Corte d’appello assolve poliziotta e riduce pena ad altre due, no del Procuratore Sergio Sottani
Corte d’appello assolve poliziotta e riduce pena ad altre due, ma la Procura generale – retta da Sergio Sottani – impugna la sentenza e propone il ricorso in Cassazione chiedendo l’annullamento del verdetto della Corte. Le tre imputate, a quei tempi tutte in servizio alla Questura di Perugia, furono accusate di accesso abusivo al sistema informatico della Istituzione. Accessi effettuati con lo scopo di danneggiare – secondo l’accusa – una consulente tecnica che era stata nominata dal Tribunale dei Minorenni di Perugia in una controversia che vedeva coinvolta una delle tre poliziotte.
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In quella causa, l’esperta aveva depositato un elaborato ritenuto pregiudizievole per le ragioni della poliziotta. La Corte d’appello ha assolto l’ispettrice sul presupposto che dai messaggi telefonici non emergeva la consapevolezza che gli accessi abusivi fossero estranei all’attività di servizio.
Mentre ha concesso le attenuanti generiche alle altre due appartenenti alle forze dell’ordine, con conseguente riduzione di pena, sul presupposto che gli accessi abusivi ai sistemi informatici non necessariamente erano preordinati al compimento di danneggiamento e diffamazione ai danni della consulente del Tribunale dei minorenni. Poteva, invece, essere stata effettuata per “indagare su personalità, vita e possibili criticità” della consulente stessa, “per acquisirne eventuali elementi atti a sostenere la non attendibilità del consulente o altro”.

La Procura Generale di Perugia dice che la corte d’appello ha errato sia nell’assoluzione sia nella concessione delle attenuanti generiche in quanto il sostituto commissario – imputato nel processo -, appena ha avuto conoscenza della valutazione, per lei negativa si è attivata insieme alle colleghe per forare le gomme e per scrivere una frase dal contenuto offensivo, sessista e volgare sulla carrozzeria dell’auto della consulente, reato per il quale le imputate sono state condannate in primo grado e che è stato dichiarato prescritto in appello, oltre che per effettuare l’accesso abusivo.
Per quanto riguarda l’assoluzione di una delle tre imputate sul presupposto della mancanza di consapevolezza che l’accesso al sistema fosse abusivo, la Procura Generale ritiene che “qualsiasi appartenente alle forze di polizia, per accedere a banche dati d’ufficio, deve essere senz’altro consapevole dei limiti normativi a cui sono sottoposti i suoi accessi, altrimenti si crea un’area di immunità penale in favore degli appartenenti alle forze dell’ordine, assolutamente vietata dal nostro ordinamento”.
Inoltre, sempre secondo la Procura Generale, proprio i messaggi whatsapp tra l’imputata istigatrice-beneficiaria dei dati abusivamente acquisti e l’autrice materiale dell’accesso, dimostrano la natura abusiva e penalmente rilevante di quegli accessi.
Per altro verso, l’affermazione della corte d’appello a sostegno della concessione delle attenuanti generiche appare ad avviso della Procura Generale priva di logicità, in quanto le notizie contenute nelle banche dati di polizia non contengono informazioni sulla personalità o sulla vita di un individuo.
In definitiva i dati che le tre poliziotte hanno voluto conoscere abusando del loro ruolo e delle password in loro possesso sono state utilizzate esclusivamente in danno della persona radiografata sulla banca dati, nel caso di specie la consulente tecnica.
Per queste considerazioni la Procura Generale di Perugia ha proposto ricorso per Cassazione chiedendo l’annullamento della sentenza della corte d’appello perugina

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