Pay back sanità, anche gli imprenditori umbri alla manifestazione nazionale

Pay back sanità, anche gli imprenditori umbri alla manifestazione nazionale

Pay back sanità, anche gli imprenditori umbri alla manifestazione nazionale

C’era anche un gruppo di imprenditori e dipendenti umbri del settore, aderenti ad ASFO Umbria, l’Associazione fornitori ospedalieri di Confcommercio,  tra le centinaia di manifestanti che a Roma, in piazza della Repubblica, hanno protestato contro il payback sui dispositivi medici, per iniziativa di FIFO-Federazione Italiana fornitori in sanità Confcommercio.

La manifestazione, che si è poi spostata verso il ministero dell’Economia e delle Finanze, chiedendo una svolta concreta sul tema payback, ha dato voce alle aziende di tutta Italia: dalla Sicilia alla Lombardia, dall’Umbria passando per la Toscana e l’Emilia Romagna. Infatti, denuncia ASFO-FIFO Confcommercio, la normativa mette a repentaglio l’intero comparto della fornitura dei dispositivi medici, composto da oltre 100mila addetti, e il Sistema Sanitario Nazionale nella sua interezza.

Gli imprenditori che lavorano in Umbria sono particolarmente penalizzati rispetto a coloro che operano in altre regioni perché la nostra negli anni ha maturato uno dei disavanzi più grandi del Paese. Secondo i dati FIFO, infatti, se nel 2020 l’Umbria è risultata una delle 8 regioni che hanno registrato una riduzione di spesa, negli anni dal 2015 al 2018 lo sforamento è stato costantemente in salita, raggiungendo un totale di 304 milioni di euro, pari al 67,8%. Da qui la penalizzazione per le imprese fornitrici: il payback regionale che dovrebbero pagare risulta nel quadriennio pari a 145 milioni di euro!

“Se non saranno apposti i correttivi richiesti – sottolinea il presidente di ASFO Umbria Confcommercio Paolo Palombi – sarà una catastrofe per le imprese, molte delle quali si troveranno costrette a chiudere, con migliaia di posti di lavoro persi e causando l’interruzione delle forniture di dispositivi medici. Mancheranno stent, valvole cardiache e dispositivi salvavita. In questo momento le strutture sanitarie si trovano già in difficoltà, vengono garantite le emergenze, mentre l’attività programmata subisce ritardi e slittamenti, come la cronaca racconta tutti i giorni. Una situazione destinata ad aggravarsi pesantemente se il Governo non ci ascolterà”. Il payback, così com’è stato concepito – evidenzia ancora ASFO – crea tra l’altro una forte disparità tra le grandi multinazionali economicamente forti e le pmi,  che peraltro rappresentano oltre il 90%  del settore e che non potrebbero sostenere il peso economico del provvedimento, perché il più delle volte quanto dovrebbero restituire è superiore al 50% del loro  fatturato.

“Le pmi – evidenzia Palombi – svolgono nel territorio una funzione basilare per la sanità pubblica, essendo presenti h24, portando innovazione sul “campo”: chi lo farà quando le Regioni saranno costrette a rivolgersi ad aziende che magari stanno a centinaia di km di distanza? Inoltre esiste il rischio concreto che se il provvedimento andrà avanti così come concepito, la maggior parte delle aziende non parteciperà più alle gare, mettendo in crisi il Servizio Sanitario nazionale, e le poche che lo faranno aumenteranno a dismisura i prezzi, aggravando cosi i debiti delle Regioni”.

A livello regionale ASFO Confcommercio ha sollecitato l’attenzione e l’intervento dei parlamentari umbri – già incontrati l’onorevole Pavanelli e il senatore Guidi – e chiesto un’audizione alla Terza Commissione del Consiglio regionale.

“Noi chiediamo l’abolizione del payback – conclude Palombi – perché gravemente lesivo delle norme nazionale e internazionali, della dignità delle aziende e dei lavoratori e non ultimo molto dannoso per le casse statali, a causa dei licenziamenti previsti, della mancanza di milioni di euro derivanti da tasse ed iva non più versati dalle aziende e dall’indotto da loro generato. Ma se non si dovesse arrivare all’abolizione, occorrono comunque ampi e sostanziali correttivi giuridici e tecnici, tali da rendere il provvedimento sostenibile per le imprese. La situazione così com’è oggi non è assolutamente sostenibile e il danno maggiore sta già ricadendo sui cittadini, e in futuro sarà molto peggio”.

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