Sei istituti in allarme: stop fondi mina il territorio
La Giornata Internazionale della Terra, celebrata ogni 22 aprile dal 1970, è diventata un momento simbolico per analizzare lo stato delle risorse naturali e la loro gestione da parte delle società umane. Promossa inizialmente dal presidente Richard Nixon all’indomani di un disastro ambientale in California, l’iniziativa è oggi più attuale che mai, soprattutto in territori come l’Umbria, dove l’equilibrio degli ecosistemi è reso fragile da una combinazione di fattori naturali e scelte politiche.
La crisi ambientale globale, con i suoi segnali ormai tangibili anche in Italia, chiama in causa in modo diretto il ruolo della ricerca scientifica. Secondo un report del WWF, da inizio 2024 si sono verificati circa 2000 eventi climatici estremi nel solo territorio nazionale. Di fronte a questa emergenza, tagliare fondi alla ricerca appare una scelta che mina il futuro. Nel caso specifico del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), circa 4500 ricercatori a livello nazionale lavorano con contratti a termine, rappresentando il 40% della forza lavoro. Una situazione che genera precarietà non solo per i lavoratori, ma anche per il sistema stesso.
In Umbria, questa precarietà incide direttamente sulla capacità di preservare e gestire le risorse naturali. Sono sei gli istituti di ricerca del CNR attivi sul territorio regionale, il cui lavoro è messo a rischio dalla riduzione dei finanziamenti e dalla mancanza di una programmazione a lungo termine. Ognuno di essi svolge attività fondamentali per la salvaguardia dell’ambiente e per lo sviluppo sostenibile del territorio.
L’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica (IRPI) è tra i più esposti. Le sue competenze nel campo dei rischi naturali, come frane, alluvioni e terremoti, lo rendono un punto di riferimento nel monitoraggio e nella prevenzione dei disastri. L’IRPI collabora con il Centro Funzionale di Protezione Civile della Regione Umbria e con il Dipartimento della Protezione Civile Nazionale, contribuendo alla sicurezza del territorio e alla gestione delle emergenze.
L’Istituto di Bioscienze e BioRisorse (IBBR) si occupa di ricerca genetica e biochimica sulle piante, con l’obiettivo di rendere più sostenibile la gestione delle risorse agroalimentari. In una regione in cui l’agricoltura rappresenta ancora un settore centrale, le innovazioni dell’IBBR rappresentano un supporto concreto per gli imprenditori agricoli che intendono affrontare le sfide ambientali e climatiche.
L’Istituto per i Sistemi Agricoli e Forestali del Mediterraneo (ISAFoM) è attivo nel campo delle tecnologie per il comparto alimentare e nel riciclo dei sottoprodotti, in una prospettiva di economia circolare. La sua attività si rivolge in particolare all’area mediterranea, contribuendo all’innovazione del settore agroforestale, anche in chiave di resilienza ai cambiamenti climatici.
L’Istituto di Officina dei Materiali (IOM) si occupa di studiare le proprietà fisiche dei materiali, fornendo un supporto scientifico e tecnologico alle imprese industriali locali. Il lavoro dell’IOM si inserisce in una rete di competenze che può fare la differenza per la competitività del tessuto produttivo umbro.
L’Istituto di Scienze e Tecnologie Chimiche (SCITEC) concentra la sua ricerca sulle proprietà chimiche dei materiali, offrendo soluzioni innovative per la produzione industriale e la sostenibilità dei processi. In un momento in cui la transizione ecologica richiede nuove tecnologie, il ruolo di questo istituto appare strategico.
L’Istituto di Ricerca sugli Ecosistemi Terrestri (IRET) studia l’impatto dell’inquinamento causato dalle attività umane sulle risorse naturali, analizzando le condizioni della flora, della fauna e dei microrganismi presenti sul territorio. I dati prodotti dall’IRET sono essenziali per comprendere gli effetti della pressione antropica sugli equilibri naturali e per pianificare azioni di tutela.
Tutti questi istituti condividono un problema comune: l’incertezza. La mancanza di stabilità contrattuale del personale, l’assenza di politiche di lungo periodo e il progressivo disinvestimento nelle strutture pubbliche di ricerca mettono a rischio l’efficacia delle loro azioni. In una regione come l’Umbria, caratterizzata da una particolare vulnerabilità idro-geologica, tale indebolimento può avere ricadute concrete sulla qualità della vita e sulla sicurezza della popolazione.
Il collegamento tra precarietà del lavoro scientifico e precarietà della gestione ambientale è evidente. L’instabilità che affligge la ricerca impedisce l’accumulo di competenze, rallenta i progetti, compromette la continuità degli studi. Senza dati aggiornati, senza monitoraggi costanti, senza personale formato e motivato, diventa impossibile affrontare fenomeni complessi come quelli legati al cambiamento climatico o al consumo del suolo.
Il tema si fa ancora più urgente se si considera che in Umbria si registrano già situazioni critiche, come il dissesto idrogeologico, la siccità, la perdita di biodiversità. In assenza di una strategia integrata che tenga conto della scienza come strumento essenziale per la gestione delle risorse, ogni tentativo di sviluppo sostenibile rischia di fallire.
Non è solo una questione occupazionale. La precarietà della ricerca rappresenta una minaccia sistemica. Un sistema scientifico fragile produce conoscenza debole, e senza conoscenza non è possibile governare i processi naturali e sociali che caratterizzano il nostro tempo. La riflessione da fare nella Giornata della Terra riguarda proprio questo: quale futuro si può costruire se non si investe nella ricerca?
L’appello lanciato dai ricercatori precari del CNR Umbria è chiaro: servono risorse, programmazione, stabilizzazioni. È necessario che le istituzioni locali diventino protagoniste di un cambiamento culturale, riconoscendo nella ricerca pubblica un bene comune da difendere. La scienza, per essere utile, deve essere libera e continuativa. Senza queste condizioni, ogni politica ambientale rischia di essere inefficace.
In un momento in cui il cambiamento climatico avanza e i territori diventano sempre più vulnerabili, le scelte che si compiono oggi avranno effetti a lungo termine. La qualità dell’ambiente, la sicurezza dei cittadini, la sostenibilità delle attività produttive dipendono anche – e soprattutto – dalla capacità di sostenere chi lavora ogni giorno per comprendere e proteggere la complessità degli ecosistemi.
Il paradosso è evidente: mentre aumentano i segnali della crisi ecologica, diminuiscono le risorse per chi studia queste trasformazioni. Invece di rafforzare le competenze esistenti e garantire la continuità del lavoro scientifico, si opera in direzione contraria. Eppure, come ricordava il capo nativo Chief Seattle, “la Terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla Terra”. Non prendersi cura del pianeta, oggi, significa non prendersi cura di se stessi domani.
L’Umbria ha bisogno di ricerca stabile, autonoma e finanziata. Ne ha bisogno il suo territorio, la sua agricoltura, le sue imprese, i suoi cittadini. Solo così si potrà affrontare con efficacia la transizione ecologica, ridurre i rischi ambientali e promuovere uno sviluppo equilibrato. La Giornata della Terra sia l’occasione per rimettere la scienza al centro delle politiche pubbliche.

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