Medicina d’emergenza-urgenza, quale futuro per la formazione?

 
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Riceviamo e pubblichiamo
Medicina d’emergenza-urgenza, quale futuro per la formazione? Siamo medici chirurghi attualmente iscritti alla scuola di specializzazione in Medicina d’emergenza-urgenza (MEU) dell’Università degli Studi di Perugia (UniPG). Vi scriviamo in relazione alla presentazione avvenuta il 10 luglio u.s. da parte di esponenti del mondo politico, sanitario ed universitario locale del corso di emergenza sanitaria territoriale per l’esercizio di attività di Pronto soccorso (PS) e 118 della Regione Umbria.

Come riportato, il corso regionale prevede 350 ore di attività formativa per 58 neolaureati con l’obiettivo di insegnare a “gestire le situazioni più complesse anche integrandosi con la rete regionale, nonché di saper valutare con tempestività le situazioni di criticità”.

In quanto medici iscritti ad un corso di specializzazione universitario che offre gli stessi obiettivi formativi ed occupazionali previsti dal corso regionale, non possiamo che esprimere alcuni dubbi in merito. Il corso di specializzazione universitario in Medicina d’emergenza-urgenza ha durata cinque anni e prevede, oltre ad una preparazione internistica di base, la frequenza e l’acquisizione di competenze mirate ai servizi di emergenza territoriale e PS.

Per l’ingresso in scuola di specializzazione abbiamo partecipato con successo ad un concorso nazionale con migliaia di pretendenti, ci viene corrisposta una borsa di studio dal Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (MIUR) ma dobbiamo comunque pagare più di 10.000€ di tasse all’UniPG.

La domanda che ci poniamo alla luce dell’attivazione di questo corso regionale è se i sacrifici spesi in questi cinque anni per l’ottenimento di una formazione di alta qualità abbiano ancora un senso. Infatti in questa circostanza la compresenza dell’UniPG ha simbolicamente avallato la realizzazione di un corso che, by-passando la formazione universitaria stessa e con l’onere di un carico di frequenza inferiore a due mesi della nostra normale attività formativa, garantisce l’idoneità per il ruolo che andremo a ricoprire nel nostro prossimo futuro. E questo purtroppo rappresenta un duro colpo ad un’alta formazione medica che proprio l’Università dovrebbe invece salvaguardare.

La formazione dei medici occupanti ruoli in servizi di PS ed emergenza territoriale è in progressiva evoluzione e perfezionamento grazie all’introduzione nel 2009 della Scuola di specializzazione in MEU ed al contributo della principale società scientifica SIMEU (Società italiana della medicina d’emergenza-urgenza).

Ciò è coerente con l’idea che l’acquisizione di competenze specifiche porti ad una maggiore qualità nell’assistenza del malato critico, inibendo le pratiche di medicina difensiva che contribuiscono al sovraccarico del Sistema Sanitario Nazionale (SSN).

Purtroppo nel corso degli anni, nonostante il grande fabbisogno di medici che occupassero i servizi di 118 e PS, la risposta da parte del MIUR e della Regione è sempre stata inadeguata, fornendo pochi contratti ministeriali e regionali per la Scuola di MEU. Inoltre, per quanto riguarda la regione Umbria, solo una minima parte dei neospecialisti in MEU (5 su 14) si trova attualmente impiegata nei servizi di PS e 118 locali. Questo è anche dovuto alla scarsa attrattività lavorativa della regione che, nonostante il dichiarato fabbisogno in questo difficile ambito, fornisce spesso incarichi a tempo determinato, ossia rinnovabili annualmente senza riconoscimento di ferie, maternità o malattie.

E per un medico neospecialista ultratrentenne, nella prospettiva di un lavoro precario chiaramente usurante come quello dell’emergenza-urgenza, con o senza famiglia a carico, è spesso più vantaggioso emigrare in regioni limitrofe concedenti maggiori garanzie e possibilità di perfezionamento. Di fronte a questa “emergenza nell’emergenza” non compensata negli anni precedenti da contratti universitari, si è risposto quindi organizzando un breve corso per la collocazione di medici spesso all’inizio della loro carriera professionale in un punto nevralgico del SSN, confidando nella necessità ingenerata dalla crisi occupazionale delle nuove generazioni.

La scelta della Regione unitamente al tacito assenso dell’Università rischia di determinare in realtà due temibili conseguenze: da una parte la svalutazione del titolo universitario per l’accesso ai medesimi ruoli lavorativi, dall’altra l’espansione delle schiere di un precariato probabilmente non adeguatamente preparato nella gestione della medicina d’emergenza-urgenza regionale.

Dott. G Maraziti – Dott.ssa MG Mosconi – Dott. P Cianci – Dott. M Santucci – Dott.ssa LA Cimini – Dott. G Bogliari – Dott.ssa E D’Agostini – Dott.ssa P Pierini – Dott. F Gorietti – Dott. F Balducci – Dott.ssa MC Buratti – Dott.ssa A Vinci -Dott.ssa E Giomi – Dott.ssa M Graziani – Dott.ssa C Urbini Medici in formazione specialistica in Medicina d’emergenza-urgenza Università degli Studi di Perugia

2 Commenti

  1. NON ci siamo proprio, denotate la vostra scarsa conoscenza del mondo del lavoro fuori dai dorati ambiti universitari! Un corso 118 permette di avere esclusivo rapporto di convenzione con la asl e partecipare alla “graduatoria regionale per il conferimento di incarichi di convenzione per L emergenza territoriale” cosa ben diversa dall essere un medico assunto nel reparto di accettazione e d urgenza, cosa che presuppone il titolo di specialista. Oltretutto tra i medici iscritti al corso non sono presenti solo neolaureati ma anche medici già spelcialisti in altre branche o con il diploma di formazione specifica in medicina generale.
    Se ogni tanto guardaste fuori dalla finestra dell’ ospedale smettereste di spalare fango su i colleghi!

  2. Contrariamente al collega penso che, al di là del rapporto lavorativo con la ASL, si sia sempre medici di 118 e PS e non ci si trovi ad affrontare situazioni o malati diversi a seconda di quale sia il proprio percorso formativo o tipologia di contratto. O sbaglio? Quindi il problema è nell’idea che le istituzioni hanno di cosa si intenda per formazione in medicina d’emergenza. Se l’idea sia un percorso breve (4 mesi passati con un certo tipo di preparazione) o un percorso lungo (5 anni passati con un altro tipo di preparazione). Sennò si rischia di creare medici di serie A (con certi privilegi) e medici di serie B (con certi svantaggi) e penso che nessuno voglia questo sia perché siamo tutti colleghi sia perché è irrispettoso nei confronti dei pazienti. Forse bisognerebbe fare chiarezza dall’alto e non lasciare un’ambiguità dannosa per tutti.

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