Valanghe e responsabilità nel caso Rigopiano emergono in aula

Valanghe e responsabilità nel caso Rigopiano emergono in aula

Nuovi rilievi nell’udienza di Perugia sul caso Rigopiano

La requisitoria in replica della Procura Generale di Perugia, presentata ieri nell’Aula Affreschi del Palazzo del Capitano del Popolo, ha riportato al centro dell’attenzione il complesso intreccio di omissioni che, secondo l’accusa, contribuì in modo decisivo al tragico epilogo della vicenda di Rigopiano, dove nel gennaio 2017 persero la vita 29 persone. Nel giudizio di rinvio disposto dalla Cassazione, i magistrati hanno delineato un quadro ritenuto gravemente carente sul fronte della prevenzione e della gestione del rischio valanghivo.

Responsabilità regionali nella pianificazione del rischio

Secondo la Procura Generale, la Regione Abruzzo non avrebbe adempiuto agli obblighi di pianificazione previsti dalla normativa vigente, in particolare alla redazione della Carta di Localizzazione del Pericolo Valanghe, strumento che la legge regionale richiedeva sin dal 1992. La mancata adozione di tale documento, sottolineano i magistrati, avrebbe consentito la costruzione dell’hotel Rigopiano in un’area esposta a rischio, oppure, se introdotto successivamente, ne avrebbe limitato l’utilizzo nei mesi invernali. Una lacuna che, nella ricostruzione accusatoria, rappresenta il primo tassello di una catena di omissioni che si sarebbe rivelata fatale.

La gestione dell’emergenza neve e le criticità provinciali

La Procura ha poi puntato l’attenzione sulla Provincia di Pescara, responsabile della viabilità nell’area. Il settore tecnico, secondo l’accusa, non avrebbe sostituito la turbina sgombraneve guasta dal 6 gennaio 2017, nonostante fosse prevista dal Piano Neve proprio per il tratto Penne–Rigopiano. La mancata richiesta di supporto ai mezzi dell’ANAS avrebbe ulteriormente aggravato la situazione, lasciando l’hotel isolato nei giorni in cui il pericolo valanghivo cresceva rapidamente. Un isolamento che, nelle ore precedenti al distacco della massa nevosa dal Monte Siella, avrebbe impedito qualsiasi evacuazione tempestiva.

Le omissioni del Comune di Farindola

Un capitolo rilevante della requisitoria riguarda il Comune di Farindola. Il sindaco e il responsabile dell’Ufficio Tecnico, secondo la Procura, non avrebbero aggiornato il Piano Comunale di Emergenza includendo il rischio valanghivo, nonostante ripetuti solleciti regionali. Il 17 gennaio 2017, giorno della tragedia, il bollettino Meteomont indicava un pericolo valanghe di grado 3–4, con previsione di ulteriore peggioramento. Nonostante ciò, non venne emanata alcuna ordinanza di sgombero né di limitazione della circolazione verso l’hotel. Anzi, nel pomeriggio il sindaco accompagnò personalmente alcuni turisti alla struttura, mentre i mezzi sgombraneve della Provincia continuarono a garantire l’accesso per far salire nuovi ospiti, in contrasto con le raccomandazioni rivolte ai cittadini di limitare gli spostamenti.

Una catena di omissioni che ha inciso sull’esito finale

Per la Procura Generale, l’insieme delle mancanze — dalla pianificazione regionale alla gestione provinciale della viabilità, fino alle decisioni del Comune — avrebbe creato le condizioni che resero inevitabile l’isolamento dell’hotel proprio nelle ore più critiche. Un quadro che, secondo l’accusa, ha avuto un ruolo determinante nel tragico bilancio finale, contribuendo alla morte delle 29 persone presenti nella struttura.

Le conclusioni della Procura Generale

Al termine della requisitoria, la Procura ha confermato le richieste già formulate nell’udienza del 17 novembre, con un’unica eccezione: per il funzionario regionale Belmaggio Sabatino è stata chiesta l’assoluzione, ritenendo non sussistenti gli elementi di responsabilità a suo carico. Per tutte le altre posizioni, l’accusa ha ribadito la necessità di riconoscere le responsabilità istituzionali che, nel loro insieme, avrebbero contribuito a trasformare un’emergenza annunciata in una tragedia senza scampo.

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