A Umbria Jazz il sassofonista americano guida un quartetto straordinario con Gerald Clayton, Harish Raghavan e Kweku Sumbry. Un concerto che sembra nascere dalla luce del tramonto per accompagnare il pubblico nel cuore la notte.
di Antonella Valoroso
Ci sono concerti che iniziano con una nota. E poi ci sono quelli che cominciano molto prima. Quello di Charles Lloyd prende avvio nel cielo. Alle spalle del main stage dell’’Arena Santa Giuliana è già notte. Dal lato del palco le luci hanno già preso possesso dello spazio, come se il giorno si fosse arreso. Ma basta voltarsi verso ovest e succede qualcosa di inatteso. Il sole indugia ancora sull’orizzonte, incendia le nuvole e regala a Perugia un tramonto rosso fuoco, uno di quelli che sembrano dipinti con un pennello troppo grande per essere umano.
È come se il cielo non volesse decidere se salutare il giorno o accogliere la notte.
Nel mezzo, sospeso fra due mondi, arriva Charles Lloyd.
E forse non potrebbe esserci immagine più adatta per raccontare un musicista che ha sempre abitato i confini. Tra jazz e musica colta. Tra blues e spiritualità. Tra Occidente e Oriente. Tra improvvisazione e meditazione.
Non è un caso che sia considerato uno dei più grandi jazzisti viventi. Il National Endowment for the Arts lo ha insignito del titolo di Jazz Master, il massimo riconoscimento che gli Stati Uniti riservano a un musicista jazz. E proprio a Perugia il Berklee College of Music gli ha conferito una laurea honoris causa, quasi a suggellare un legame speciale con questa città.
Sul palco si presenta con quella che, negli ultimi anni, è forse la sua formazione più compiuta. Gerald Clayton al pianoforte, Harish Raghavan al contrabbasso e Kweku Sumbry alla batteria non sono semplici accompagnatori. Sono compagni di viaggio.
Lloyd non dirige. Respira. E gli altri respirano con lui.
Ogni brano sembra nascere nello stesso istante in cui viene suonato. Nessuno cerca di stupire. Nessuno ha fretta di arrivare da qualche parte. È una musica che conosce il valore del silenzio tanto quanto quello delle note.
A novant’anni, Charles Lloyd continua a suonare con la curiosità di chi sta ancora cercando qualcosa.
E dire che la sua storia comincia molto lontano da qui, a Memphis, passando per la scuola musicale di Chico Hamilton, uno dei primi a guardare oltre la tradizione occidentale, quando la parola world music non era ancora stata inventata.
Poi arrivano gli anni Sessanta.
Il quartetto con Keith Jarrett, Jack DeJohnette e Cecil McBee cambia il corso della sua carriera. Album come Dream Weaver, Forest Flower e The Flowering entrano nella storia del jazz non soltanto per la qualità della musica, ma per quell’energia creativa che sembrava non conoscere confini. Lloyd dialoga con il rock della West Coast, con i Doors, con i Grateful Dead, con i Beach Boys, senza mai smettere di essere se stesso.
Negli anni Ottanta sceglie il silenzio. O forse sarebbe più giusto dire la meditazione.
Quando torna sulle scene lo fa con una profondità ancora maggiore. Arrivano gli anni della ECM, le registrazioni con Manfred Eicher, poi il ritorno alla Blue Note, fino ai lavori più recenti, nei quali la sua musica assume sempre più il carattere di una ricerca interiore.
Questa sera tutto questo si sente. Ogni frase del sax sembra arrivare da molto lontano.
Non cerca l’applauso. Ma se arriva lo accoglie.
Cerca l’ascolto.
E il pubblico dell’Arena Santa Giuliana l’ha capito. Si crea quel silenzio raro che soltanto i grandi musicisti riescono a ottenere: non il silenzio dell’assenza, ma quello dell’attenzione assoluta.
Il pianoforte di Gerald Clayton costruisce paesaggi delicatissimi. Harish Raghavan tiene insieme ogni respiro con un contrabbasso profondo e cantabile. Kweku Sumbry non accompagna il tempo: lo scolpisce.
Lloyd cammina lentamente sul palco, ogni tanto si siede e diventa quasi invisibile. Alterna sax tenore e flauto, quasi celebrando un rito più che un concerto.
Quando l’ultimo suono si dissolverà, il cielo sarà completamente nero.
Il tramonto dalle dita di rosa si sarà dissolto.
Ma resterà la sensazione di aver assistito a qualcosa che appartiene allo stesso tempo alla terra e al cielo.
In fondo, il jazz di Charles Lloyd è questo.
La capacità, rarissima, di trasformare un concerto in una preghiera laica.
E di ricordarci che il silenzio, che non è altro che l’altra faccia della del suono, quando incontra la musica giusta, può diventare una forma di bellezza assoluta.

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