Assemblea Intersindacale medica: “Salviamo la sanità pubblica”

lanciato un appello per una riforma organizzativa del sistema sanitario

Assemblea dell’Intersindacale Medica: “Salviamo la sanità pubblica”

Assemblea Intersindacale medica – Nella sala del consiglio provinciale a Perugia si è svolta l’assemblea dell’Intersindacale medica in difesa del servizio sanitario nazionale e regionale nell’ambito della mobilitazione nazionale ‘Salviamo la sanità pubblica’.

Durante l’evento, il segretario reggente della Cisl Medici Umbria, Tullo Ostilio Moschini, ha preso la parola per esprimere le sue preoccupazioni e lanciare un appello per una riforma organizzativa del sistema sanitario.

“Che sistema è quel sistema dove la maggior parte dei manager nell’elenco nazionale sono incapaci ed i medici, invece, gli unici ad essere riconosciuti? Che sistema è quel sistema che mortifica chi lavora nel pubblico anziché valorizzarlo? Quale azienda adotta una politica del personale tenendo primari fino alla pensione senza turnover?” ha affermato Moschini.

Durante il suo intervento, Moschini ha anche sollevato l’importante questione del procedimento penale a carico dei medici, sottolineando che l’Italia, insieme al Messico e alla Polonia, è uno dei pochi paesi in cui questa pratica ancora esiste. Ha accusato i governi della Seconda Repubblica di aver svenduto il servizio sanitario nazionale, mettendo a rischio la sua integrità.

Il segretario reggente ha sottolineato l’importanza di preservare i valori e i principi del Servizio Sanitario Nazionale, istituito dalla legge 833/1978, ma ha anche evidenziato la necessità di una riforma organizzativa che renda il sistema più efficiente e solidale. Secondo Moschini, il sistema attuale non rispecchia i principi fondamentali della legge e genera un senso di rivalsa tra i cittadini e i medici.

“Il camice che indossiamo è simbolo di onore e dignità, ma oggi viene trattato come fosse uno straccio. Eppure, ogni mattina, ce lo rimettiamo perché al centro deve esserci sempre e solo la cura del paziente. Oggi rivolgiamo un appello: non lasciateci soli”, ha concluso Moschini.

L’appello del segretario reggente della Cisl Medici Umbria mette in luce l’urgenza di una riforma organizzativa del sistema sanitario, al fine di preservare i valori e i principi del Servizio Sanitario Nazionale e garantire una cura adeguata ai pazienti. La mobilitazione nazionale ‘Salviamo la sanità pubblica’ si pone come una voce corale per difendere il diritto alla salute di tutti i cittadini.

1) Dott. Giovanni Lo Vaglio

Presidente regionale FVM Federazione veterinari medici – segretario regionale SIVeMP Sindacato Italiano Veterinari Medicina Pubblica e  Coordinatore Intersindacale Medica dell’Umbria

Introduzione con sintetica memoria cronologica dell’ evoluzione critica del SSN – I dipartimenti di prevenzione e la prevenzione oncologica nell’ottica della “One Health” dopo l’esperienza del COVID:Il sotto finanziamento cronico del SSN non nasce a caso ma trova il suo fondamento giuridico nell’aziendalizzazione delle ex ULSS a partire dal Dlgs 502/1992 che, ricordiamo, è il periodo della stipula del trattato di Maastricht ,con i vincoli che ancora oggi ci portiamo dietro, e che fa il paio con un passaggio politico traumatico con la caduta della prima Repubblica come, d’altronde, lo fu quello dell’ istituzione dello stesso SSN con la legge 833 del 1978, l’anno del sequestro e dell’assassinio dell’ On. Aldo Moro. Le fasi successive furono caratterizzate da altri due gravi decisioni significative, quale il tetto di spesa personale calcolato come ammontare al 2004, diminuito dell’1,4%, secondo quanto previsto dalla legge 296/2006 e dalla successiva macelleria sociale avviata con il governo Monti, dopo la crisi del governo Berlusconi, nello scenario di instabilità politica internazionale che oggi è sotto gli occhi di tutti, soprattutto con la guerra fratricida scatenata nel cuore dell’ Europa, dopo le prime avvisaglie balcaniche. Ma non scordiamoci anche La riforma del Titolo V della Costituzione – avvenuta con la legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001, anno del crollo delle torri gemelle di New York, che ha portato, di fatto nel bene o nel male, alla creazione di 21 SSN diversi. In questo arco di tempo, l’aggravamento del turn over del personale di età media anagrafica sempre più avanzata, soprattutto tra i medici veterinari, e la fuga anticipata verso il privato associata anche alla desertificazione dei concorsi pubblici per alcune tipologie di ruolo medico, hanno prodotto il risultato sotto gli occhi di tutti. A questo quadro non è assolutamente estranea la scellerata programmazione del fabbisogno di medici, veterinari e sanitari specialisti da parte dell’Università, unita a una cervellotica e mal pensata selezione con il numero chiuso per l’accesso alle facoltà interessate, a dimostrazione della sempre maggiore distanza degli atenei dalla realtà concreta, in risposta a disegni decisi, non si sa pensati in quali sedi, anche se non ci vuole uno sforzo d’immaginazione per individuarle. Quelle stesse sedi che hanno indotto il MEF, vero titolare di quanto rimane della sanità pubblica, a produrre il DM 70/2015 applicato ovunque, tranne che per il livello assistenziale previsto, a partire in particolar modo dal territorio dove abbiamo sperimentato, soprattutto in alcune regioni, le falle create con la pandemia da Covid 19 ,scordandoci ancora una volta l’importanza delle zoonosi e come prevenirle con appositi piani, senza avere mai destinato quel 5% del FSN alla prevenzione, come era stato previsto nei piani nazionali precedenti. Ancora oggi si parla di programmazione dell’assistenza territoriale per decreto, il DM 77/2022, che non offre parametri adeguati alla diversificata realtà delle varie regioni, soprattutto l’Umbria, se pensiamo alla bassa densità di popolazione, alla sua elevata età media anagrafica e alla sua tipologia di sostentamento socio economico, in particolar modo quello zootecnico e agro alimentare nelle aree territoriali trattate sempre più marginalmente, come ad esempio la Val Nerina, l’Orvietano, il Trasimeno o parte dell’Alto Chiascio e della Val Topina: zone che stanno soffrendo maggiormente la carenza di medici di famiglia per i numerosi bandi per la convenzione andati deserti. In questo scenario, non certo edificante, basta citare pochi dati certi e inconfutabili per capire la situazione più cara a questa sigla sindacale: ai dipartimenti di prevenzione non è destinato più del 2% del FSR, non sono neanche spesi gli incassi certi derivanti per il D.Lvo 32/21 a carico delle imprese dell’agro alimentare da destinare al miglioramento dei controlli ufficiali, non vengono espletati i concorsi per le strutture complesse e non sono assegnate quelle semplici tra le due Aziende Sanitarie Locali interessate e, come per tutta la dirigenza medica e sanitaria , non è applicato ancora il contratto scaduto nel 2018 per gratificare tanti colleghi rimasti fermi al palo ma che, al contrario di alcune figure mediche, non possono ricorrere alla libera professione per la giusta incompatibilità legata alla qualifica di UPG. Tutto questo, in un contesto sempre più allarmante legato ad alcune problematiche ancora più emergenti se pensiamo all’ antibiotico resistenza, al randagismo e all’invasione della fauna selvatica nei centri urbani, alle malattie infettive di origine esotica e al ritorno di alcune tossinfezioni alimentari,per fare gli esempi più evidenti, senza trascurare il dramma permanente degli infortuni sul lavoro. Inoltre, non possiamo non ricordare l’atro fondamentale aspetto della prevenzione, quella oncologica:

la Regione Umbria da molti anni ha costruito un sistema di screening che ne hanno fatto un modello a livello nazionale. L’inizio risale alla sanità provinciale nella prima metà degli anni 70, screening tumori della cervice uterina e mammella, per poi essere incasellati nei percorsi di prevenzione secondaria delle USL. Nella prima metà degli anni 80 inizia lo screening per la prevenzione dei tumori del Colon-retto con l’invio al domicilio del sistema di campionamento e ritorno per posta. Nel 2012 avvia, come prima regione italiana, la ricerca del Papilloma Virus Umano (HPV) responsabile di tumori a trasmissione sessuale femminili e maschili (cervice, ano, pene, orofaringe, ecc.)

Nel 2009 viene istituito, sempre primo in Italia, il Laboratorio Regionale Unico di Screening la cui attività ancora oggi è di alto rilievo nazionale: infatti l’Umbria, report del 2022 dell’Osservatorio Nazionale degli Screening, risulta la SOLA REGIONE ITALIANA ad avere recuperato tutte le liste di attesa generate nel periodo Covid con livelli di attività molto importanti, anni 2020-2021:

• Screening Cervicale con Pap-test e Test HPV copertura della popolazione Umbra 77,7% vs 45,9% ITA;

• Screening Mammografico copertura della popolazione Umbra 73,8% vs 49,3% ITA;

• Screening colon retto copertura della popolazione Umbra 51% vs 35,8% Ita.

Altro pilastro nella prevenzione dei tumori correlati al Papilloma Virus Umano (HPV) è la vaccinazione in età antecedente al debutto sessuale (9-12 anni) delle bambine e dei bambini:

• Con una copertura delle vaccinazioni del 85% per le femmine vs 78% ITA e 75% per i maschi vs 65% ITA.

Questo sistema laboratoristico è in crisi se non si procede rapidamente a far tornare il laboratorio unico di screening “autonomo” ed indipendente, con una dirigenza propria e rischia di perdere lo slancio finora offerto.

Studi epidemiologici regionali effettuati in collaborazione con il Registro Tumori Umbro di Popolazione (RTUP) evidenziano come altri tumori come quello per il Polmone e per la Prostata dovrebbero essere oggetto di attenta valutazione per uno screening di popolazione, per non parlare del mancato collegamento del registro tumori animali con quello umano, a supporto di un approccio unitario nella logica della “One Health”.

 

Ma attenzione c’è una lesione, quella relativa al tumore gastrico, che in Umbria ha tassi di diagnosi pari al Giappone ed alle Coree (Nazioni di massima incidenza), le zone più interessate sono l’Alto Tevere, l’Alto Chiascio con propaggini nei territori dei Sibillini e nel corso del fiume Nera. Infatti, è stato presentato un progetto di avvio di uno screening di quelle popolazioni in Regione dal 2018: tutto tace nonostante le evidenze. Non si dica che è un problema di costi. Per l’avvio di tale screening è stato stimato un costo inferiore a € 300.000/anno: prevenire e non trattare una neoplasia costa € 300.000, per cui basta prevenire un solo tumore per ripagare tutti i costi annuali del progetto.

 

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2) Dott.ssa Cristina Cenci

Presidente federale regionale CIMOFESMED

I dipartimenti integrati Ospedale – Università e le gravi criticità dei rinnovi contrattuali con relativa applicazione:

 

39 manifestazioni intersindacali in tutte le regioni italiane con grande affluenza e partecipazione di colleghi e cittadini… Non vi nascondo l’emozione di essere qui oggi. Perché da medico impegnato in attività sindacale sento doppia la responsabilità della crisi che il SSN sta vivendo. Negli ultimi 10 anni in Italia sono state “disattivate” 584 ambulanze, chiusi 113 PS, di cui 10 pediatrici, 10 mila interventi chirurgici non effettuati, 282 milioni di prestazioni cliniche, di laboratorio e di diagnostica non erogate, tagliati 38 684 posti letto.

 

E’leso il diritto alla salute dei cittadini, quindi anche il mio e quello dei miei familiari. Noi medici siamo la prima linea che i pazienti si trovano difronte quando accedono in Ospedale, o nel territorio e inevitabilmente su di noi riversano tutte le proprie aspettative, positive e negative.

 

Tante, troppe le aggressioni ai sanitari nello svolgimento del loro lavoro, troppe le morti sul lavoro. Negli ultimi tre anni di pandemia, per effetto del virus, specie tra i mmg, ma anche per il troppo lavoro, il mancato riposo e purtoppo, anche per mano di pazienti, come è accaduto a Barbara Capovani lo scorso 21 aprile.

 

Le ragioni di questa crisi le ha egregiamente sintetizzate Giovanni, e ne ha ricordato gli effetti in Umbria, nell’ambito veterinario, del dipartimento di prevenzione e tra i medici di medicina generale.

 

E in ambito ospedaliero?: il fenomeno delle barelle nei corridoi o dei letti medici in appoggio nei reparti chirurgici è diventato quasi la norma così come la desertificazione dei reparti di notte e nei giorni festivi, con un unico medico di guardia per assai più di 100 pazienti.

 

In Umbria scontiamo oggi le scelte politiche attuate nel 2016:

– per quanto riguarda i pl ospedalieri per acuti post acuti e lungodegenti, in attuazione del DM 70/2015 ne abbiamo 206 in meno rispetto al numero massimo consentito (3,28 anziche 3,7 x 1000 ab). La DGR 1418/2022 ne aggiunge 74 in più per acuti ma ne toglie 31 per i post acuti e lungodegenza…..un incremento netto di 43 pl rispetto agli attuali… non siamo sicuri risolvera’ il problema delle barelle prima che si riorganizzi il territorio ai sensi del dm 77;

-rispetto alle 256 SC consentite dagli atti di programmazione sanitaria sempre del 2016 che comprendono 176 SC sanitarie e 80 SC amministrative/tecnico/professionali, sono attualmente ricoperte da titolare meno della metà, solo 111. (88 sanitarie 23 non sanitarie)

– scontiamo ancora un saldo negativo rispetto alle dotazioni organiche del 2018 di 288 dirigenti medici (di cui 88 mancanti sono direttori di UOC), nonostante le assunzioni di nuovi dirigenti medici avvenuta negli ultimi due anni, di questo dobbiamo rendere merito alle istituzioni.

 

Siamo qui oggi per chiedere ad una sola voce che le scelte di politica sanitaria attuate al livello Nazionale e Regionale non comportino nel breve e medio periodo la definitiva morte del SSN, a partire dal rinnovo contrattuale. Ma ci siamo resi conto dai primi testi che sono circolati in ARAN che non è così, che le proposte della parte pubblica non colmano gli errori normativi introdotti nella passata tornata contrattuale per la fretta di chiudere il contratto ne introducono novità che possano ridurre la fuga dei medici verso la pensione, l’estero o il privato. Non rendono più facile l’applicazione del contratto in periferia, non lo rendono esigibile, a discapito non solo dei medici ma soprattutto dei pazienti. Perché un medico stanco, non riposato per il troppo lavoro è a maggior rischio di errore, un medico con la valigia in mano costretto a spostarsi anche oltre i 50 km dalla sede di lavoro, e a lavorare in PO diversi, non garantisce la continuità assistenziale ai cittadini e non migliora gli esiti di salute degli stessi.

 

Siamo dalla stessa parte. I dirigenti della sanità e i cittadini sono la parte lesa e devono essere parte attiva nei processi decisionali che dovranno disegnare la sanità del presente e del futuro.

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3) Dott. David Gianandrea

Vicesegretario regionale ANAAO

La questione delle dotazioni organiche: la fuga verso il privato, la situazione della medicina di emergenza e la critica programmazione del fabbisogno del personale: Intervento ANAAO su salviamo il Sistema Sanitario Nazionale:

La fuga e la mancata programmazione

Anche i medici sono vittime del fenomeno noto come “Great Resignation”, un significativo aumento delle dimissioni che coinvolge numerosi settori lavorativi. Le cause di questa drastica decisione sono diverse: dal burnout alla ricerca di un ambiente lavorativo che preservi il benessere e il work-life balance.

Nel 2020, durante la pandemia, i medici dipendenti hanno evitato di lasciare il loro lavoro per non abbandonare i colleghi durante la crisi sanitaria. Sono stati considerati eroi per il loro ammirevole senso di responsabilità, ma purtroppo questa gratitudine è svanita rapidamente. Nelle ondate successive della pandemia, i medici hanno continuato a lavorare in condizioni approssimative e con organizzazione improvvisata, come accaduto nella primavera del 2020. I letti, le professionalità e le risorse umane sono state spostate e riadattate a seconda delle necessità, senza una condivisione delle decisioni. Gli operatori sanitari sono stati spostati come pedine in un gioco, spesso in caselle vuote a causa dell’infezione da COVID-19.

Tutto ciò ha comportato un enorme carico emotivo legato all’aumento dei contagi e delle morti tra gli stessi operatori sanitari, in un contesto che già lamentava gravi carenze di personale (-46.000 addetti tra il 2009 e il 2019).

Pertanto, nel 2021, si è assistito a una grande fuga di medici ospedalieri. Il 39% in più rispetto al 2020 ha deciso di lasciare il servizio sanitario nazionale e proseguire la propria attività altrove. I medici non vogliono più lavorare negli ospedali e cercano orari più flessibili, maggiore autonomia professionale e minore burocrazia. Vogliono un sistema che valorizzi le loro competenze e che consenta loro di dedicare più tempo ai pazienti e alla vita privata, senza sacrificare la famiglia.

Anche le opportunità di carriera sono diminuite. In Italia, il numero di direttori di struttura complessa, che rappresenta l’apice della carriera professionale, è diminuito del 31,5% tra il 2009 e il 2019. Anche i responsabili di struttura semplice, il livello immediatamente inferiore, hanno subito una riduzione del 44% in 10 anni.

Inoltre, i dirigenti medici nelle aziende hanno perso autonomia decisionale e coinvolgimento nei processi decisionali. La professionalità dei medici ha perso valore non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale

Di conseguenza, il settore privato diventa sempre più attrattivo, anche grazie a vantaggi fiscali sul reddito prodotto. I medici di famiglia e le specializzazioni ambulatoriali trovano vantaggio nel fatto che non richiedono lavoro notturno o festivo. Inoltre, il lavoro nel privato viene considerato meno stressante, con una casistica selezionata e remunerazioni elevate, soprattutto in ambito chirurgico.

Il cambiamento culturale e sociologico è così forte che sempre più neo laureati ambiscono a specializzazioni che offrano opportunità nel settore privato, come cardiologia, dermatologia, pediatria, oculistica, chirurgia plastica, allontanandosi dalle specializzazioni considerate più gravose e rischiose, come medicina di emergenza/urgenza e chirurgia generale, che faticano a coprire tutti i contratti di formazione disponibili annualmente. Anche discipline non ritenute ad alto rischio di burnout ma poco appetibili nel privato come microbiologia e virologia, la patologia clinica e biochimica clinica e l’anatomia patologica hanno un tasso di borse non assegnate tra il 50 e l’80%

Questo quadro fa presagire un progressivo declino del sistema sanitario universale così come lo conosciamo. Attualmente, il numero di medici che esce dal sistema (pensionamenti e dimissioni volontarie) mette seriamente in pericolo la tenuta del Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Ogni anno circa 7.000 medici specialisti lasciano il sistema, mentre la capacità formativa attuale delle università è di circa 6.000 neo-specialisti, di cui solo il 65% accetterebbe un contratto di lavoro con il SSN. Per evitare il disastro, è necessario stabilizzare rapidamente la situazione del precariato e apportare un cambiamento radicale nella formazione post-laurea. È fondamentale anticipare l’incontro tra il mondo della formazione e quello del lavoro, consentendo ai giovani medici specializzandi di godere della massima tutela previdenziale e permettendo al sistema sanitario di sfruttare al meglio le energie fresche per far fronte alla grave carenza di personale, che si protrarrà per almeno tre anni.

Emergono periodicamente idee stravaganti all’interno dei partiti politici, senza distinzione di fede, riguardo al numero chiuso per l’accesso ai corsi di laurea in Medicina, come se fosse possibile superare gli errori di programmazione nel settore della formazione post-lauream e le limitazioni all’assunzione del personale sanitario semplicemente aumentando in modo significativo i posti disponibili. Tuttavia, aumentare le iscrizioni al corso di laurea in Medicina e Chirurgia non risolve la carenza attuale di medici specialisti negli ospedali né rallenta la fuga dei neolaureati verso l’estero o verso il settore privato.

Se valutiamo i dati OCSE, riferiti al 2020 (Health at a Glance: Europe 2022), in Italia abbiamo un tasso di medici attivi del 4‰ abitanti, perfettamente sovrapponibile alla media EU27, a dimostrazione del fatto che in Italia non vi è carenza di medici, intesi come laureati in Medicina e Chirurgia, ma piuttosto di medici specialisti.

In linea con questi dati, una recente pubblicazione del Ministero della Salute indica il numero dei medici attivi in Italia al 31/12/2020 intorno a 241mila con l’età media, però, più alta tra tutti i Paesi OCSE: ben il 56% ha più di 55 anni. Già ora si prospetta un differenziale di circa 32 mila posti tra stima delle uscite per quiescenza (113.000) dei medici attivi nel 2020 e posti di iscrizione al Corso di laurea in Medicina e Chirurgia (145.000). Ben oltre quelli necessari a colmare la attuale carenza di circa 20/25 mila medici, tra specialisti e MMG. Ad aggravare il quadro è che molti posti nelle scuole di specializzazione rimangono vacanti. Le discipline che più risentono di tale emorragia sono la medicina d’emergenza-urgenza (1.144 contratti non assegnati o abbandonati, il 60,7% dei contratti stanziati), la microbiologia e virologia (191 contratti, il 78%), la patologia clinica e biochimica clinica (389 contratti, il 70,2%), l’anatomia patologica (181 contratti, il 50,1%) e la medicina di comunità e delle cure primarie (109 contratti, il 57,6%). Al contrario, le discipline che hanno notevoli sbocchi lavorativi nel settore privato non presentano alcuna perdita rispetto ai contratti finanziati.

Tale “programmazione a due velocità” porterà già nel 2024/2025 a una carenza significativa in certe discipline specialistiche, per lo più ospedaliere, ed un embrione di pletora specialistica per altre che hanno maggiore possibilità nelle attività private.

In conclusione, è importante che la cittadinanza, anche in Umbria, prenda atto e si preoccupi dell’inquietudine che i medici vivono in settori come l’emergenza-urgenza, soprattutto considerando la programmazione del sistema sanitario regionale. È fondamentale lavorare per migliorare la medicina specialistica di prossimità e territoriale, al fine di prendere in carico i pazienti cronici, rafforzando nel contempo il personale dedicato all’emergenza-urgenza in presidi ospedalieri facilmente accessibili, in grado di offrire prestazioni di alta qualità e garantire la tutela della salute della popolazione.

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4) Dott. Alvaro Chianella

Presidente regionale Umbria AAROI – EMAC

Il progressivo sotto finanziamento del SSN e sue conseguenze:

A partire dal 2010 si è assistito a un progressivo definanziamento del SSN che ha portato il rapporto tra Fondo Sanitario Nazionale e PIL prossimo al 6%, 6% che rappresenta la soglia della tenuta del sistema. Dal 2010 in poi si è assistito ad una contrazione della spesa rivolta soprattutto al costo del personale con restrizioni del turnover, blocco dei rinnovi contrattuali (il contratto della Dirigenza Medica non è stato rinnovato per quasi 10 anni), tetto alla spesa per il personale. Questo ha fatto scendere l’incidenza della spesa per il personale a meno del 30% del globale. Con le risorse previste per il triennio 2023-2025, tenendo conto anche delle dinamiche inflattive, il rapporto FSN/PIL rimane intorno al 6.2 %, valore ben lontano da quel 7% che viene considerato accettabile per un corretto funzionamento del sistema. Ad esempio nel 2025 il FSN dovrebbe essere di 152 miliardi di euro per uscire dal definanziamento mentre in realtà il fondo previsto è di 135. Quindi il definanziamento sostanzialmente continua mettendo a forte rischio la tenuta complessiva del sistema. Tra le numerose conseguenze del non adeguato finanziamento del SSN vorrei porre l’attenzione sulle aziende integrate Universitarie-Ospedaliere di solito sbilanciate verso la componente universitaria i cui esponenti, oltre ad occupare in maggioranza gli incarichi di maggior peso a danno degli ospedalieri, finiscono solitamente per essere pagati con fondi contrattuali di pertinenza ospedaliera. Oltre il danno la beffa! Le aziende integrate non solo non contribuiscono al contenimento dei costi, ma per una serie di dinamiche finiscono di solito per determinarne un incremento. Un altro fattore tra i più sentiti è la carenza di medici specialisti soprattutto in alcuni settori in sofferenza i Pronto Soccorso in primis. Negli anni si sono lesinate le risorse per la formazione specialistica con il risultato di non riuscire a coprire il turnover dei medici. Mancano da anni figure come medici del pronto soccorso, anestesisti rianimatori, ortopedici, chirurghi generali. Per tamponare la situazione si ricorre, in molti casi per anni, a prestazioni aggiuntive dei medici in servizio che si trovano un surplus lavorativo che nel tempo diventa molto pesante generando stress ed aumento della possibilità di errore. In questi ultimi anni si è assistito alla nascita dei medici a prestazione, i cosiddetti gettonisti, libero professionisti, spesso pensionati gestiti da società ad hoc e pagati come acquisto di beni e servizi. In alcune realtà sono stati ingaggiati medici provenienti da altri paesi, Cubani in Calabria e Venezuelani in Molise ad esempio, senza che vi sia stata un’adeguata verifica delle loro credenziali professionali. L’unica soluzione seria e strutturale del problema è il cosiddetto Decreto Calabria che consente ai colleghi in formazione di essere assunti nel SSN durante gli ultimi anni di specializzazione assumendo livelli di autonomia professionale crescenti. Questa pratica è però spesso osteggiata dai  direttori delle Scuole di Specializzazione  i quali adducono motivazioni legate alla formazione dei colleghi che a loro dire risentirebbe negativamente dell’impegno lavorativo svolto. Spiegazione che appare poco credibile in quanto le Scuole di Specializzazione hanno come obbligo di formare i colleghi anche in altri Ospedali, facenti parte delle cosiddetta Rete Formativa, oltre a quello sede della Scuola di Specializzazione. Questi sono solo alcuni esempi di come una carenza finanziaria determina nel tempo una carenza funzionale che porta alla messa in discussione di un sistema quale il SSN.

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5) Dott. Roberto Ferranti

Segretario regionale Umbria FASSID

Il problema delle liste di attesa:

Il problema delle liste di attesa , molto sentito dai cittadini pazienti/utenti ed allo stesso tempo dai medici e sanitari, si inquadra in una cornice più ampia che è quella della tutela della salute ovvero di un equo accesso alle prestazioni comprese nei Livelli Essenziali di Assistenza , la qualità delle stesse e l’equilibrio economico. Si tratta di un obiettivo sfidante , in particolare in una fase di prolumgato ristagno della crescita delle risorse e di ormai costante sottofinanziamento della sanità,  che non può prescindere da una corretta valutazione dei bisogni della popolazione che rappresenta un elemento cardine per la garazia del rispetto dei LEA. La stima dei bisogni è un operazione complessa , questi non si osservano, si rilevano solo i consumi che pur correlati con i bisogni soffrono di variabili latenti come: a) il bisogno che non si trasforma in prestazione per carenza di offerta che deprime i dati di consumo  e sttostima i bisogni, b) bisogni non percepiti per assenza di sintomi e quindi insufficiente prevenzione, c) erogazione di prestazioni inappropriate per fattori soggettivi ( ansia, ipocondria, medicina difensiva) o di sistema domanda indotta dall’offerta causa di sovrastima dei bisogni. Si deve partire quindi dallo storico dei consumi, ad esempio gli ultimi dati dicono di 51 Milioni di prestazioni di diagnostica per immagini ambulatoriali erogate dal SSN e privato convenzionato cui si aggiungono quelle di Pronto Soccorso,  dei ricoverati e del privato puro forse ammontano a 150-200 Milioni anno , come unico dato da cui programmare un rafforzamento un ridimensionamento avvalendosi dello sviluppo dei sistemi informativi in grado di fornire le informazioni necesssarie  ( consumi dei singoli individui e informazioni socio economiche ). Alla stima dei bisogni deve seguire la stima e l’adeguamento dell’offerta del SSN che tenga conto dei CCNL e del rispetto delle Leggi  che garantiscono quel virtuoso patto fiduciario medico/paziente e la sicurezza delle cure come la Legge Gelli-Bianco e la 219/2017 DAT e Consenso informato.La medicina di fretta per raggiungere obiettivi numerci ed economicistici è lesiva per il paziente e per la professionalità dei medici e sanitari, genera contenziosi e quel fenomeno della Medicina Difensiva il cui costo sociale supera i 10 Miliardi di euro.

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6) Dott. Tullio Moschini

Segretario regionale Umbria CISL Medici

Le criticità principali della pre adozione del protocollo d’intesa con l’Università: Che sistema è quel sistema dove la maggior parte dei manager nell’elenco nazionale sono incapaci ed i medici, invece, gli unici ad essere riconosciuti? Che sistema è quel sistema che mortifica chi lavora nel pubblico anzichè valorizzarlo? Quale aziende adotta una politica del personale tenendo primari fino alla pensione senza turnover? Italia, Messico e Polonia sono gli unici paesi dove ancora esiste il procedimento penale a carico dei medici. I governi della Seconda Repubblica hanno svenduto il servizio sanitario nazionale. Il sistema universalistico è ottimo, ma così non si va avanti. Serve una riforma organizzativa. Rispetto alla legge 833/1978 che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale, occorre salvaguardare il suo contenuto dei valori e principi. Ma è necessario cambiare la struttura organizzativa aziendale e il tipo di rapporto di lavoro del professionista, perchè oggi il sistema non è efficiente e solidale rispetto ai principi della legge che ha istituito lo stesso SSN. I cittadini provano un senso di rivalsa contro medici e lo Stato si accanisce contro di loro. Questo camice è simbolo di onore e dignità, ma oggi viene trattato come fosse uno straccio. Eppure ogni mattina ce lo rimettiamo perchè al centro deve esserci sempre e solo la cura del paziente. Oggi rivolgiamo un appello: non lasciateci soli.

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7) Dott. Mauro Patiti

Segretario regionale Umbria CGIL medici

Il rapporto tra la Sanità pubblica e quella privata: “Negli ultimi 20 anni, tranne la parentesi della pandemia covid, le politiche sanitarie nazionali di tutti i governi succedutisi e di conseguenza quelle regionali, hanno progressivamente fatto arretrare il perimetro della sanità pubblica favorendo con politiche finanziarie incentivanti, lo sviluppo della sanità privata; si è passati da una sanità privata integrativa ad una sanità privata sostitutiva prevalentemente convenzionata ciò finanziata dal pubblico, con sviluppo esponenziale della welfare aziendale e la sanità integrativa con un finanziamento di circa 37 miliardi, quella intermediata pari a 4,5 miliardi per visite mediche diagnostiche ed acquisto di farmaci non rimborsabili. Gli ultimi dati disponibili attestano che il Servizio Sanitario pubblico offre 63% dei servizi pubblici richiesti il privato i 37%. Tuttavia i cittadini sostengono una spesa sanitaria out off pocket, cioè di tasca propria, di circa 40 miliardi. La spesa privata per la sanità, di circa 1700 euro annui a famiglia, crea disagio economico per 5,2 %, impoverisce l’1,5% e per 2,3 % diventano spese catastrofiche. Al cittadino on rimane che la scelta di non ricorrere più a nessun servizio sanitario scegliendo di non curarsi. La riforma del titolo V° e la sciagurata scelta del preannunciato regionalismo differenziato ha determinato una sanità a velocità variabile ed ai cittadini non viene garantita una sanità uniforme nelle varie regioni, cittadini non più uguali nei diritti all’accesso alle prestazioni sanitarie. Questo scenario esposto sta mettendo in grave crisi il servizio sanitario nazionale e quindi regionale, le evidenti difficoltà del servizio sanitario pubblico non è più in grado di garantire una salute equa, solidale e gratuita come diritto fondamentale. Per questo siamo qui come rappresentanti dei medici e dirigenti sanitari per difendere con forza il valore e rilanciare il servizio sanitario pubblico, contro le logiche di progressiva privatizzazione, per rafforzare il diritto di tutti i cittadini a servizi sanitari gratuiti di qualità. Rivendichiamo pari dignità di tutti i cittadini di fronte al diritto alla salute, controllo la logica del prestazionificio e del profitto sulla e con la sanità. Contro la scelte di necessità di sottrarsi alle cura della salute. Contro un arretramento del sistema sociale in generale. La sanità pubblica non è un costo ma una servizio che produce ricchezza”.

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