Corte d’appello: “Era immobilizzata, unica reazione possibile”
La Corte d’appello di Perugia ha confermato in via definitiva l’assoluzione di Patrizia Pinheiro Reis Duarte, accusata dell’omicidio preterintenzionale di Samuele De Paoli, avvenuto il 28 aprile 2021 a Sant’Andrea delle Fratte, in provincia di Perugia. Il collegio giudicante, presieduto dal magistrato Paolo Micheli, ha ritenuto che l’imputata avesse agito in legittima difesa, reagendo a una violenta aggressione fisica, e ha ricostruito in modo dettagliato la dinamica dello scontro fisico culminato nel decesso del giovane.
La decisione d’appello ribadisce la sentenza assolutoria emessa in primo grado, ma con un’ulteriore precisazione tecnica sul quadro probatorio. Secondo le motivazioni depositate dai giudici, Pinheiro si trovava in uno stato di concreto e attuale pericolo all’interno dell’abitacolo dell’auto di De Paoli, dove si sarebbe consumata la fase decisiva della colluttazione. Il corpo del ragazzo venne rinvenuto poche ore dopo all’interno di un canale di scolo nei pressi della zona industriale.
Dalla ricostruzione dei fatti fornita dalla Corte emerge che De Paoli avrebbe avviato l’aggressione all’esterno della vettura, colpendo la donna con l’intento di costringerla a scendere dal sedile anteriore lato passeggero. Pinheiro si sarebbe rifiutata di lasciare il veicolo, provocando così l’escalation della violenza. Dopo essere riuscita a uscire, la colluttazione sarebbe proseguita all’esterno e si sarebbe poi nuovamente spostata dentro l’auto, questa volta nel lato del guidatore.
È proprio in quest’ultima fase che, secondo i giudici, si sarebbero verificate le condizioni che giustificano la scriminante della legittima difesa. Pinheiro era sdraiata in posizione supina, con il braccio sinistro immobilizzato contro la portiera dal peso del corpo di De Paoli, che la sovrastava e la colpiva. In tale posizione, sostengono i magistrati, l’unica reazione possibile per l’imputata era utilizzare la mano destra per afferrargli il collo e tentare di allontanarlo. Il decesso, secondo la Corte, fu involontario e derivò esclusivamente da una reazione di difesa estrema, resa necessaria da una situazione che non offriva alternative.
Il punto chiave su cui si concentra l’intero impianto motivazionale della sentenza riguarda l’assenza di consapevolezza da parte dell’imputata in merito alla morte di De Paoli. I giudici osservano che, se Pinheiro avesse avuto coscienza dell’avvenuto decesso, non sarebbe tornata sul luogo del fatto con un testimone poco dopo l’accaduto. Tale comportamento è stato considerato incompatibile con la volontà di nascondere un delitto e coerente invece con uno stato di choc successivo all’aggressione.
In merito allo spostamento del corpo nel canale adiacente, la Corte ha escluso ogni intento di occultamento, osservando che il cadavere sarebbe stato meno visibile all’interno del veicolo. L’azione della donna viene interpretata come una reazione irrazionale e istintiva, compiuta in un momento di disorientamento, non riconducibile a un piano premeditato o volto a eludere le responsabilità.
Un altro elemento rilevante nella decisione giudiziaria è rappresentato dallo stato psicofisico di De Paoli al momento dell’episodio. Dalle analisi tossicologiche risultava un’elevata concentrazione di cocaina, che avrebbe indotto una condizione di forte alterazione comportamentale, accrescendo l’aggressività e la pericolosità delle sue reazioni. Secondo i giudici, Pinheiro non poteva sapere che il ragazzo fosse affetto da una vulnerabilità cardiaca e, pertanto, non era in grado di valutare le conseguenze di un’azione difensiva apparentemente necessaria.
Tale circostanza ha rafforzato l’applicabilità del principio del ragionevole dubbio, ritenuto fondante nella formulazione della sentenza. La Corte ha riconosciuto che, in un quadro probatorio complesso e non univoco, sussistono sufficienti elementi per escludere la responsabilità penale dell’imputata, sulla base di una plausibile ricostruzione alternativa dei fatti.
Il comportamento della donna durante e dopo l’aggressione è stato ritenuto compatibile con quello di una persona che ha subito una violenza e ha agito per sottrarsi al pericolo, senza l’intenzione di uccidere. La posizione dei corpi, i segni della colluttazione e le condizioni dell’auto sono stati esaminati per valutare la coerenza del racconto fornito dall’imputata, che è stata giudicata credibile e sostenuta da elementi oggettivi.
La vicenda aveva suscitato un ampio interesse mediatico, anche in ragione dell’identità di genere dell’imputata. Tuttavia, i giudici hanno espressamente escluso che considerazioni estranee al merito giuridico abbiano influenzato il processo, ribadendo la necessità di una valutazione tecnica e imparziale fondata esclusivamente sulla dinamica dei fatti e sul diritto vigente.
Il processo si è dunque chiuso con una piena assoluzione, fondata su un’accurata rivalutazione del quadro probatorio rispetto a quanto sostenuto nella prima fase delle indagini. Il decesso di De Paoli viene definitivamente ricondotto a una tragica conseguenza di un atto di difesa, messo in atto da una persona che si trovava in uno stato di oggettiva inferiorità fisica e costretta a una reazione estrema per salvaguardare la propria incolumità.
Nell’ambito della valutazione complessiva della responsabilità penale, la Corte ha dunque confermato che la legittima difesa può configurarsi anche in situazioni dove l’esito finale è letale, purché l’azione risulti necessaria, proporzionata e inevitabile rispetto al pericolo in atto. In questo caso, tutte le condizioni risultano soddisfatte, anche grazie alla ricostruzione della scena effettuata dai consulenti tecnici e alla documentazione raccolta durante le fasi istruttorie.
La decisione del collegio conferma quindi l’insussistenza di elementi per una condanna e riafferma la piena innocenza dell’imputata. La dinamica dell’episodio, per quanto drammatica, si inserisce in un contesto di violenza reciproca, in cui la reazione di Pinheiro ha rappresentato l’unica via di uscita da un’aggressione ingiustificata e brutale.
Con questa sentenza, la giustizia ha messo un punto fermo su una vicenda controversa, sancendo che la difesa da una minaccia concreta e attuale, anche quando si traduce in un esito tragico, può rientrare pienamente nei limiti consentiti dalla legge. Resta il dolore per una morte improvvisa e inattesa, ma il processo ha accertato l’assenza di dolo e l’esistenza di un pericolo reale che giustifica l’azione dell’imputata.
Il caso Pinheiro si chiude così con un verdetto che rispetta i principi del diritto penale italiano e afferma, in modo chiaro, che difendersi non è un crimine quando ogni altra possibilità è preclusa.

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