Dalla borraccia vietata all’Arena Santa Giuliana ai posti negati ai giornalisti in Sala Podiani: la contraddizione tra la narrazione della sostenibilità e l’esperienza concreta del pubblico. Una riflessione sulla civiltà dell’accoglienza a Umbria Jazz 2026.
di Antonella Valoroso
Sul sito c’è la favola bella.
Umbria Jazz sempre più green. E andiamo con il copia e incolla, migliorando però un po’ l’italiano.
Umbria Jazz vede confermato il suo impegno ambientale ottenendo un importante riconoscimento: è infatti il primo festival in Italia ad ottenere la certificazione “EcoEvents” con un punteggio pari all’81,72%.
La certificazione per eventi ecosostenibili “EcoEvents” è l’unica che garantisce un attestato ufficiale che conferisce valore al brand in termini green. Un attestato garantito dalla partnership con Legambiente Nazionale e Ambiente e Salute, redatto da un comitato scientifico e successivamente avallato dal comitato tecnico scientifico della stessa Legambiente Nazionale. Un marchio che ne garantisce la veridicità e l’impegno costante nel rispetto dell’ambiente, dell’uomo e del pianeta che abitiamo, ponendo la sostenibilità ambientale al primo posto.
Un ottimo risultato quello raggiunto dal festival, in considerazione anche del particolare momento che sta vivendo il mondo degli eventi live, ottenuto analizzando campi specifici quali la gestione dei rifiuti, la logistica e la mobilità, il food and beverage, l’energia, la comunicazione, l’acustica e la responsabilità etico-sociale.
Un risultato che riempie di orgoglio e che stimola a migliorare ulteriormente nel futuro, intensificando sempre di più l’impegno green con una più profonda attenzione all’impatto ambientale di tutti gli eventi del brand UJ.
L’edizione 2026 di Umbria Jazz, in programma a Perugia dal 3 al 12 luglio, adotta la certificazione ufficiale EcoEvents. Le misure di sostenibilità comprendono l’uso di palchi alimentati con energia solare, la promozione della raccolta differenziata spinta (politica zero rifiuti) e il progetto Note Sostenibili, che unisce musica e scienza ispirandosi all’Agenda 2030.
La realtà però racconta tutta un’altra storia.
All’Arena Santa Giuliana non si può entrare con la borraccia in bella vista. Bisogna renderla invisibile.
Stesso discorso per il cibo.
È l’economia, bellezza? No. Perché è difficile non notare la contraddizione tra un festival che rivendica una vocazione sempre più sostenibile e alcune regole che sembrano trasformare il pubblico in un consumatore da controllare più che in una persona da accogliere.
È curioso che si possa passeggiare tranquillamente con le birre nei bicchieri di plastica (di cui bisognerebbe verificare la reale compostabilità), mentre una borraccia riutilizzabile diventa un problema.
Ma la questione non è soltanto ambientale. È una questione di cultura dell’accoglienza.
Le persone fragili non hanno sempre qualcuno che le protegga. Al concerto di Sting, accanto a me, c’era una persona che avrebbe avuto bisogno di maggiore attenzione. A un certo punto entrambe siamo state quasi travolte da una persona che si è qualificata come «staff del Presidente di Umbria Jazz». Non so chi fosse, non mi interessa conoscerne il nome. So soltanto che in quel momento mi sono sentita trattata come un ostacolo e non come una spettatrice/lavoratrice.
Mi ha pestato un piede. Io ho ricambiato. «Con la giunta», come dicono i perugini.
Dario Fo e Franca Rame, a cui questa edizione 2026 è dedicata, avrebbero organizzato una rivoluzione già la prima sera.
Ebbene, la mia personale rivoluzione, una delle tante, è cominciata questa mattina in Sala Podiani. Perché quando è troppo è troppo.
Quest’anno, soprattutto alla Sala Podiani, gli organizzatori del Festival sembrano aver dichiarato guerra ai giornalisti. È una guerra di «posizioni» (no, non è un refuso, è scritto POSIZIONI e significa POSIZIONI), con un crescendo di ostacoli.
Prima non ci si può sedere sulle poltrone. E ci sta. Chi paga il biglietto ha la precedenza. Poi non ci si può sedere per terra. Per supposti motivi di sicurezza (ma della massa accalcata in Arena la notte di Sting ne vogliamo parlare? Ho foto e video…sarebbe bastato un niente per scatenare l’inferno; è finita bene e siamo tutti contenti). Poi non si può stare in piedi nella sala per più di dieci minuti.
Ma perché?
È vero: entriamo senza pagare. Ma entriamo per lavorare. Siamo spettatori professionisti. Siamo gli occhi e le orecchie di chi non può esserci. Perché è lontano, perché non ha i soldi per entrare, perché pensa che il jazz non gli piaccia, perché non è ancora nato, perché sta provando il suo concerto da qualche altra parte. Lo studio, per un buon musicista, viene prima di ogni cosa.
Ci siamo e raccontiamo con parole e immagini per chiunque vorrebbe o vorrà essere qui. Ammesso che lui/lei sappia leggere. E per chi non sa leggere ci sono i servizi TV e le foto. Che bisogna però saper guardare e ascoltare. Come un bravo spettatore a teatro.
E allora, per provare a superare gli ostacoli («We Shall Overcome»!) bisogna imparare a indossare il mantello di Harry Potter e ascoltare nel buio.
Come avrebbe fatto il mio amico Marco Olivetti, diventato cieco da adolescente, memoria storica del jazz che parte da Aversa per arrivare oltreoceano e tornare indietro. Pietra d’angolo del glorioso Jazz Club Lennie Tristano.
Perché quando il jazz è davvero jazz bisogna chiudere gli occhi per ascoltare. A meno che non si debba scrivere nel buio.
E forse c’è un’ironia nella storia.
La Sala Podiani porta il nome di Prospero Podiani, il grande umanista perugino del Cinquecento a cui si deve la nascita della Biblioteca Augusta, una delle più antiche biblioteche pubbliche italiane.
Podiani aveva immaginato un luogo della conoscenza aperto alla comunità, uno spazio dove i libri e il sapere potessero essere condivisi.
Oggi, nella Biblioteca Augusta, si può entrare con una bottiglia d’acqua, portare il proprio cibo, utilizzare le macchinette per il caffè a prezzo calmierato e consumare il proprio pasto negli spazi predisposti. Questa si chiama civiltà. Perugia è la Città del XX Giugno.
Forse anche un Festival che afferma di voler portare la musica alle persone -e che da più di cinquant’anni porta il mondo in Umbria e l’Umbria nel mondo- dovrebbe ricordare che prima ancora degli eventi, dei brand e delle certificazioni esiste una parola semplice: l’accoglienza.
E questo è solo l’inizio. «You and I have unfinished business».

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