Fentanyl a Perugia tre indagati a processo per i depistaggi

Fentanyl a Perugia tre indagati a processo per i depistaggi

La giustizia di Perugia indaga sui ritardi nelle operazioni

L’inchiesta giudiziaria sul pericoloso oppioide sintetico segna un punto di svolta decisivo per le cronache giudiziarie nazionali. Nelle scorse settimane, la Procura ha formalizzato il decreto di citazione diretta a giudizio nei confronti di tre figure chiave impiegate nel settore del supporto alle fragilità sociali. Al centro della vicenda giudiziaria che si aprirà ufficialmente il prossimo febbraio, si stagliano le figure di una coordinatrice di origini abruzzesi e di due operatori calabresi, tutti attivi presso la cooperativa che gestisce i servizi di riduzione del danno per conto dell’azienda sanitaria locale. Le accuse sono pesanti e vertono principalmente sul favoreggiamento personale, reato che avrebbe compromesso la rapidità delle indagini in un momento di massima allerta per la salute pubblica.

Le indagini della Squadra Mobile e i presunti ostacoli

Tutto ha avuto inizio nell’aprile del 2024, quando la scoperta di una dose di eroina tagliata con il fentanyl ha fatto scattare immediatamente il piano di emergenza di terzo grado su scala nazionale. In quel frangente delicatissimo, gli agenti della Squadra Mobile si erano attivati con operazioni sotto copertura nelle piazze dello spaccio per neutralizzare la minaccia. Tuttavia, secondo la ricostruzione degli inquirenti, il flusso informativo necessario per identificare la consumatrice e il fornitore sarebbe stato deliberatamente inquinato. Gli operatori, anziché collaborare pienamente con le forze dell’ordine per rintracciare la sorgente della sostanza killer, avrebbero fornito dettagli generici e fuorvianti, impedendo di fatto la chiusura del cerchio attorno ai responsabili del traffico illegale.

Il ruolo delle intercettazioni e dei documenti falsi

L’attività investigativa, coordinata dall’ex procuratore capo, ha beneficiato di un massiccio impiego di intercettazioni telefoniche. Questi ascolti avrebbero permesso di appurare un accordo tacito tra i colleghi per fornire una versione concordata e distorta dei fatti. Oltre alle testimonianze ritenute mendaci, è emersa la consegna di una scheda informativa profondamente diversa da quella compilata originariamente al momento della consegna del campione sospetto. Questi atti avrebbero avuto l’unico scopo di proteggere l’identità della donna che aveva richiesto l’analisi della droga, precludendo agli investigatori la possibilità di risalire allo spacciatore che aveva immesso sul mercato umbro la potente sostanza sintetica.

Un sistema di protezione che ha violato la legge

Il comportamento dei tre imputati è stato letto dalla Procura come un tentativo sistematico di sviare le ricerche. Mentre il dipartimento delle Politiche Antidroga lanciava l’allarme per evitare una strage silenziosa, all’interno della struttura sociale si sarebbe operato in direzione opposta. Nonostante la missione della cooperativa fosse quella di tutelare i tossicodipendenti, il codice penale parla chiaro in merito all’obbligo di verità dinanzi all’autorità giudiziaria, specialmente in presenza di reati gravi legati alla diffusione di sostanze letali. Il processo di febbraio dovrà stabilire il grado di responsabilità individuale e se vi sia stata una volontà collegiale di boicottare l’operato dello Stato in una delle fasi più critiche della lotta alle nuove droghe.

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