La notte di Sting, 35 anni dopo: da Napoli a Perugia, inseguendo lo stesso sogno [VIDEO]

Trentacinque anni dopo il primo concerto, Sting torna a emozionare. Da Napoli a Perugia, una notte di musica e memoria.

di Antonella Valoroso

 

Il concerto si apre con «Message in a Bottle».

I fan cantano fin dalla prima nota. Intorno a loro, però, si muove un’altra umanità: quella dei presenzialisti con il bicchiere di birra in mano, impegnati in un continuo andirivieni che ha poco a che fare con la musica. Cerco di difendere il mio spazio. Zerocalcare lo chiamerebbe il *cerchio magico*. Missione quasi impossibile.

Accanto a me c’è una signora reduce da un intervento chirurgico. Poco più in là un passeggino, famiglie con bambini, persone che vorrebbero semplicemente ascoltare il concerto. Basterebbe una spinta nel momento sbagliato per trasformare una serata di festa in qualcosa di molto diverso.

Nel frattempo succede di tutto.

Un collega della Rai mi annaffia involontariamente con la sua birra. Qualcuno mi pesta un piede. A qualcun altro lo pesto io. Le scuse si intrecciano agli sbuffi. La pazienza collettiva si assottiglia.

Poi, alle mie spalle, una voce maschile rompe definitivamente gli argini. «Abbiamo pagato 120 euro per vedere un concerto, non per assistere a questo passeggio.»

Partono gli insulti. Qualche spintone. Qualche faccia scura.

Io provo a rimanere concentrata. Devo anche lavorare. Cerco di fare qualche ripresa decente, ma è come filmare in mezzo a una mareggiata. Poi succede una piccola magia.

Mentre Sting intona “Shape of My Heart”, il mio cellulare decide di svenire. Batteria finita.

E improvvisamente mi ritrovo negli anni Novanta.

Niente schermi alzati. Niente influencer. Niente persone che attraversano la platea come anime vaganti alla ricerca del selfie perfetto. Solo occhi rivolti verso il palco.

Per qualche minuto il concerto torna a essere semplicemente un concerto.

Forse, penso, è stato un errore far entrare troppe persone in platea. O forse è soltanto il prezzo che si paga quando l’economia incontra i grandi eventi (come si dice: «È l’economia, bellezza!»).

Eppure continuo a pensare che i fan autentici di King Sting stasera avrebbero meritato un’altra Arena. O almeno una platea meno affollata di corpi in movimento.

Forse chi era seduto sulle gradinate ha visto uno spettacolo migliore. Più lontano. Ma più vero. O forse no. Bisognava essere lì per saperlo.

Intanto la musica continua e, lentamente, le anime vaganti diminuiscono.

Poi arriva “Every Breath You Take». Ed è in quel momento che ricordo di avere, nella borsa da lavoro zaino, anche un iPad.

Sono ufficialmente tornata nel 2026. Per fortuna. Fermi tutti. Bisogna cogliere l’attimo fuggente.

Le luci dell’Arena si abbassano. Migliaia di persone cantano all’unisono. E, quasi per un tacito accordo, l’esercito dei selfie decide di avviarsi verso l’uscita con qualche minuto di anticipo, nella speranza di evitare il traffico.

Alle mie spalle una signora sospira: «Finalmente se ne vanno. Così sentiamo le ultime canzoni in santa pace.»

Ha ragione. Succede proprio così. Arriva»Roxanne”. L’Arena finalmente si ferma. Non vola più una birra. Non si muove più nessuno. Cantano tutti.

E quando Gordon Matthew Thomas Sumner posa il basso, imbraccia la chitarra e si siede per regalare “Fragile”, il concerto cambia ancora una volta pelle. Non c’è più la rockstar.

C’è il professore. Del resto, prima di diventare Sting, Gordon Sumner insegnava davvero. E quella capacità di raccontare, di accompagnare il pubblico dentro ogni canzone senza mai una nota di troppo, non l’ha mai perduta.

Per qualche minuto l’Arena Santa Giuliana diventa un luogo sospeso. Quasi un paradiso. Poi il miracolo finisce. Andate in pace. Io, invece, resto seduta sul mio sgabello.

C’è solo un piccolo rimpianto. Avrei voluto ascoltare almeno una delle due canzoni dedicate alla luna. Siamo in Umbria. La luna c’è. «Sister Moon» splende sopra di noi. Ma lui non la canta.

Il mondo perfetto non esiste. Esistono, però, ottime approssimazioni.

Quando tutto è finito, compare un angelo. Si chiama Giuseppe.

Attacca il mio iPhone alla corrente del service dell’Arena. Il telefono torna a vivere. Anch’io.

Posso finalmente spedire il mio personale «Message in a Bottle» a mio fratello.

Siamo a trentacinque anni di distanza dal Palapartenope. E, stavolta, rimango seduta mentre l’Arena si svuota. Goodbye and goodluck a tutti. Io non mi muovo. Guardo la luna. È ancora il 3 luglio 2026. Questa è Umbria Jazz e King Sting è tornato fra gli dei.

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