Ricerca, spazio pubblico e comunità si incontrano
📌 FLASH NEWS – Seed conclude a Perugia il festival dedicato al tema Umanità. Sabato 17 ottobre incontri su aree interne, politiche urbane, architettura sociale e ricerca. In programma anche la performance di Raffaele Salvoldi e lo spettacolo di Gabriella Greison
Perugia, 16 10 2026 – Il rapporto tra persone, città e territori è al centro dell’ultima giornata di Seed – Design Actions for the Future, in programma sabato 17 ottobre all’Auditorium San Francesco al Prato di Perugia. La manifestazione, dedicata nell’edizione 2026 al tema dell’umanità, riunisce architetti, ricercatori, docenti, amministratori e professionisti per approfondire le sfide che interessano gli spazi abitati e le comunità.
Il programma conclusivo si sviluppa lungo diversi filoni. Da una parte, l’attenzione è rivolta alle aree interne, alle difficoltà legate allo spopolamento e alla necessità di garantire servizi e opportunità anche lontano dai grandi centri urbani. Dall’altra, il confronto riguarda il governo delle città, la qualità dello spazio pubblico, la partecipazione dei cittadini e il rapporto tra progettazione, ambiente e benessere collettivo.
La giornata comprende inoltre momenti dedicati alla formazione, alla ricerca universitaria e alle esperienze di rigenerazione urbana. Il programma si concluderà con l’intervento del filosofo Walter Mariotti, la performance dell’artista Raffaele Salvoldi e lo spettacolo teatrale della fisica quantistica e divulgatrice Gabriella Greison. L’obiettivo è mettere in relazione discipline ed esperienze differenti, mostrando come l’architettura non riguardi soltanto la costruzione degli edifici, ma anche l’organizzazione della vita quotidiana, l’accessibilità dei servizi, la tutela del patrimonio e la capacità delle comunità di affrontare i cambiamenti.
Uno degli elementi centrali della giornata conclusiva è il collegamento tra le politiche per le aree interne e quelle destinate ai contesti urbani. I due ambiti saranno approfonditi attraverso altrettanti tavoli di lavoro sostenuti dalla Regione Umbria, finanziati in base all’articolo 32, comma 1, della legge regionale numero 8 del 2026. Gli appuntamenti intendono affrontare questioni che, pur riguardando territori diversi, condividono problemi strutturali. La distribuzione dei servizi, la possibilità di raggiungere scuole e strutture sanitarie, l’accesso al lavoro e la qualità degli spazi pubblici incidono infatti sulle opportunità delle persone e sulla tenuta delle comunità.
Per le aree interne, la questione principale è come contrastare la perdita di popolazione senza limitarsi a interventi temporanei. Per le città, invece, il problema riguarda la capacità di coordinare decisioni, investimenti e trasformazioni che coinvolgono istituzioni, abitanti, imprese e soggetti culturali.
Il festival propone quindi una riflessione sulla responsabilità delle politiche pubbliche e sul ruolo della progettazione nel costruire condizioni di vita più equilibrate. La dimensione territoriale diventa così parte di una discussione più ampia, che considera lo sviluppo non soltanto in termini economici, ma anche in relazione ai diritti, alle opportunità e alla qualità dell’abitare. Il primo appuntamento istituzionale della mattinata è previsto alle ore 11 con l’incontro «Il diritto a restare. Aree interne tra crisi demografica e isolamento». Il confronto approfondirà le conseguenze dello spopolamento e le condizioni necessarie affinché vivere nei piccoli centri non comporti una riduzione delle possibilità di accesso ai servizi essenziali. Interverranno Lorenzo Bellicini, architetto esperto di economia delle costruzioni e trasformazioni urbane e territoriali e direttore del CRESME; Cristiana Corritoro, dirigente del Servizio Programmazione generale e negoziata della Regione Umbria; e Luciano De Bonis, vicedirettore del Consiglio scientifico del Centro di Ricerca per le Aree interne e gli Appennini dell’Università degli Studi del Molise. La moderazione sarà affidata a Francesco Orofino, fondatore dello studio GAP Architetti e componente del Comitato dei saggi dell’Istituto Nazionale di Architettura.
Il dibattito parte dalla constatazione che molte aree interne italiane sono esposte contemporaneamente a diminuzione della popolazione, invecchiamento e progressiva perdita di servizi. La combinazione di questi fenomeni può rendere più difficile mantenere attività economiche, attrarre nuovi residenti e garantire condizioni di vita adeguate a chi già abita questi territori. Il tema, tuttavia, non viene circoscritto alla necessità di fermare l’esodo demografico. La questione riguarda anche la libertà di scegliere il proprio luogo di residenza senza che questa decisione determini svantaggi sostanziali rispetto a chi vive nelle aree maggiormente servite. Scuola, sanità, trasporti, lavoro e connessione digitale rappresentano alcuni degli elementi indispensabili per mantenere vive le comunità. La loro disponibilità incide sulla possibilità di costruire percorsi di vita stabili, sostenere le famiglie e favorire l’insediamento di nuove attività. Per questa ragione, il contrasto allo spopolamento richiede un approccio che tenga insieme politiche demografiche, infrastrutture e servizi. Gli incentivi occasionali, da soli, non possono sostituire condizioni strutturali di accessibilità e abitabilità.
Le aree interne vengono così considerate una componente essenziale del sistema territoriale italiano, non una realtà marginale da affrontare esclusivamente attraverso misure emergenziali. Il patrimonio edilizio esistente, il paesaggio, i collegamenti ferroviari, i centri storici e le reti comunitarie possono diventare risorse per nuovi progetti di sviluppo. Il confronto di Perugia intende approfondire proprio questa possibilità: trasformare caratteristiche spesso considerate svantaggi in elementi su cui costruire nuove prospettive. Restare, tornare, lavorare e investire diventano obiettivi collegati, che richiedono condizioni concrete e continuità nelle politiche pubbliche.
Alle ore 12 il programma proseguirà con «Chi decide la città? Complessità e responsabilità per un’Agenda urbana nazionale», secondo tavolo promosso e finanziato dalla Regione Umbria. Tra i relatori figurano Nicola Irto, senatore e primo firmatario del disegno di legge sulle disposizioni generali e sui principi fondamentali per il governo del territorio e la pianificazione; Silvia Viviani, assessora all’Urbanistica del Comune di Livorno ed ex presidente dell’Istituto Nazionale di Urbanistica; e Andrea Bartoli, direttore creativo di Farm Cultural Park, realtà culturale con sede a Favara. Il confronto comprenderà inoltre contributi dedicati alle politiche regionali e alle esperienze amministrative locali. Per la Regione Umbria saranno coinvolti rappresentanti individuati dal Servizio Programmazione generale e negoziata. Sono previsti anche gli interventi dell’architetto Alfio Barabani, consulente per il Piano strategico urbano sostenibile nell’ambito dell’Agenda urbana di Perugia, e dell’ingegnere Maurizio Serafini, impegnato nel programma Agenda urbana di Città di Castello. La moderazione sarà curata da Francesco Orofino e Giovanni di Leo, dell’Istituto Nazionale di Architettura. Il tema di fondo riguarda la frammentazione dei processi decisionali che determinano l’evoluzione delle città. Le trasformazioni urbane dipendono infatti da una pluralità di soggetti: amministrazioni pubbliche, residenti, progettisti, investitori, operatori economici, gestori dei servizi e organizzazioni culturali. Le decisioni assunte da questi attori incidono contemporaneamente sulla forma degli insediamenti, sulla qualità ambientale, sulle relazioni sociali e sulle condizioni di salute della popolazione. Per questo motivo, una politica urbana efficace deve riuscire a coordinare competenze e responsabilità differenti.
L’incontro prende in esame l’assenza, in Italia, di un’Agenda urbana nazionale organica e riconoscibile, capace di ricomporre in un quadro unitario le diverse politiche che incidono sulle città. Il confronto si inserisce in un contesto internazionale nel quale il governo urbano è sempre più legato a questioni come il diritto alla casa, l’inclusione sociale, la resilienza ambientale e la capacità delle istituzioni di collaborare. La riflessione comprende anche la revisione di medio termine della New Urban Agenda delle Nazioni Unite, relativa al periodo 2016-2036, richiamata nel programma del festival come riferimento per l’evoluzione delle politiche urbane. Un altro elemento è rappresentato dall’Agenda urbana europea, che promuove la cooperazione tra differenti livelli di governo. L’esperienza italiana presenta numerose iniziative locali, ma la sfida consiste nel collegarle a una visione nazionale condivisa. In questo quadro, le realtà di Perugia, Città di Castello, Livorno e Favara offrono prospettive differenti per discutere il rapporto tra amministrazioni, comunità e trasformazioni dello spazio. Il confronto si collega al tema generale di Seed 2026, «Umanità», considerando la città non soltanto come entità amministrativa o insieme di edifici, ma come ambiente nel quale si sviluppano relazioni, opportunità e forme di partecipazione. La qualità urbana dipende anche dalla possibilità di incontrarsi, accedere alla cultura, vivere spazi pubblici accoglienti e partecipare alle decisioni che modificano i quartieri. La costruzione di un’agenda nazionale richiede pertanto di mettere in relazione le esigenze dei residenti con le responsabilità istituzionali e gli obiettivi di sostenibilità.
La mattinata si aprirà alle ore 10.15 con un appuntamento dedicato a un’esperienza maturata direttamente nel tessuto urbano perugino: «Edicola 518. Rigenerazione, immaginazione e sfide culturali sorte dal ripensamento di un luogo simbolico». L’incontro ripercorrerà la nascita e l’evoluzione del progetto avviato nel 2016 a Perugia, che ha reinterpretato il tradizionale chiosco di giornali trasformandolo in un presidio culturale indipendente. Il fondatore Antonio Brizioli illustrerà le motivazioni alla base del percorso e le ragioni che hanno portato a una nuova fase di sviluppo. L’esperienza è legata a una trasformazione più ampia del settore delle edicole, interessato dalla progressiva chiusura di numerosi punti vendita e dalla necessità di individuare funzioni capaci di mantenerli attivi nello spazio urbano. Il progetto ha contribuito a ridefinire le potenzialità del chiosco, valorizzandone la posizione e il significato simbolico nella vita quotidiana delle città. L’edicola non viene considerata soltanto un luogo destinato alla vendita di giornali, ma una struttura che può ospitare attività culturali, favorire la circolazione delle idee e mantenere un rapporto diretto con lo spazio pubblico. L’esperienza ha accompagnato una fase di cambiamento nella quale alcuni edicolanti hanno rinnovato la propria offerta, mentre amministrazioni locali e operatori hanno iniziato a considerare nuove possibilità di utilizzo di questi spazi. Parallelamente, la trasformazione delle edicole è diventata oggetto di interesse anche per realtà creative e grandi marchi, con il rischio di perdere parte della funzione originaria di presidio indipendente. A dieci anni dall’apertura, Edicola 518 ha scelto di avviare un’ulteriore evoluzione, cercando soluzioni per strutture che rischiano di diventare elementi residuali del paesaggio urbano. Da questa ricerca nasce il progetto di «Oasi urbana per l’esibizionismo culturale», disegnato da Giuseppe Arezzi e realizzato in collaborazione con Seed Festival. L’inaugurazione è prevista per il 1° giugno 2026. L’intervento risponde ad alcune esigenze della città contemporanea: disponibilità di ombra, accesso all’acqua potabile, possibilità di sostare senza dover effettuare acquisti e presenza di luoghi dedicati allo scambio culturale. La proposta amplia quindi il significato della rigenerazione urbana. Non si tratta soltanto di recuperare una struttura esistente, ma di attribuirle una funzione utile alla collettività, capace di sostenere attività culturali e offrire occasioni di incontro. Il caso perugino mostra come interventi circoscritti possano diventare occasioni per ripensare il rapporto tra architettura, servizi e vita pubblica. La valorizzazione di un piccolo spazio può contribuire a una riflessione più generale sulla qualità degli ambienti urbani e sull’importanza di mantenere luoghi accessibili, non necessariamente legati al consumo commerciale.
Seed dedica una parte significativa del proprio programma alla produzione di conoscenza e al dialogo tra università, scuole, accademie e territorio. La manifestazione accoglie progetti presentati durante l’anno attraverso autocandidature, comprendendo tesi di laurea, attività didattiche, laboratori e workshop. L’iniziativa coinvolge istituzioni formative con competenze differenti. Tra queste figurano il Politecnico di Milano, l’Università per Stranieri di Perugia, l’Accademia di Belle Arti «Pietro Vannucci», l’Università degli Studi di Perugia, NABA Nuova Accademia di Belle Arti e ISIA Roma Design. Le ricerche sono state consultabili negli spazi del complesso francescano, nella Cappella Oddi, e una parte dei risultati sarà presentata sul palco principale sabato 17 ottobre, alle ore 15. I temi affrontati attraversano alcuni dei contesti più complessi della progettazione contemporanea. Tra gli argomenti figurano le architetture destinate alla permanenza degli sfollati ucraini a Leopoli, i progetti legati al ritorno nella Striscia di Gaza, la resilienza urbana e gli interventi nel Global South. Il programma comprende anche ricerche dedicate alla città di Perugia, con l’intento di collegare le conoscenze sviluppate negli ambienti accademici alle esigenze concrete dei territori. La presenza delle istituzioni formative risponde alla volontà di considerare il festival come uno spazio di confronto e restituzione pubblica. Le attività degli studenti e dei ricercatori vengono così inserite in un contesto nel quale il progetto è discusso non soltanto in termini tecnici, ma anche in relazione alle conseguenze sociali e ambientali delle scelte architettoniche. Le esperienze presentate mettono in evidenza il ruolo della formazione interdisciplinare. La progettazione di spazi destinati a popolazioni colpite da conflitti, la riqualificazione urbana e l’adattamento delle città ai cambiamenti richiedono infatti competenze che comprendono architettura, analisi sociale, conoscenza dei materiali e capacità di lavorare con le comunità. Il coinvolgimento delle nuove generazioni permette inoltre di portare nel dibattito prospettive elaborate durante percorsi di studio e sperimentazione. In questo modo, Seed mette in relazione ricerca, didattica e professione, creando un’occasione per condividere risultati che altrimenti resterebbero circoscritti agli ambienti accademici.
Alle ore 16.30 Luca Astorri, cofondatore dello studio AOUMM e docente del Master Design for Development del Politecnico di Milano, presenterà «Il cantiere come scuola. Progetto e comunità». L’intervento ripercorre esperienze nelle quali la costruzione di uno spazio diventa anche un processo di apprendimento e collaborazione con le persone che lo utilizzeranno. Il lavoro sul campo viene considerato una componente sostanziale della progettazione, non una semplice fase esecutiva successiva alla definizione dell’edificio. Tra i casi raccontati figurano la scuola informale realizzata nello slum di Mathare, a Nairobi, il padiglione di Save the Children per Expo Milano 2015, successivamente trasformato in una scuola per rifugiati siriani in Libano, e le esperienze sviluppate in Lesotho. Questi progetti mostrano come le attività di costruzione possano diventare occasioni per condividere competenze, conoscenze pratiche e responsabilità. Il cantiere assume una funzione educativa perché permette di imparare attraverso il lavoro, ma anche di acquisire consapevolezza dalle esperienze delle persone coinvolte. In questa prospettiva, il progetto architettonico non coincide esclusivamente con il risultato materiale. Il processo che porta alla realizzazione di un edificio può contribuire a creare relazioni, rafforzare le capacità locali e favorire la partecipazione delle comunità. Un esempio successivo è rappresentato dal Punto Luce di Save the Children al Gallaratese, a Milano, nominato all’European Union Prize for Contemporary Architecture – Mies van der Rohe Awards 2026. La struttura è descritta come uno spazio educativo per bambini e ragazzi, oltre che come un presidio civico aperto al quartiere. La sua funzione va quindi oltre quella di un edificio destinato ad attività specifiche, perché comprende anche una dimensione sociale e comunitaria. Il contributo di Astorri propone un approccio nel quale architettura e responsabilità sociale sono strettamente connesse. Progettare significa anche riconoscere le capacità delle persone, ascoltare le esigenze del contesto e costruire condizioni affinché uno spazio continui a generare valore dopo la conclusione dei lavori. Il tema si inserisce nel percorso complessivo del festival, che mette in discussione una concezione dell’architettura limitata alla forma e alla funzione. Il processo progettuale viene invece presentato come un’attività capace di produrre conoscenza e favorire la collaborazione tra professionisti e comunità.
Alle ore 17.15 sarà la volta di Lucio Nardi, architetto e docente della Münster School of Architecture, con l’incontro «Apertura e rinuncia. I limiti della coesistenza». Il contributo affronta il rapporto tra persone e spazi condivisi, soffermandosi sulle tensioni che possono emergere quando soggetti diversi cercano di utilizzare lo stesso ambiente. La questione riguarda le condizioni della convivenza e il modo in cui la presenza di alcuni può limitare le possibilità di altri. Nardi propone una riflessione che nasce dalla propria attività professionale e dalle esperienze didattiche sviluppate nei percorsi avanzati della scuola di architettura di Münster, della Vietnamese-German University e della Bauhaus-Universität Weimar. Il lavoro attraversa contesti differenti, comprendendo città, architetture temporanee, un teatro, una fabbrica, parchi e scuole. La varietà degli esempi permette di affrontare il tema della coesistenza attraverso situazioni nelle quali gli spazi assumono significati e funzioni differenti. L’apertura viene interpretata come disponibilità a condividere luoghi e possibilità, mentre la rinuncia richiama la necessità di riconoscere limiti e condizioni che rendono possibile la presenza di più soggetti. La questione riguarda direttamente la progettazione urbana, chiamata a considerare non soltanto chi occupa uno spazio, ma anche chi ne resta escluso o deve adattare le proprie esigenze a quelle altrui. Il confronto si collega alle riflessioni del festival sull’umanità e sul ruolo dell’architettura nella vita collettiva. Le città sono ambienti nei quali si incontrano interessi, abitudini e necessità differenti. Organizzare lo spazio significa quindi affrontare anche le condizioni che permettono una convivenza equilibrata. L’intervento di Nardi amplia il dibattito oltre le soluzioni formali, introducendo una dimensione che riguarda le responsabilità implicite nelle scelte progettuali e nelle modalità di utilizzo degli ambienti.
Alle ore 18 il programma ospiterà Belinda Tato, cofondatrice dello studio Ecosistema Urbano e docente alla Harvard Graduate School of Design. Il suo intervento, intitolato «Urban Social Design. Il comfort climatico come diritto», approfondirà il rapporto tra progettazione urbana, sostenibilità ambientale e giustizia sociale. La prospettiva proposta considera lo spazio pubblico come una risorsa essenziale per il benessere delle persone. Ombra, raffrescamento e possibilità di utilizzare piazze e aree aperte incidono sulla qualità della vita, soprattutto quando le condizioni climatiche rendono difficile trascorrere tempo all’esterno. Da oltre vent’anni, il lavoro di Tato combina ecologia, tecnologia e partecipazione per sviluppare soluzioni che rispondano alle esigenze delle comunità. L’urban social design viene presentato come un metodo capace di mettere in relazione l’innovazione progettuale con l’accessibilità e l’utilità sociale degli interventi. Tra i progetti illustrati figurano gli Air Trees realizzati nel quartiere Vallecas, a Madrid. Queste strutture sono concepite per offrire ombra e contribuire alla creazione di un microclima più confortevole mentre gli alberi piantati nell’area crescono. L’esempio mostra come dispositivi architettonici e vegetazione possano essere integrati per migliorare temporaneamente le condizioni di utilizzo dello spazio pubblico. L’intervento risponde a un’esigenza immediata, ma si inserisce anche in una visione che considera il rapporto tra infrastrutture, ambiente e trasformazione dei quartieri.
Un altro progetto è l‘Energy Carousel di Dordrecht, nei Paesi Bassi, una giostra capace di convertire il movimento prodotto dal gioco dei bambini in energia pulita utilizzata per illuminare la piazza al calare della sera. In questo caso, l’elemento ludico viene collegato alla produzione energetica, integrando attività quotidiane e sperimentazione tecnologica. Il progetto mostra come uno spazio pubblico possa offrire servizi e occasioni di socialità, rendendo comprensibile anche il funzionamento di alcune soluzioni energetiche. Il percorso comprende inoltre aule all’aperto nel campus di Malaga e i dispositivi Polinature e Plantable. Questi esempi illustrano differenti modalità con cui l’architettura può interagire con il paesaggio, favorire l’uso condiviso degli spazi e rispondere alle condizioni ambientali. Un aspetto rilevante del lavoro di Tato riguarda l’apertura delle soluzioni progettuali, anche attraverso approcci open source. La possibilità di condividere conoscenze e strumenti viene considerata un elemento utile per favorire l’adattamento degli interventi a contesti diversi.
A introdurre l’incontro sarà Alessandra Battisti, docente ordinaria di Progettazione ambientale alla Sapienza Università di Roma. Il suo contributo approfondirà il ruolo della progettazione e delle tecnologie di raffrescamento nel contrasto alla povertà energetica e alle disuguaglianze climatiche urbane. Il tema assume particolare rilievo nel quadro della qualità degli spazi pubblici. La disponibilità di luoghi confortevoli e accessibili non riguarda soltanto l’estetica urbana, ma anche la possibilità per persone con esigenze diverse di utilizzare gli ambienti esterni. La progettazione può quindi contribuire a ridurre alcune disuguaglianze, mettendo in relazione le strategie di adattamento ambientale con la dimensione sociale. L’incontro di Perugia si concentra su questa convergenza, mostrando come la qualità climatica degli spazi possa essere considerata una componente del benessere collettivo.
Alle ore 19 Walter Mariotti, filosofo e direttore editoriale di Domus, proporrà un intervento destinato a ricomporre i principali temi emersi durante le giornate di Seed. Il suo contributo si colloca nella parte conclusiva del programma e riprende le questioni affrontate dai protagonisti dell’architettura contemporanea che hanno partecipato al festival, tra cui Søren Pihlmann, Anupama Kundoo e Oskar Norelius. Il percorso degli incontri ha messo a confronto esperienze e approcci diversi, mantenendo come riferimento il tema dell’umanità. Le riflessioni hanno riguardato la trasformazione dei territori, le relazioni sociali, l’accessibilità, la sostenibilità e il ruolo della cultura nei processi di cambiamento. L’intervento di Mariotti precederà la performance di Raffaele Salvoldi, prevista alle ore 19.30, e contribuirà a chiudere il percorso di discussione prima degli ultimi appuntamenti della serata.
Per tutti e quattro i giorni del festival, l’artista e performer Raffaele Salvoldi ha presentato «Build / Unbuild», progetto realizzato in collaborazione con Listone Giordano. L’opera si basa sulla costruzione di strutture composte da piccole tavolette di rovere di Fontaines, sovrapposte senza ricorrere a colle o incastri. Gli elementi vengono assemblati attraverso un procedimento che richiede attenzione all’equilibrio e alla disposizione dei materiali. La performance rende visibile il processo creativo, mostrando come una struttura possa nascere, trasformarsi e infine scomparire. Il lavoro non si concentra esclusivamente sull’oggetto concluso, ma sull’insieme delle operazioni che ne consentono la realizzazione.
Durante il festival, architetti e ospiti hanno potuto osservare l’artista costruire le composizioni all’interno dell’Auditorium San Francesco al Prato. Sabato sera, la performance conclusiva porterà il processo fino alla sua fase finale, con la scomparsa delle strutture attraverso un suggestivo effetto domino. Il gesto di disfare diventa così parte integrante dell’opera. La costruzione non viene considerata un risultato definitivo, ma una fase di un ciclo nel quale materia, equilibrio e movimento sono destinati a cambiare. La scelta di esporre il procedimento anziché soltanto il prodotto finito richiama una riflessione sulla fragilità della bellezza e sulla natura temporanea delle forme. Il pubblico può osservare direttamente la relazione tra il lavoro individuale e il risultato complessivo, cogliendo il ruolo delle singole azioni nell’equilibrio della struttura.
La collaborazione con Listone Giordano lega inoltre la performance al tema del materiale e alle possibilità espressive del legno. L’uso di elementi assemblati senza colle né incastri rende evidente la dipendenza della composizione dalla disposizione dei componenti e dalle condizioni che ne garantiscono la stabilità. L’appuntamento conclude il percorso performativo sviluppato durante le quattro giornate e introduce l’ultimo evento del festival, dedicato a una vicenda scientifica che ha segnato la storia contemporanea.
La conclusione di Seed è prevista alle ore 21 con «La donna della bomba atomica», spettacolo scritto e interpretato da Gabriella Greison, fisica quantistica e divulgatrice. L’appuntamento si svolge con il patrocinio dell’Assemblea legislativa della Regione Umbria. Lo spettacolo è dedicato a Leona Woods, la più giovane scienziata coinvolta nel Progetto Manhattan, il programma di ricerca che portò allo sviluppo della bomba atomica. La rappresentazione intende riportare l’attenzione su una protagonista femminile della storia scientifica del Novecento. La vicenda viene raccontata in prima persona, attraverso un percorso narrativo che ricostruisce il lavoro scientifico e il contesto nel quale si sviluppò il progetto. Il testo teatrale deriva dall’omonimo romanzo pubblicato da Mondadori nel 2024. Greison ha sviluppato la ricerca che sostiene lo spettacolo attraverso un percorso tra luoghi legati alla storia del Progetto Manhattan, da Los Alamos a Chicago, passando per Princeton e Santa Fe.
Leona Woods aveva ventitré anni quando iniziò a lavorare con Enrico Fermi e Robert Oppenheimer. Specializzata nella rilevazione delle particelle e nella misurazione dei neutroni, partecipò al gruppo che realizzò la prima pila atomica. La rappresentazione ricostruisce la sua esperienza professionale e personale, restituendo spazio al contributo di una scienziata la cui vicenda viene presentata come poco ricordata nella narrazione pubblica americana. La storia individuale diventa così uno strumento per affrontare una delle più rilevanti trasformazioni scientifiche del secolo scorso. La struttura dello spettacolo si basa su un flusso narrativo in prima persona, che accompagna il pubblico tra i momenti di entusiasmo della ricerca e le tensioni legate alle conseguenze del progetto. Il racconto non si limita alla dimensione tecnica della scoperta, ma comprende gli effetti che lo sviluppo dell’energia atomica ha prodotto sulla storia umana. La regia è affidata ad Alessio Tagliento, mentre le musiche sono firmate da Francesco Baccini e Michele Cusato. Il risultato è una rappresentazione che unisce divulgazione scientifica e linguaggio teatrale, utilizzando la storia di Woods per riportare al centro una figura femminile impegnata in un passaggio decisivo della ricerca.
La scelta di concludere il festival con questo spettacolo amplia il significato del tema «Umanità». Dopo gli incontri dedicati all’architettura, alle comunità e alla trasformazione dei territori, il programma si sposta sulle responsabilità legate al progresso scientifico e sulle conseguenze delle scelte compiute dagli esseri umani.
Il programma conclusivo è preceduto dalla presentazione, avvenuta venerdì 16 ottobre, del progetto «San Francesco al Prato | Digital Twin», dedicato alla ricostruzione digitale della chiesa e del suo patrimonio storico-artistico. L’iniziativa è stata sviluppata dalla Fondazione Guglielmo Giordano e si inserisce nelle attività legate agli ottocento anni dalla morte di San Francesco. Il progetto è stato introdotto da Andrea Margaritelli, ingegnere e presidente della Fondazione, alla presenza di Marco Pierini, vicesindaco di Perugia e storico dell’arte, Valentina Borgnini, storica dell’arte, e Gianluca Falcinelli, architetto. La ricerca è stata curata da Borgnini e Falcinelli e ha riunito competenze differenti per ricostruire le trasformazioni dell’edificio nel corso del tempo. Il lavoro combina documentazione archivistica, indagini archeologiche, analisi storico-artistiche e modellazione tridimensionale. Il gemello digitale è stato presentato al pubblico come uno strumento per esplorare le diverse fasi storiche della chiesa, ricostruire le modifiche intervenute nel tempo e rendere nuovamente leggibili opere che oggi risultano perdute o disperse. Tra i capolavori collegati alla storia del complesso figurano la Resurrezione di Pietro Perugino, la Pala Baglioni e la Pala degli Oddi di Raffaello. La ricostruzione digitale consente di inserirli in una rappresentazione più ampia del patrimonio storico-artistico associato all’edificio. Il progetto non si limita alla riproduzione virtuale delle forme architettoniche. L’intento è creare uno spazio nel quale documenti, informazioni e ricostruzioni possano essere messi in relazione, facilitando la comprensione delle vicende storiche e delle opere legate alla chiesa. La dimensione digitale viene così utilizzata per rendere accessibili contenuti che, altrimenti, potrebbero risultare difficili da consultare o ricomporre. La possibilità di esplorare le trasformazioni dell’edificio offre una chiave di lettura utile sia per gli studiosi sia per il pubblico interessato al patrimonio culturale. L’iniziativa è coerente con il Piano nazionale di digitalizzazione del patrimonio culturale promosso dal Ministero della Cultura. Tra gli obiettivi indicati figurano l’ampliamento dell’accessibilità, l’interesse di nuovi pubblici verso i beni culturali e la creazione di collegamenti tra informazioni diverse.
Il gemello digitale viene quindi concepito come uno strumento di conoscenza e interpretazione, capace di integrare ricerca storica e tecnologie contemporanee. La presentazione al festival ha permesso di mettere in evidenza il valore della collaborazione tra discipline e il potenziale delle tecnologie digitali per la conservazione e la divulgazione del patrimonio.
La giornata conclusiva riunisce esperienze che affrontano problemi differenti, ma condividono l’attenzione per il rapporto tra progetto e vita collettiva. Dalle politiche per le aree interne alla costruzione di un’Agenda urbana nazionale, il programma mette al centro le condizioni che permettono alle persone di abitare i territori con maggiori opportunità e servizi. Il filo conduttore resta il tema dell’umanità, interpretato attraverso questioni concrete: la possibilità di restare nei territori, la qualità degli ambienti urbani, la partecipazione alle decisioni, l’accesso alla cultura e il ruolo delle conoscenze nella costruzione del futuro.
A Perugia, Seed propone quindi un confronto tra competenze e linguaggi differenti, mettendo in relazione le trasformazioni fisiche degli spazi con le esigenze delle persone che li abitano. Il festival come riporta il comunicato di Danilo Nardoni – termina all’Auditorium San Francesco al Prato con l’obiettivo di tenere insieme riflessione teorica ed esperienze applicate, attraverso un programma che comprende sia le grandi questioni delle politiche territoriali sia gli interventi sviluppati su scala locale.
“Seed. Design Actions for the Future 2026” è promosso dalla Fondazione Guglielmo Giordano e curato dall’Istituto Nazionale di Architettura – IN/ARCH. Il Festival si svolge: con il sostegno di Regione Umbria, Comune di Perugia, Fondazione Perugia e Camera di Commercio dell’Umbria; con il supporto di Listone Giordano, Hyletech e Tecla; in partnership con ABA – Accademia di Belle Arti «Pietro Vannucci» di Perugia, Università degli Studi di Perugia, Università per Stranieri di Perugia, Isia Roma design Italia, PEFC , ISPRA, Edicola 518; con il patrocinio RAI; Media partner Domus.
Per informazioni: Seed 2026. Design Actions for the Future, Perugia, Complesso monumentale di San Francesco al Prato
14–17 ottobre 2026 – Ingresso gratuito
La partecipazione agli incontri dà diritto a crediti formativi professionali per architetti rilasciati dal CNAPPC.
Infopoint Seed 2026
12–17 ottobre 2026 – Perugia, corso Vannucci
Programma completo e aggiornamenti: seed360.org





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