Alla Sala Podiani il sassofonista americano conferma tutto ciò che la critica aveva intuito fin dal suo debutto.
Una musica spirituale, intensa e capace di trasformare anche i limiti imposti ai giornalisti in un’occasione per ascoltare davvero.
di Antonella Valoroso
Quest’anno, alla Sala Podiani, ho imparato a diventare invisibile. E ho capito che quando si ascolta senza vedere si sente meglio. Gli organizzatori del Festival sembrano aver dichiarato la guerra ai giornalisti. È una guerra di posizioni, con un crescendo di ostacoli. Prima non ci si può sedere sulle poltrone. E ci sta. Chi paga il biglietto ha la precedenza. Poi non ci si può sedere per terra. Poi non si può stare in piedi per più di dieci minuti. Ma perché?
È vero che entriamo senza pagare, ma entriamo per lavorare. Siamo spettatori professionisti. Siamo gli occhi e le orecchie di chi non può esserci. Perché è lontano, perché non ha i soldi per entrare, perché pensa che il jazz non gli piaccia, perché non è ancora nato, perché sta provando il suo concerto da qualche altra parte. Vorrebbe essere qui, ma lo studio, per un buon musicista, viene prima di ogni cosa.
E allora bisogna imparare a indossare il mantello di Harry Potter e ascoltare nel buio. Come avrebbe fatto il mio amico Marco Olivetti, che è diventato cieco da adolescente, è la memoria storica del jazz che parte da Aversa per arrivare oltreoceano e tornare indietro. Pietra d’angolo del glorioso Jazz Club Lennie Tristano.
Perché quando il jazz è davvero jazz bisogna chiudere gli occhi per ascoltare. A meno che non si debba scrivere nel buio, come sto facendo io. Questo pezzo, Marco, è per te.
Stamattina ho fatto un piccolo intervento. La scia dell’anestesia locale si avverte ancora. Penso che sia il caso di usare lo smartwatch per controllare la pressione sanguigna e i battiti al minuto, che dallo scorso 15 giugno hanno deciso di seguire un tempo che non mi è familiare. Pressione: 136/74. Ottimo. Di solito la mattina è più bassa e gli svenimenti sono più frequenti. Frequenza cardiaca: minima 98, massima 99 battiti al minuto. Sono ancora troppi, ma almeno restano sotto i cento.
Va tutto bene. Sono alla Sala Podiani. L’Immanuel Wilkins Quartet sta suonando. E io sono invisibile.


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