Confindustria, la proposta choc, a casa lavoratori senza green pass

 
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Green pass sul posto di lavoro: Confimi Industria Umbria contro la proposta di Confindustria

Confindustria, la proposta choc, a casa lavoratori senza green pass

da Daniele Capezzone (La Verità)
Il colpo giornalistico l’ha messo a segno Gianfranco Ferroni sul Tempo. Il quotidiano romano ha riportato ampi stralci di una lettera firmata da Francesca Mariotti, dg di Confindustria, che sintetizza una proposta dell’associazione al governo: l’esibizione di uno dei green pass come condizione necessaria per entrare in azienda. In mancanza, l’alternativa sarebbe destinare il lavoratore ad altra mansione oppure lasciarlo a casa senza stipendio.

Ecco i passaggi più contestati: «Nonostante la campagna vaccinale abbia registrato finora un buon andamento, numerose imprese associate hanno segnalato la presenza di percentuali consistenti di lavoratori che scelgono liberamente di non sottoporsi alla vaccinazione, esponendo di fatto a un maggior rischio di contrarre il virus se stessi e la pluralità di soggetti con cui direttamente o indirettamente entrano in contatto condividendo in maniera continuativa gli ambienti di lavoro».

E quindi, si legge più avanti, «al fine di tutelare tutti i lavoratori e lo svolgimento dei processi produttivi, nel pieno rispetto delle libertà individuali, Confindustria ha proposto l’estensione dell’utilizzo delle certificazioni verdi (green pass) per accedere ai contesti aziendali, avviando interlocuzioni con il governo ai fini di una soluzione normativa in tal senso».

Con quali esiti ipotizzati?

«L’intento», si legge ancora, «è quello di consentire ai datori di lavoro di richiedere l’esibizione di una certificazione verde valida ai fini di regolare l’ingresso nei luoghi di lavoro. […]. La posizione assunta da Confindustria è che l’esibizione di un certificato verde valido dovrebbe rientrare tra gli obblighi di diligenza, correttezza e buona fede su cui poggia il rapporto di lavoro. In diretta conseguenza di ciò, il datore ove possibile potrebbe attribuire al lavoratore mansioni diverse da quelle normalmente esercitate, erogando la relativa retribuzione; qualora ciò non fosse possibile, il datore dovrebbe poter non ammettere il soggetto al lavoro, con sospensione della retribuzione in caso di allontanamento dall’azienda».

Ovviamente, la diffusione di questi virgolettati ha generato un autentico pandemonio. Per elementare correttezza giornalistica. La Verità ha cercato di contattare il dg Mariotti, che ufficialmente ha scelto di non rilasciare dichiarazioni. Ma ciò che La Verità ha appreso – rispetto alla versione di Confindustria – può essere riassunto in quattro punti.

Primo: non si trattava di una lettera pubblica, ma di una mail per il circuito interno di Confindustria.

Secondo: sempre secondo Confindustria, il testo sarebbe nato da una pressione fortissima della base associativa. Fonti dirette di Confindustria, ai massimi livelli, hanno testualmente detto alla Verità: «Siamo stati invasi da segnalazioni da parte di imprese, a proposito di lavoratori preoccupati all’idea di lavorare accanto a colleghi che non si sa se siano a loro volta vaccinati o meno».

Morale: secondo Confindustria, la mail sarebbe nata «dall’esigenza di continuare a garantire luoghi di lavoro sicuri per tutti».

Terzo: gli industriali sostengono di essersi basati su due paletti, cioè l’assenza di un obbligo vaccinale e l’indicazione del Garante della privacy sulla non divulgabilità di dati sensibili. E allora – hanno detto al nostro giornale le medesime fonti – è venuta fuori l’ipotesi di evocare nella mail i tre green pass (quello per l’avvenuta vaccinazione, quello per l’avvenuta guarigione, quello per l’effettuazione del tampone nelle ultime 48 ore).

Tesi degli industriali: nessuno chiede di sapere per quali delle tre ragioni il dipendente abbia il green pass, l’importante è che ce l’abbia. Quarto punto della tesi difensiva di Confindustria: la mail non dispone alcun comportamento, ma si limita a segnalare al governo la necessità di una norma. Come dire: caro governo, scrivi una norma che riconduca l’esibizione di uno dei green pass agli obblighi di diligenza e correttezza del lavoratore. In mancanza di tale esibizione, Confindustria non nega ciò che è scritto nella mail: assegnazione di mansioni diverse o altrimenti allontanamento del lavoratore con sospensione della retribuzione.

Dicono cioè gli industriali: sappiamo bene che tutto ciò oggi non sarebbe possibile, e abbiamo posto al governo il problema di riflettere su una norma in tal senso. Esposta per doverosa correttezza la tesi di Confindustria, resta lo sconcerto (se possibile accresciuto anziché attenuato da quanto abbiamo raccolto contattando viale dell’Astronomia) per almeno tre ragioni.

Primo: non si vede come si possa giustificare l’idea di travolgere in questo modo la libertà e la riservatezza personale. Chi la pensa così, abbia il coraggio di non nascondersi dietro un dito e di proporre l’obbligo vaccinale tout court.

Secondo: non ha senso, anche ai fini dell’efficacia della campagna vaccinale, aggredire così gli scettici. L’effetto sarà semmai quello di farli irrigidire e chiudere a riccio. Terzo: se si imbocca questa deriva fondamentalista e illiberale in termini di biosicurezza, chi porrà limiti la prossima volta?

Si potrà chiedere di scrivere in una norma l’obbligo di mostrare la propria password di posta elettronica, oppure di esibire le cartelle cliniche, oppure di dichiarare preferenze sessuali, o di mostrare i siti Internet visitati. Se l’individuo può essere calpestato in nome della sicurezza collettiva, ogni assurdità diventa possibile. È il caso di fermarsi in tempo.

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