Nessuna resa dei conti in Lega, Campi, Salvini e Giorgetti, complementari

Il politologo promuove la linea europea del leader leghista

Nessuna resa dei conti in Lega, Campi, Salvini e Giorgetti, complementari

Nessuna resa dei conti in Lega, Campi, Salvini e Giorgetti, complementari

“Ma quale resa dei conti, perché mai Giorgetti dovrebbe rompere con Salvini? La Lega è un partito vero e non una bocciofila, e loro due sono più complementari di quanto si pensi. Del resto, Berlusconi aveva Letta, Meloni ha Crosetto…”. Alessandro Campi, politologo e docente di Scienza politica e Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia smonta la rappresentazione di una Lega sull’orlo della crisi di nervi. E promuove la linea europea di Salvini: “Entrare nel Ppe come parente povero per mettersi l’abito di marca in società sarebbe un’operazione umiliante. Salvini non punti a diventare un nuovo Berlusconi alla guida dei liberali bensì a costruire un grande partito conservatore di massa”.


Federica Fantozzi
Giornalista


Il duello all’Ok Corral nella Lega finisce come ai tempi del partito comunista sovietico: unanimità sulla linea di Salvini e pazienza se sta con Draghi in Italia e con Orban e Le Pen in Europa. Come se lo spiega?

Si è caricato quest’ultimo consiglio federale di un significato che non poteva avere: addirittura una resa dei conti! Ma perché Giorgetti, che è un pezzo importante della storia della Lega, avrebbe mai dovuto rompere con Salvini? Per fare un favore agli avversari della Lega o regalare un titolo a otto colonne ai giornali che la detestano? Ho l’impressione che in Italia ci siano troppi osservatori e analisti che scambiano la realtà con i loro desideri, col rischio di prendere clamorose cantonate. Come si fa a pensare che Giorgetti possa rappresentare un’alternativa credibile a Salvini, conoscendo il seguito di cui quest’ultimo gode tra i suoi militanti ed elettori? O che abbia la forza per guidare addirittura una scissione alla quale secondo me non ha mai lontanamente pensato?

L’intervista di endorsement a Calenda alla vigilia delle amministrative o l’evocazione del rischio di finire sul “binario morto” o ancora la suggestione di Draghi sul Colle quando il centrodestra prova a compattarsi su Berlusconi però non sono invenzioni giornalistiche. Basta chiedere – a microfoni spenti – tra i leghisti.

Proprio perché la Lega è un partito all’antica l’unità interna è giustamente considerata un valore. Giorgetti ha criticato il segretario, ma poi ne ha condiviso la linea: nei partiti politici, che non sono associazioni bocciofile, si fa così. Poi certo che esistono differenze di visione che il risultato deludente delle amministrative ha certamente acuito. Ma Salvini è colui che ha fatto della Lega un partito autenticamente di massa, con una base elettorale non più solo ancorata al Nord. Anche se, soprattutto negli ultimi due anni, ha fatto errori a bizzeffe. Così come sono chiari i suoi limiti anche caratteriali: agisce spesso da situazionista politico, riesce bene nella propaganda e meno nei ruoli istituzionali. Ma per scalzarlo dalla guida occorre qualcuno che abbia le sue stesse qualità.

Alla lunga, il gioco tra poliziotto buono e poliziotto cattivo non indebolisce la credibilità di entrambi? Salvini comunque “subisce” l’azione di governo, Giorgetti appare in difficoltà un consiglio dei ministri su due.

Tra i due non c’è un gioco delle parti, tipo i ladri di Pisa, ma – almeno sinora – una divisione funzionale del lavoro che rappresenta una necessità della politica contemporanea, resa ancora più impellente dal ruolo crescente che hanno assunto la comunicazione e la personalizzazione. In un grande partito ci vuole il frontman, il leader che raccoglie i voti e parla all’opinione pubblica, che usa gli slogan e ci mette la faccia. E ci vuole chi, nelle retrovie, organizza le truppe, tesse i rapporti istituzionali, dialoga con i gruppi d’interesse e le realtà associative.

Insomma, non è una coppia che scoppia bensì una sana complementarità di ruoli?

Berlusconi ha avuto ed ha Gianni Letta. La Meloni ha Crosetto. Nel Pd cambiano i segretari ma il tessitore resta sempre Bettini. Nel M5S, almeno sino a tempi recenti, Grillo urlava e Di Maio dialogava. Renzi aveva Lotti. Ma si potrebbe anche andare indietro nel tempo: Fini aveva Tatarella. Berlinguer aveva Tatò, Craxi aveva Acquaviva, ecc. Continuo dunque a pensare che Salvini e Giorgetti, per ragioni politiche e caratteriali, siano più complementari di quanto non si pensi.

Se ne deduce che lei condivide l’ortodossia di quel partito: non esistono due Leghe.

Esistono due Leghe, ma la linea di divisione, per le ragioni appena dette, non è tra Salvini l’estremista e Giorgetti il moderato. E’ semmai tra la leadership nazionale salviniana e il fronte cosiddetto dei governatori, tra il centro e le diverse periferie. Peraltro in quel partito è sempre stato così considerato il peso – e la relativa autonomia – che le componenti territoriali hanno sempre avuto. Per capirci, le tensioni tra ‘lombardi’ e ‘veneti’ c’erano anche ai tempi di Bossi. Detto questo, se pensiamo a come si comportano rispetto al Pd governatori come De Luca in Campania o Emiliano in Puglia, beh, direi che la Lega può dormire sonni tranquilli.

Però un’impasse, almeno in prospettiva, c’è. Se Salvini si “giorgettizza” perde consensi a favore della Meloni. Se si estremizza alimenta quel rischio di conventio ad excludendum soprattutto internazionale che gli preclude il sogno di Palazzo Chigi. Non le sembra in un vicolo cieco?

L’alternativa non è tra moderazione ed estremismo. Salvini non deve puntare a diventare un nuovo Berlusconi o il leader di un fantomatico partito liberale di massa. Semmai, considerata la storia della Lega e il profilo socio-culturale di quest’ultima, dovrebbe puntare a costruire – avendone potenzialmente i numeri – quel partito conservatore di massa che l’Italia non ha mai avuto avendo invece un elettorato di massa orientato storicamente su quelle posizioni.

Come se lo immagina, questo partito conservatore di massa?

Immagino un mix di tradizionalismo religioso e valoriale, identitarismo territoriale (quell’Italia interna che vale il 70% del voto nazionale), difesa della piccola-media impresa e dei ceti penalizzati dalla globalizzazione, protezionismo sociale (sicurezza urbana, immigrazione regolata), europeismo critico (che è cosa diversa dall’antieuropeismo), federalismo in una chiave statal-unitaria, denuncia del radicalismo ideologico “politicamente corretto”. Intorno a questo nucleo di temi si può costruire una piattaforma appunto conservatrice che nulla a che vedere col fascismo o con l’estrema destra, ma va pensata e costruita. Leggo che Salvini ha organizzato per dicembre una conferenza programmatica: immagino sia per parlare del futuro politico-culturale della Lega, della sua futura linea politica – al momento in effetti non chiarissima – e non solo di liste elettorali o di accordi con gli alleati del centrodestra.

È la rotta che Salvini ha cominciato a tracciare in Europa, accelerando sul nuovo gruppo identitario e conservatore. Non è un errore rinunciare a protendersi verso il Ppe? Non rischia di alimentare il rischio di isolamento che paventa Gorgetti?

Salvini ha ragione nel considerare l’ingresso nel Ppe, fatto solo per rendersi più credibile e accettabile in Europa, un’operazione puramente strumentale e tattica, come tale di corto respiro e scarsamente credibile. L’adesione alla famiglia del popolarismo, ammesso peraltro che ce ne siano le condizioni -sicuri che il Ppe non boccerebbe un’eventuale candidatura della Lega? – non può significare mettersi un abito di marca sperando di fare bella figura in società. Così sarebbe un’operazione umiliante per la Lega e facilmente attaccabile dai suoi avversari. Piuttosto che fare la parte del parente povero nel Ppe, sempre sotto osservazione, può avere un senso cercare di aggregare in Europa una famiglia conservatrice che funga da quarto polo politico-culturale (oltre socialisti, popolari e verdi). Qui però si aprirebbe un lungo discorso su come il populismo politico può e deve evolvere…

È vero che all’estero la Lega è considerata un partito di estrema destra, e solo in Italia le attribuiamo una natura anche moderata?

E’ il marchio con cui in effetti la Lega viene liquidata all’estero politicamente. Ma lo stesso vale per tutti i partiti definiti come populisti, che proprio perché divenuti nel frattempo una famiglia politica stabile dovrebbero porsi il problema di come evolvere rispetto alla loro originaria postura anti-sistema e alla loro ideologia tutta giocata sull’anti-immigrazione, sulla denuncia dell’Europa oligarchica, etc. La Lega però ha una storia diversa dal Fronte nazionale o da altre formazioni ideologicamente di destra estrema. E’ nata come partito di stampo etno-regionalista: le sarebbe dunque relativamente facile provare a costruirsi una diversa immagine e identità. Ciò detto, per essere chiari fino in fondo: Salvini ha civettato spesso con l’estrema destra italiana, immaginando che fosse chissà quale straordinaria riserva di voti. E’ stato un errore: politico e di immagine. Su questo sarebbe il caso di fare chiarezza una volta per tutte. Ma discorso analogo vale per la Meloni.

Quanta credibilità assegna ai movimenti al centro che vanno da Forza Italia a Toti fino appunto all’ala nordista della Lega?

Magari mettiamoci dentro anche Calenda, Renzi, Rotondi e chissà quali altre anime perse del cosiddetto centrismo in cerca di un rifugio. Lei lo voterebbe un partito che nascesse da un simile assemblaggio? Già sarebbe difficile immaginare il leader di una simile formazione, ma fatico anche ad immaginarne il seguito nella società. Continuo a pensare che i partiti, quelli destinati a contare e durare, nascano da fratture storiche e sociali reali, non da alchimie parlamentari o dalle ambizioni di carriera di chi teme per il suo futuro. Il centro, nell’Italia di oggi, è politicamente un non-luogo. A meno di non costruirci intorno un progetto politico-culturale di vasto respiro. Ma se tutto si riduce, come mi sembra, ad un puzzle parlamentare per riproporre Draghi anche nella prossima legislatura, beh, davvero non si va lontano.

La strategia di Giorgetti sul Quirinale è chiara: Draghi o Mattarella bis, nel segno della continuità. Ma Salvini come vuole giocare quella partita?

Mi sembra che entrambi puntino, anche se con obiettivi diversi, su Draghi: Salvini vuole andare al voto dopo averlo eletto, Giorgetti spera di farne un presidente governante alla francese. Temo che sbaglino entrambi. Per la semplice ragione – è una mia modesta previsione – che Draghi continuerà a fare il presidente del Consiglio fino alla scadenza naturale del 2023. Aggiungo che Mattarella non resterà perché sarebbe, lui per primo ne è convinto, una forzatura istituzionale troppo forte. Al Colle andrà insomma un altro nome: spero qualcuno che abbia meno di 70 anni.

Nel frattempo, Conte non riesce a eleggere il suo capogruppo al Senato. ll Pd sbatte contro il muro sul ddl Zan. Forza Italia è spaccata come una mela tra governisti e salviniani. I franchi tiratori impazzano. L’era Draghi porta con sé i prodromi d’una complessiva dissoluzione del quadro politico?

Il quadro politico è come non mai magmatico e caotico, ma questo non vuol dire – come alcuni pensano o dicono esplicitamente – che l’alternativa a questi partiti obiettivamente in difficoltà e in crisi di legittimità possa essere il draghismo: cioè la sostituzione della “democrazia dei partiti” con il “governo dei competenti”. Questo vuole dire, dal mio punto di vista, che bisogna aiutare i partiti a rinascere, non scommettere sulla loro dissoluzione.

 

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