La domenica restituisce Perugia ai suoi abitanti. Finita l’invasione, in Sala Podiani il pianoforte di Aaron Parks riporta il festival alla sua dimensione più raccolta.
di Antonella Valoroso
Si dice che in amore vince chi fugge. Non sempre è così (ma questo è ovvio perché l’avverbio sempre è una fregatura: niente è sempre o per sempre). Negli assedi, invece, spesso vince chi chiude le porte e ha abbastanza risorse per sostenere l’attacco. Senza combattere. Non sempre funziona, perché ogni regola ha le sue eccezioni. Oggi però è domenica. E questa mattina, i perugini – per nascita, residenza anagrafica o cittadinanza onoraria – si sono ripresi la città. E anche la musica. Un esercito silenzioso ha spazzato via la plastica Quella delle campane e quella del festival che ha reso l’Umbria famosa in tutto il mondo.
È domenica. Le famiglie scendono da via Alessi e scompaiono nel chiostro di San Fiorenzo. I barbari se ne sono andati. L’acropoli respira. Fa caldo. Ma in Sala Podiani c’è l’aria condizionata. Sul palco c’è l’Aaron Parks Trio. E alle 15.30 suonerà di nuovo. Perché due è il numero perfetto. Uno più uno. Ma quanto fa uno più uno? Secondo me fa undici. Perché prima che arrivassero in Occidente le cifre che chiamiamo arabe (e arabe non sono) il numero due si scriveva così: II. Infatti, a Napoli, Napoleone III diventa Napoleone 111.
I francesi questa battuta non la possono capire. Sono dei barbari. Non studiano il latino e neppure le lingue straniere. Ascoltano poco. Una volta un professore di linguistica spiegò che è una questione oggettiva: hanno una capacità limitata di percezione di alcune frequenze. Ma questo, diceva lui, vale solo per i discendenti dei Celti. Poi, per fortuna, sono arrivati i magrebini. La lingua araba è magica. Come il jazz. Ma i Celti non lo sanno. Forza Spagna!
Aaron Parks è uno di quei musicisti che sembrano destinati a lasciare un segno fin dall’inizio. La consacrazione arriva quando, poco più che ventenne, entra nella band di Terence Blanchard. Tra il 2003 e il 2007 partecipa a tre incisioni per Blue Note, un’esperienza che ne accelera definitivamente la maturazione artistica. Nato a Seattle, si trasferisce a New York per studiare alla Manhattan School of Music, dove ha tra i suoi insegnanti Kenny Barron. Nel 2008 debutta come leader proprio per Blue Note con un album destinato a diventare un punto di riferimento del jazz contemporaneo.
La stessa etichetta sottolinea come, con il passare degli anni, quel disco abbia accresciuto la propria influenza grazie a una scrittura capace di attraversare nuove frontiere sonore e ritmiche. Nelle composizioni di Parks convivono il lirismo del jazz e suggestioni che arrivano da Wayne Shorter, Radiohead, Björk e Meshell Ndegeocello, in un linguaggio personale dal forte respiro cinematografico.
Negli anni successivi il pianista ha inciso anche per ECM, alternando registrazioni in piano solo e in trio, consolidando una reputazione internazionale. The Guardian lo ha definito una “fast-rising star”, lodandone la “visione indipendente”. Nel 2024 è tornato a pubblicare per Blue Note, con i suoi due lavori più recenti.
Accanto alla carriera da leader, Parks è stato anche membro fondatore del collettivo James Farm insieme a Joshua Redman e ha collaborato con alcuni dei nomi più autorevoli della scena internazionale, tra cui Kurt Rosenwinkel, Terri Lyne Carrington, Ambrose Akinmusire, Kendrick Scott, Gretchen Parlato, Dhafer Youssef e Marcus Miller.

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