Il mitico sassofonista cresciuto a New York si è spento ieri
Il panorama musicale internazionale perde una delle sue figure più iconiche e rivoluzionarie. Si è spento all’età di 95 anni Sonny Rollins, leggendario sassofonista che ha segnato in modo indelebile la storia del jazz moderno. La triste notizia del decesso è stata diffusa e confermata in via ufficiale dalla sua storica portavoce, Terri Hinte. Il musicista rappresentava uno degli ultimissimi testimoni e protagonisti diretti dell’epopea del bebop, avendo condiviso il palco e lo studio di registrazione con giganti del calibro di Charlie Parker e John Coltrane, insieme ai quali ha ridefinito lo stile e l’approccio al sassofono tenore.
Un talento innato prestato all’improvvisazione
Riconosciuto ovunque come un maestro assoluto della tecnica improvvisativa, l’artista considerava la sua abilità una dote rara e superiore. Nel corso di una passata dichiarazione rilasciata alla rivista People nel 2018, Rollins aveva riflettuto sulle proprie origini e sulla complessa natura della sua professione. Il sassofonista aveva ricordato come molti dei suoi coetanei d’infanzia desiderassero intraprendere la carriera nel mondo del jazz, sottolineando tuttavia che la vera maestria non è accessibile a tutti. La musica veniva da lui definita come un autentico regalo della natura. Secondo il suo pensiero, l’apprendimento teorico e pratico è aperto a chiunque, ma soltanto pochissimi individui possiedono l’estro necessario per emergere e imporsi in un settore artistico caratterizzato da una competizione estrema.
Le origini e i primi passi ad Harlem
All’anagrafe Walter Theodore Rollins, il musicista nacque nel 1930 nella metropoli di New York. I suoi genitori erano originari delle Isole Vergini e scelsero il celebre quartiere di Harlem per crescere la famiglia. Il primo approccio formale con le note avvenne attraverso lo studio del pianoforte. Successivamente, il giovane scelse di dedicarsi al sassofono contralto, ma la svolta decisiva giunse all’età di 16 anni. Fu in quel momento che scelse di passare definitivamente al sassofono tenore, spinto dal profondo desiderio di emulare lo stile espressivo del suo grande idolo di gioventù, Coleman Hawkins. Prima ancora di compiere vent’anni, il suo profilo artistico era già talmente stimato da permettergli di collaborare stabilmente con i massimi esponenti del settore, tra cui spiccano i nomi di Babs Gonzales, J.J. Johnson, Bud Powell e Miles Davis. Un legame speciale lo univa a Thelonious Monk, che Rollins non esitò a definire come una vera e propria guida spirituale e professionale.
Il percorso di rinascita e i traguardi istituzionali
La carriera del sassofonista ha dovuto attraversare anche momenti privati estremamente complessi. Durante gli anni Cinquanta, l’artista sviluppò una grave dipendenza dalle sostanze stupefacenti, in particolare dall’eroina. In seguito ad alcuni problemi giudiziari legati proprio a questa situazione, nel 1954 scelse di farsi ricoverare presso una struttura sanitaria specializzata inserita in un penitenziario federale a Lexington, nello Stato del Kentucky. Questo centro, noto nel settore come un punto di riferimento per la disintossicazione dei musicisti, rappresentava l’unico presidio terapeutico di quel genere sul territorio statunitense. Dopo la fine del trattamento, Rollins si stabilì temporaneamente a Chicago per rientrare gradualmente nell’ambiente musicale, preservando una totale sobrietà e dimostrando a se stesso di poter frequentare i contesti dello spettacolo senza cedere nuovamente alle debolezze del passato. Il valore della sua produzione è stato certificato da sette candidature ai prestigiosi Grammy Awards, con due vittorie complessive, a cui si aggiunge il premio alla carriera ottenuto nel 2004. Le istituzioni americane lo hanno omaggiato con il Kennedy Center Honor e la National Medal of the Arts, mentre dal 2017 la sua intera eredità documentale e artistica è custodita presso lo Schomburg Center for Research in Black Culture della New York Public Library.

Commenta per primo