Maglietta e scarpe rosse, chitarra nera e un suono che travolge tutto.
Christone “Kingfish” Ingram torna a Perugia dopo quattro anni per ribadire che è lui il futuro del blues.
di Antonella Valoroso
Non sarebbe stato facile salire sul palco dopo Laurie Anderson. Christone Ingram lo sapeva bene. E per questo ha scelto di osare. Maglietta rossa. Scarpe rosse. Chitarra nera. La tracolla è una larga fascia di cuoio marrone scuro che sembra appartenere più a un cowboy del Mississippi che a una rockstar contemporanea. Bastano pochi passi e Christone “Kingfish” Ingram occupa lo spazio con una naturalezza impressionante. Poi arriva il primo accordo. Anzi, arriva una deflagrazione.
La quiete quasi meditativa lasciata pochi minuti prima dalla piccola lezione di tai chi guidata da Joni Mitchell è già un ricordo lontanissimo. Il volume del primo brano è enorme, fisico. Addio pace interiore. Benvenuto blues.
Kingfish finge perfino di chiedere il permesso. «Can we play blues tonight? Alright?» In realtà il permesso non serve più. Ha già conquistato il palco e, insieme, la platea.
«Siamo tornati dopo quattro anni ed è bello», dice poco dopo, con quella voce che sembra arrivare direttamente dal Deep South americano, dove il blues non è un genere musicale ma un modo di raccontare la vita.
Alle 23.24 presenta la band e attacca uno dei brani del nuovo album Hard Road, pubblicato pochi mesi fa. Un disco più articolato e ambizioso dei precedenti, che conferma un percorso artistico sorprendentemente rapido.
Perché, a pensarci bene, la carriera di Kingfish ha qualcosa di incredibile. Con appena quattro album all’attivo — il terzo registrato dal vivo a Londra — è riuscito a imporsi come uno dei nomi imprescindibili del blues contemporaneo.
Fin dal suo debutto, molti hanno parlato di lui come del futuro del blues. Una definizione impegnativa che, concerto dopo concerto, sembra sempre meno un’esagerazione.
Originario di Clarksdale, Mississippi, la città dove il blues è nato e dove ogni leggenda sembra iniziare a un incrocio di strade, Christone Ingram è arrivato sulla scena americana con un’energia rara. Rolling Stone lo ha definito il più eccitante giovane chitarrista degli ultimi anni, individuando nel suo suono l’eredità di giganti come B.B. King, Jimi Hendrix e Prince.
Il primo album, Kingfish, registrato a Nashville e pubblicato dalla storica Alligator Records, gli è valso una nomination ai Grammy come miglior album di blues tradizionale e il primo posto nella classifica Billboard di categoria.
Poi è arrivato 662, dal prefisso telefonico della sua terra, lavoro molto più autobiografico che nel 2022 ha conquistato il Grammy come miglior album blues. Quindi il live londinese e, infine, Hard Road, che amplia ulteriormente il suo orizzonte musicale.
Il suo blues affonda le radici nel Delta del Mississippi ma senza nostalgia. Lo stesso Kingfish ama dire di avere «un piede nella storia e uno nel futuro». Si sente. E ce lo godiamo nel presente dell’edizione 2026 di Umbria Jazz.
Ogni assolo guarda ai grandi maestri senza copiarli. C’è tecnica, naturalmente, ma soprattutto c’è una forza narrativa che fa parlare, strillare o piangere la chitarra. A seconda di quello che serve.
Del resto il suo percorso è iniziato nel gospel. Prima la batteria, poi il basso, infine la chitarra, diventata in pochi anni il suo strumento d’elezione. Festival internazionali, televisioni, collaborazioni con Keb’ Mo’, Buddy Guy ed Eric Gales sono arrivati quasi tutti insieme, come se qualcuno avesse improvvisamente accelerato il tempo.
Eppure, nonostante i Grammy, i riconoscimenti e una carriera già impressionante, Kingfish continua a parlare come uno che deve ancora dimostrare tutto.
Una delle sue frasi mantra è «I have a lot to say, so please stay tuned», («ho un sacco di cose da dire, per favore restate in ascolto»).
Intanto ha anche fondato una propria etichetta, Red Zero Records, per sostenere nuovi talenti del blues. Un gesto che racconta molto del musicista e dell’uomo che è poco più di un ragazzo ma ha La Sapienza di un vecchio bluesman.
A Perugia, però, le parole lasciano presto il posto alle note. E le note sono travolgenti. Nessuna concessione all’effetto facile, nessuna nostalgia di maniera. Solo un blues vivo, potente, moderno, capace di ricordare da dove viene e, nello stesso tempo, di indicare con decisione la strada davanti a sé. Proprio come il ragazzo con la maglietta rossa, le scarpe rosse e la chitarra nera che, in pochi secondi, ha spazzato via il silenzio e si è preso la notte di Umbria Jazz.
E come coup de théâtre finale, Kingfish scende dal palco e si mette a suonare in mezzo alla folla. E lì, circondato dal pubblico, ci regala un grande blues. Si può letteralmente dire che la distanza tra artista e spettatori è scomparsa.
Con un certo sollievo, constato che la fine del concerto è stata decisamente migliore dell’inizio. Soprattutto per le mie orecchie, poco inclini a sopportare volumi troppo alti (ieri pomeriggio al Morlacchi non sono neanche riuscita e entrare; già nel foyer il volume della musica mi risultava insopportabile. Sul palco c’erano Steve Coleman and Five Elements, ma quel concerto non ve lo posso raccontare perché non l’ho visto né sentito, sono scappata immediatamente).
Qui invece, nonostante la tentazione di fuggire dopo il primo pezzo -quando il volume folle mi aveva fatto venire in mente le parole e il sound della band punk rock The Clash: «Should I stay or should I go»- la coraggiosa decisione di restare alla fine mi ha ripagata. Aveva ragione Laurie Anderson: bisogna guardare in fondo alle cose prima di giudicare. Ma non è stato facile. Intanto arriva finalmente una ballad. Un momento più intimo, una boccata d’aria che restituisce alla chitarra di Kingfish anche la sua voce più profonda e racconta il blues non solo come energia, ma come emozione. Era ora! Poi riparte a mille con «Bad like me»… mi ero semplicemente illusa! Sorry, Christone, ma a girare l’ultimo pezzo sotto il palco non ci vengo! Ti riprendo dal settore C.
E invece non è finita… Altro colpo di scena: entra Deshawn Alexander per un assolo di tastiera. Poi parte anche la batteria di Christopher Black. Quindi non è un assolo, è un duo. Adesso arriva anche il magico basso di Paul Rogers. Il gioco è chiaro… il bis è costruito come un’addizione: 1+1+1+1. Kingfish ha trovato il modo di stupirmi un’altra volta. Una vera bestia da palcoscenico… Penso che a Dario Fo sarebbero sicuramente piaciute le trovate di scena di questo ragazzone del Mississipi. E probabilmente anche la musica. Forse questo è davvero l’ultimo pezzo. Questo too big concert con troppi decibel e (forse) troppi brani, sta per finire. A un certo punto ho pensato che la fine non sarebbe mai arrivata. Ma c’è sempre una fine! L’Arena è quasi vuota già da un pezzo. Christone, Paul, Christopher e Deshaww avrebbero suonato fino all’alba. Non per il pubblico ma per se stessi. Sono giovani. Età media under 30. Che il Dio del blues li assista!
















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