gazeta, ha citato per la prima volta specificamente qualcosa che somiglia al Blue Whale Challenge («киты плывут вверх» e simili), dichiarando che su 130 suicidi giovanili avvenuti in Russia fra novembre 2015 e aprile 2016 almeno 80 erano collegati a questa serie di sfide e a vari gruppi che usano la balena come nome o simbolo (non specificamente al BWC).

Una scalata senza pari: in pochi mesi quello che era un caso isolato ad una triste bolla locale ha incontrato la fascinazione collettiva dello storytelling. Anche la morte diventerebbe così oggetto di condivisione, fino a coinvolgere altri giovani e altre vittime. Ma soprattutto, fino a coinvolgere altro storytelling. La Balena Blu è così diventata un simbolo che si è fatto portatore di un incubo: i valori veicolati dai primi suicidi sono stati incarnati in una sorta di mitologia nera che ha saputo vendersi molto bene, offrendo soprattutto a molti giornalisti la storia che mancava. Ecco come la Balena Blu è diventata oggetto dell’isteria collettiva: perso completamente ogni contatto con l’origine della vicenda, l’isteria si è trasformata nel nuovo “uomo nero” che aspetta dietro l’angolo o che offre caramelle ai bambini davanti alle scuole.

Del resto dietro la Balena Blu c’è tutto: la perversione, la dinamica che consente all’aspirante suicida di lanciare segnali di aiuto al mondo esterno, l’accompagnamento verso l’estremo gesto (del quale anche l’aspirante suicida ha sempre paura), l’uso del Web come strumento di contatto tanto vicino quanto anonimo, la trama lunga 50 giorni e un “protagonista”. Ma sia chiaro: in questa storia il “protagonista” non è certo l’eroe, quanto il nemico primo di sé stesso. Ed è in questo corto circuito che si consumerebbe l’horror: una trama geniale, se fosse cinematografia.


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