Clochard senza nome dorme dentro cabina delle fototessere, a Perugia

 
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Clochard senza nome dorme dentro cabina delle fototessere, a Perugia

Clochard senza nome dorme dentro cabina delle fototessere, a Perugia

di Morena Zingales
Vederlo rannicchiato in quell’angolino fa riflettere tanto! Un clochard è stato visto da un passante nella tarda serata di domenica a Perugia, all’interno del Parcheggio sotterraneo di Piazza Partigiani.

«Dormiva raggomitolato dentro una cabina, una di quelle dove si scattano le fototessere. Aveva il cappuccio di una felpa in testa – ha detto il cittadino -. Erano le 23.15, ho parcheggiato l’auto e mi accingevo a tornare a casa. Lungo il corridoio interno del parcheggio c’è una cabina per le fototessere. Sono passato di corsa, con la coda dell’occhio ho visto che c’era qualcuno là dentro, lì per lì ho pensato che qualcuno si stesse scattando delle foto. Ma poi ho notato che stava seduto per terra, rannicchiato nel piccolo spazio, accanto al sedile dove la gente si siede per fare le foto. Lo spazio è quello che è, per miracolo ci entrava. Mi sono fermato, ho temuto che fosse morto…ho guardato meglio e ho visto che era vivo. Respirava e dormiva profondamente».

Il racconto continua così: «Ho pensato di avvertire il personale del parcheggio, ma non l’ho fatto. Forse avrò sbagliato, forse no. Mi sono posto tante domande. Se chiamo qualcuno magari lo mandano via. Fatto sta che me sono tornato a casa, e l’ho lasciato lì ma con un pensiero fisso in testa.

Chissà chi è? Se è straniero o italiano o straniero, dal colore della pelle sembrava caucasico…, magari poteva essere perugino. Un tossicodipendente? Un malato? Perché sta lì? Perché è solo? Perché non ha nessuno?

Magari sarà uno di quelli che giornalmente chiedono l’elemosina in giro per la città di Perugia. In realtà era una notte fredda e il parcheggio sotterraneo di Piazza Partigiani e l’unico posto al chiuso. E’ aperto 24 ore su 24, è un luogo sicuro per chi non ha un tetto. Lì dentro, almeno, non fa freddo. Non ha una casa e in quell’angolo stretto e angusto ha trovato un luogo provvisorio dove dormire».

«E’ un homeless…un senzatetto – racconta ancora il nostro interlocutore, – è uno degli “invisibili” uno dei tanti che circolano in città. Si trovano un po’ ovunque in tutta Italia.

E’ gente disperata che chiede aiuto? E’ gente che non ha niente o forse no. Persone abituate, di fatto, a vivere per strada e che se provi ad aiutarli magari si offendono pure. Cercano solo soldi qualche volta, e se gli offri da mangiare, magari non accettano neanche. E allora che fare? Beh, intanto accorgersi che esistono, è l’immagine speculare di certe persone vivono immerse nella più assoluta solitudine sociale…ai confini della vita di una società opulenta e distratta che li rende invisibili. Fatto sta, che di giorno, camminando per il centro della città ne trovi uno ogni 50 metri. Sono gli accattoni, quelli che della mendicità han fatto il loro stile di vita, o che nella mendicità la sorte li ha costretti. Poi fa buio e vanno via. Chi ha un tetto si ripara, chi non c’è l’ha si arrangia, come quello che ho visto io, dentro la cabina del parcheggio. Ma che anche chi si accontenta di una panchina…delle scale…o di altri ricoveri di fortuna».

E poi ha concluso: «Si parla tanto di solidarietà. Dove stanno le organizzazioni, i centri di accoglienza, le associazioni, quelli che magari del soccorso e dell’aiuto agli altri han fatto la loro professione? E che magari incassano contributi per aiutare i poveri? Capisco che le persone in difficoltà sono tante e, forse, è anche difficile censirle. Dovrebbe, però, esserci un maggiore sforzo da parte delle istituzioni e forse più vigilanza. Vivere da invisibile e aiutare chi ha veramente bisogno, significa riassegnare dignità alla vita, che altro non è un diritto inalienabile dell’esistenza umana».

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