Caldo ed emicrania, oltre 5 gradi cresce il rischio di crisi

Caldo ed emicrania, oltre 5 gradi cresce il rischio di crisi

Caldo e pressione possono favorire gli attacchi di emicrania

📌 FLASH NEWS – Caldo, umidità e variazioni della pressione atmosferica possono aumentare il rischio di crisi emicraniche. Gli esperti SISC: con rialzi della temperatura di almeno 5 gradi gli attacchi diventano più probabili nei mesi estivi.


Il caldo intenso, insieme alle variazioni della pressione atmosferica e all’umidità, può contribuire ad aumentare il rischio di crisi nelle persone che soffrono di emicrania. A richiamare l’attenzione sul rapporto tra condizioni meteorologiche e mal di testa sono gli specialisti della Società Italiana per lo Studio delle Cefalee (SISC), che sottolineano la necessità di approfondire gli effetti delle temperature estreme sulla salute neurologica.

Il tema assume particolare rilievo durante i mesi caratterizzati da valori termici elevati. L’emicrania è infatti una malattia neurologica nella quale il cervello presenta una particolare sensibilità alle modificazioni dell’ambiente interno ed esterno. Le condizioni meteorologiche rappresentano quindi uno degli elementi che possono concorrere a modificare l’equilibrio individuale e favorire la comparsa di un attacco.

Gli specialisti precisano tuttavia che non è corretto stabilire un rapporto automatico di causa ed effetto tra caldo ed emicrania. La questione è più complessa e coinvolge numerosi fattori, che possono sommarsi tra loro fino a rendere più vulnerabile il paziente.

Temperature elevate e soglia emicranica

Secondo Antonio Russo, Ordinario di Neurologia e Direttore del Programma Interdipartimentale di Medicina delle Cefalee dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli di Napoli, le temperature elevate possono contribuire ad abbassare quella che viene definita soglia emicranica.

Questo significa che, in una persona predisposta, un aumento consistente della temperatura può rendere più probabile l’insorgenza della crisi. In particolare, secondo quanto richiamato dallo specialista, il rischio può aumentare in presenza di una crescita della temperatura di almeno 5 gradi.

Il dato viene collegato a una ricerca condotta per oltre sette anni da Kenneth Mukamal dell’Università di Harvard e pubblicata sulla rivista scientifica Neurology. Lo studio rientra nel quadro delle ricerche che hanno analizzato la relazione tra fattori ambientali e comparsa degli attacchi.

Il caldo, però, non rappresenta l’unico elemento da considerare. Le temperature elevate possono produrre anche una serie di effetti indiretti sull’organismo, creando condizioni favorevoli alla comparsa del mal di testa.

Disidratazione, sonno e pasti possono incidere

Durante le giornate particolarmente calde aumenta la sudorazione e, di conseguenza, cresce la perdita di acqua e di elettroliti. La disidratazione è considerata dagli specialisti uno dei fattori noti in grado di favorire le crisi emicraniche.

Alle conseguenze dirette del caldo possono aggiungersi cambiamenti nella vita quotidiana. Le temperature elevate possono disturbare il sonno, modificare gli orari dei pasti e aumentare l’esposizione alla luce intensa. Durante le vacanze estive possono inoltre cambiare ritmi e abitudini consolidate.

Nessuno di questi fattori, considerato singolarmente, determina necessariamente una crisi. Il problema può emergere quando diversi elementi si presentano contemporaneamente e finiscono per superare la soglia individuale di tolleranza.

Caldo, disidratazione, digiuno, sonno insufficiente, luce intensa, stress e cambiamenti delle abitudini possono quindi sommarsi e rendere più probabile l’attacco in una persona predisposta.

Umidità e pressione atmosferica sotto osservazione

Nel rapporto tra meteorologia ed emicrania non entra in gioco soltanto la temperatura. Secondo Marina De Tommaso, Ordinario di Neurologia all’Università di Bari e presidente della Società Italiana per lo Studio delle Cefalee, esiste una relazione tra gli attacchi emicranici e diversi parametri ambientali, tra i quali temperatura, umidità e pressione atmosferica.

Rimane invece da quantificare con precisione quanto le condizioni climatiche estreme possano incidere sul numero complessivo delle crisi. Gli specialisti sottolineano che gli effetti del cambiamento climatico sulla salute pongono la medicina davanti a scenari che richiedono nuove ricerche.

Non è ancora possibile stabilire quante cefalee siano direttamente associate all’eccezionale calore registrato durante le stagioni più torride. Proprio per questo gli esperti ritengono necessario sviluppare studi capaci di misurare con maggiore precisione il rapporto tra fenomeni meteorologici estremi e malattie neurologiche.

Non esiste una temperatura uguale per tutti

Gli specialisti chiariscono inoltre che non esiste una temperatura soglia universale oltre la quale sia possibile prevedere con certezza l’arrivo di una crisi emicranica. La sensibilità alle condizioni meteorologiche cambia infatti notevolmente da persona a persona.

Il cervello di chi soffre di emicrania viene descritto come particolarmente sensibile alle alterazioni dell’omeostasi, cioè dell’equilibrio interno dell’organismo. È quindi la combinazione di più sollecitazioni a poter creare le condizioni favorevoli all’attacco.

Il cosiddetto bollino rosso, in questa prospettiva, diventa una condizione personale. Una giornata molto calda potrebbe rappresentare un problema significativo per alcuni pazienti e avere conseguenze molto più limitate per altri.

Conoscere le proprie reazioni e individuare le circostanze che precedono più frequentemente gli attacchi può quindi aiutare il paziente a gestire meglio i periodi caratterizzati da temperature particolarmente elevate.

Quando il mal di testa richiede una valutazione medica

Particolare attenzione deve essere riservata ai sintomi che presentano caratteristiche differenti rispetto alle crisi abituali. Secondo Antonio Russo, una valutazione medica è necessaria quando compare un mal di testa nuovo, particolarmente intenso oppure diverso da quello normalmente sperimentato dal paziente.

L’attenzione deve aumentare ulteriormente se la cefalea è accompagnata da febbre, confusione, alterazioni dello stato di coscienza o sintomi neurologici. In queste circostanze non bisogna considerare automaticamente il disturbo come una normale manifestazione legata al caldo o all’emicrania abituale.

La distinzione è importante proprio perché le temperature elevate possono coincidere con altri problemi e non ogni mal di testa comparso durante un’ondata di calore può essere ricondotto allo stesso meccanismo.

Aria condizionata, meglio evitare gli sbalzi estremi

Tra le questioni affrontate dagli specialisti della SISC c’è anche l’utilizzo dell’aria condizionata. Non esistono evidenze che impongano alle persone affette da emicrania di rinunciare al condizionatore.

Molti pazienti, tuttavia, riferiscono la comparsa di crisi dopo una lunga permanenza in ambienti climatizzati oppure in seguito a continui passaggi tra temperature esterne molto elevate e locali particolarmente freschi.

L’indicazione degli esperti è quindi quella di puntare soprattutto sulla stabilità termica, evitando per quanto possibile gli estremi e gli sbalzi ripetuti. Anche in questo caso la risposta può variare considerevolmente tra una persona e l’altra.

Non si tratta dunque di considerare l’aria condizionata come un fattore necessariamente negativo, ma di utilizzarla tenendo conto della sensibilità individuale e cercando di mantenere condizioni ambientali il più possibile regolari.

Prevenzione farmacologica solo con lo specialista

Un altro aspetto riguarda i farmaci preventivi durante le ondate di caldo. Alcuni pazienti mostrano una stagionalità degli attacchi e registrano un peggioramento proprio durante i mesi estivi.

Quando questa relazione è evidente e assume un rilievo clinico significativo, secondo Antonio Russo può essere valutata insieme allo specialista una strategia preventiva personalizzata da applicare nel periodo di maggiore vulnerabilità.

L’obiettivo è anche limitare il ricorso frequente ai farmaci utilizzati per controllare i sintomi durante le singole crisi. La decisione, però, deve essere presa esclusivamente insieme al medico.

Gli specialisti della SISC escludono quindi il ricorso autonomo a terapie preventive. Niente automedicazione: qualsiasi modifica o introduzione di un trattamento deve essere concordata con il professionista che segue il paziente.

Vento e luce intensa tra i possibili fattori scatenanti

Anche alcune condizioni tipicamente estive possono contribuire ad aumentare il disagio. Tra queste viene indicato il vento, che in alcuni pazienti può favorire fenomeni di allodinia.

L’allodinia è una condizione nella quale stimoli normalmente innocui sulla pelle vengono percepiti come dolorosi. Nelle persone predisposte, quindi, anche l’esposizione al vento può diventare un elemento da considerare nella gestione quotidiana dell’emicrania.

Particolare attenzione va inoltre riservata alla luce solare intensa. Marina De Tommaso ricorda che la fotofobia è strettamente associata alla crisi emicranica. La forte luminosità può quindi rappresentare un problema soprattutto nelle ore centrali delle giornate estive.

Gli specialisti suggeriscono, in queste condizioni, di proteggersi attraverso occhiali da sole e cappelli, riducendo per quanto possibile l’esposizione diretta alla luce più intensa.

Bere acqua aiuta a ridurre uno dei fattori di rischio

Tra le misure più semplici indicate dalla SISC assume particolare importanza una corretta idratazione. Il caldo aumenta la sudorazione e accelera la perdita di liquidi, favorendo una condizione che può concorrere alla comparsa della crisi.

La disidratazione rappresenta infatti un fattore già conosciuto nell’ambito dell’emicrania e potrebbe spiegare almeno una parte dell’aumento degli attacchi riferito dai pazienti durante le giornate più calde.

Bere acqua con regolarità diventa quindi una misura importante soprattutto quando le temperature sono elevate e la perdita di liquidi aumenta. L’attenzione all’idratazione si inserisce in un quadro più ampio che comprende anche la regolarità dei pasti, il sonno e la riduzione degli sbalzi termici.

Cambiamenti climatici, servono nuovi studi

Il punto ancora aperto riguarda l’impatto delle nuove condizioni climatiche sulla frequenza e sull’intensità delle cefalee. In Italia sono circa 9 milioni i pazienti emicranici indicati dalla Società Italiana per lo Studio delle Cefalee, una popolazione numerosa sulla quale gli effetti delle temperature estreme meritano un approfondimento scientifico.

Gli esperti sottolineano come il cambiamento climatico stia introducendo condizioni ambientali che richiedono una valutazione specifica anche nel campo della neurologia. Non basta conoscere il rapporto generale tra meteorologia ed emicrania: occorre comprendere quanto le ondate di calore più intense e prolungate possano modificare concretamente la frequenza degli attacchi.

In attesa di dati più approfonditi, la prevenzione passa soprattutto attraverso comportamenti capaci di limitare i fattori che possono sommarsi durante le giornate più difficili. Idratazione, regolarità del sonno e dei pasti, protezione dalla luce intensa, stabilità termica e confronto con lo specialista rappresentano gli elementi indicati per affrontare con maggiore attenzione i periodi di caldo estremo.

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