A Umbria Jazz 2026 il grande quartetto del chitarrista newyorkese porta sul palco del Teatro Morlacchi un mainstream raffinato, elegante e pieno di invenzioni. Peter Bernstein, Danny Grissett, Doug Weiss e Billy Drummond accendono la serata con un jazz dalla classicità contemporanea.
di Antonella Valoroso
Perugia, 7 luglio 2026 – Peter Bernstein, il sudore può attendere: al Morlacchi il grande quartetto scalda Umbria Jazz. Alle 18.20 entro nella sala del Teatro Morlacchi. Oggi fa più caldo dei giorni scorsi. Si sente appena varcata la soglia: l’aria è più pesante, il corpo lo percepisce subito. Il teatro non è più affollato come nelle serate precedenti, ma Umbria Jazz, arrivata quasi nel mezzo del suo cammino, sembra proprio ora iniziare a prendere calore.
E il calore non è soltanto quello della musica. Il sudore comincia a scendere sulla fronte. Mi chiedo quanto possa stare sudando il batterista, là sul palco, sotto le luci, mentre picchia sulle pelli con una precisione e un’energia che sembrano non lasciare spazio a nient’altro. Ma lui sta suonando. Probabilmente non se ne accorge nemmeno. Il sudore cola. Non lo asciugo. Ho già scattato la foto e sto scrivendo. Il resto può attendere. Se sul palco c’è un grande quartetto, il sudore può aspettare.
E quello di Peter Bernstein è davvero un grande quartetto. Il chitarrista newyorkese, uno dei protagonisti più raffinati della scena jazz contemporanea, porta al Morlacchi un suono che guarda alla tradizione senza mai trasformarsi in semplice nostalgia. La sua musica vive dentro una linea di continuità che attraversa un secolo di jazz: dal bebop al post-bop, dalla grande scuola della chitarra moderna fino a una sensibilità personale fatta di misura, eleganza e profondità. Il The New York Times ha elogiato la sua “fluida improvvisazione” nella tradizione post-bop, il controllo dell’armonia e il suo bel suono. Parole che raccontano bene una cifra stilistica riconoscibile: quella di un musicista capace di essere sofisticato senza mai diventare freddo, colto senza perdere immediatezza. Bernstein si è conquistato un posto in prima fila sulla scena jazz newyorkese alla fine degli anni Ottanta. Da allora ha costruito una carriera intensa, tra concerti, registrazioni e collaborazioni con alcuni dei nomi più importanti della storia del jazz, da Sonny Rollins a Bobby Hutcherson, da Joshua Redman a Diana Krall, passando per Lee Konitz e Lou Donaldson.
Un percorso che lo ha portato a essere uno dei chitarristi più richiesti del jazz mainstream contemporaneo. Ma nel suo caso la parola mainstream non ha nulla a che fare con la routine o con la ripetizione di formule già ascoltate. Il suo è un jazz scorrevole, piacevole, immediato, ma sempre attraversato dalla ricerca e dalla qualità dell’improvvisazione. Sul palco del Morlacchi è arrivato con una formazione dalla rara alchimia: Danny Grissett al pianoforte, Doug Weiss al contrabbasso e Billy Drummond alla batteria.
Una formazione che riprende anche una delle formule più amate da Bernstein: quella con chitarra e pianoforte in prima linea. Una scelta non semplice, perché richiede equilibrio, ascolto reciproco, capacità di lasciare spazio senza perdere identità. Lui l’aveva già sperimentata agli inizi degli anni Novanta accanto a un giovane Brad Mehldau, e nel tempo l’ha trasformata in una delle configurazioni più riuscite del suo percorso.
Al Morlacchi quella ricerca di equilibrio diventa dialogo continuo. La chitarra di Bernstein non domina, racconta. Disegna linee melodiche limpide, lascia respirare le frasi, costruisce assoli dove ogni nota sembra avere il proprio peso. Il pianoforte di Grissett risponde con intelligenza e colore; il contrabbasso di Weiss tiene insieme la struttura con eleganza; la batteria di Drummond è il motore pulsante della serata.
La temperatura del mio corpo inizia a scendere.
Attaccano “Dissipation blues”. Un’onda fresca arriva dal palco. Perché ci sono momenti in cui il pubblico e i musicisti condividono la stessa temperatura: quella della musica. E quando il jazz raggiunge questa intensità, anche il sudore si ferma mentre il corpo assorbe le onde sonore. Forse, appena si raffredda anche l’iPhone, faccio anche un video. Intanto bevo un sorso d’acqua e mi tuffo nel pianoforte.

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