Dipendente Assisi assenteista, Corte dei Conti ferma condanna

Maxi risarcimento a dipendente Assisi, Corte dei Conti ferma condanna

Dipendente Assisi assenteista, Corte dei Conti ferma condanna La procura della Corte dei Conti aveva chiesto la condanna a 20mila euro (l’equivalente di sei mesi di stipendio) euro in favore del Comune come danno di immagine. Oltre al pagamento dei 64 euro equivalenti alle quattro ore di lavoro “evase”.

E’ la storia della dipendente del comune di Assisi che avrebbe falsamente attestato la propria presenza in servizio in Comune ad Assisi il 20, 22, 27 e 29 marzo del 2017 tra le cinque e le sei del pomeriggio. La donna usciva alle 17, per andare in palestra o a fare altre cose, ma attestando che era al lavoro fino alle diciotto. E’ quanto riportano oggi i quotidiani locali de il Messaggero Umbria e La Nazione Umbria.

Il legale ha sollevato la questione di costituzionalità dell’articolo 1 del Decreto legislativo «sia perché la Legge 124/2015 non conteneva una delega al Governo per introdurre norma in materia di responsabilità contabile, sia perché la previsione di un danno, pari alla retribuzione di sei mesi, era assurda e sperequata rispetto ad assenze di poche decine di minuti». La dipendente si era difesa sostenendo che era uscita prima perché in quei giorni non aveva fatto pausa pranzo.

La sezione Giurisdizionale della Corte dei Conti – scrivono i quotidiani – ha sospeso la condanna, accogliendo dunque la richiesta dell’avvocato Centofanti. La Corte dei Conti dell’Umbria dunque ha ritenuto la norma «eccessiva, sproporzionata e manifestamente irragionevole» e ha inviato l’incartamento alla Corte costituzionale. Quattro ore di stipendio in tutto non possono valere ventimila euro.

La sezione ha sollevato questione di legittimità costituzionale in relazione al Decreto legislativo numero 116 in base al quale i dipendenti pubblici che avessero fatto una timbratura irregolare anche solo per pochi minuti, avrebbero dovuto essere condannati, per danno d’immagine, ad un importo non inferiore a sei mesi di stipendio.

«Se la questione di illegittimità venisse accolta dalla Corte costituzionale – ha sostenuto l’avvocato Centofanti -, la norma che prevede il danno minimo di sei mesi verrebbe annullata e decadrebbe per tutti i dipendenti pubblici italiani».

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