Carne malata, il prezzo del nostro piatto

Carne malata, il prezzo del nostro piatto

Gli italiani stanno voltando le spalle ai banconi delle macellerie

di Sauro Presenzini
L’era della carne “a ogni costo” sta finendo. Non è solo una questione di dieta, è una rivolta silenziosa nel carrello della spesa. I dati del 2024 parlano chiaro: gli italiani stanno voltando le spalle ai banconi delle macellerie con un calo record del 12%. Ma è sulle carni rosse che si consuma il vero divorzio: un -37% che segna il tramonto di un modello industriale ormai indifendibile.

Dimenticate il pollo ruspante dei nonni.

Oggi il re della grande distribuzione è il pollo Broiler, un mostro genetico progettato in laboratorio per crescere quattro volte più velocemente del normale. Tra impatti ambientali, modelli alimentari e interessi economici globali, emerge un sistema poco sostenibile e difficile da giustificare: l’allevamento industrializzato della carne. Il minor consumo di carne in Italia, accertato statisticamente, indica in maniera irreversibile, la direzione cui il consumatore è diretto, avendo egli oggi acquisito quella consapevolezza ormai chiara ed inequivoca, ovvero ridurre il consumo di carne, senza eliminarla del tutto. Il minor consumo di carne, oggi consentirebbe quindi di passare senza traumi dagli allevamenti industriali intensivi, agli allevamenti estensivi che non “torturano” quotidianamente gli animali per rincorrere la crescita ad ogni costo. Molto meglio quindi oggi, preferire carne di qualità, piuttosto che carne in quantità, allevata quest’ultima con metodi esclusivamente utilitaristici: pompata artificiosamente per crescere più in fretta, stressata, imbottita di anabolizzanti, ormoni della crescita, antibiotici, coloranti e ogni altro cocktail chimico di laboratorio, che non ha nulla di rassicurante per la salute del consumatore.

Crollano i consumi, esplodono le patologie animali. Viaggio nel sistema che di fatto, ha trasformato il cibo in un cocktail chimico.

L’allevamento intensivo di animali, etico, è oggi un ossimoro, nel pensiero comune, il concetto di benessere animale oggi prevale e il tema ricorrente, porta ad interrogarci sulla ragione dell’esistenza di questi allevamenti. Al netto dei danni ambientali e sanitari che tale tipo di industrializzazione della carne generano, anche senza voler esaminare l’ipotesi vegana, la dieta mediterranea consentirebbe all’Europa di coprire i propri fabbisogni alimentari in proteine di origine animale, uscendo dalle produzioni intensive sia dell’agricoltura che della zootecnia e riducendo per di più le importazioni di cereali da Paesi terzi. Il 70% della superficie agricola dell’Unione europea è oggi destinata a produrre mangime e foraggio per gli animali invece che cibo per le persone (Fonte: Greenpeace).

Il pollo “FRANKENSTEIN”, una carne malata.

Di fatto, oggi, a nutrire il 70% della popolazione mondiale non sono le grandi aziende di agricoltura intensiva, ma i piccoli produttori, anche volendo non considerare un cambio di regime alimentare, animali abnormi come i “polli broilers” a rapida crescita (che pesano quattro volte i polli dei nostri nonni), faticano a camminare e a rialzarsi.

Secondo quanto riporta Animal Equality, i polli sono gli animali terrestri più sfruttati del pianeta. Il fenomeno degli allevamenti intensivi ha creato delle vere e proprie distorsioni, come quella dei polli broiler, la cui crescita viene “forzata” in maniera del tutto innaturale, causando diverse conseguenze: una di queste è proprio il fenomeno del white striping, ovvero la formazione di strisce bianche sulla carne, di fatto strisce di grasso.

Queste miopatie paiono associate a una crescita veloce e a soggetti più pesanti: si tratta di fenomeni correlati alla velocità di crescita a un’età specifica e non solo al peso in assoluto. Il petto legnoso sarebbe la conseguenza di un disturbo metabolico caratterizzato da un accumulo anomalo di grasso nel tessuto muscolare del petto: sebbene non dannoso per l’uomo, rende la carne dura e sgradevole da consumare: il muscolo a spaghetti.

I costi nascosti

Se in Europa, grazie alle avanzate normative, le emissioni di gas climalteranti legate agli allevamenti sono del 7,1%, in quel resto del mondo che oggi non vogliamo vedere e sapere, solo per egoismo, è da tempo ormai avviato un processo di esternalizzazione dei problemi. Un business le cui brutture mascheriamo in capannoni per lo più chiusi e isolati, o riversiamo sugli altri con l’esternalizzazione in altri Paesi. Si pesca il pesce in Senegal, si preleva il krill in Antartide per i nostri impianti di acquacoltura, si coltivano soia, mais e grano OGM in Brasile, Botswana, Malawi, Mozambico, Tanzania ed Etiopia per i nostri allevamenti, molto spesso con agrofarmaci e pesticidi vietati in Europa per la loro tossicità, ma che esportiamo a casa loro a nostro esclusivo beneficio economico. E per tutto questo si deforesta e si esauriscono gli oceani. Mentre prima sulle terre e nel mare, vivevano intere famiglie, ora provvede un solo trattore, un solo peschereccio – senza alcun vantaggio per le popolazioni locali, che si impoveriscono ed emigrano. Se i nostri occhi avessero voglia di vedere, le nostre coscienze non si ribellerebbero?

Rendere invisibile il prezzo del nostro benessere è necessario a proteggere la nostra ricchezza

Rendere invisibile la sofferenza animale e il disastro ambientale è l’unico modo che il sistema ha, per proteggere i propri profitti. Ma il consumatore ha aperto gli occhi, la domanda non è più “quanto costa quella carne?”, ma qual è il vero prezzo che stiamo ormai pagando al nostro futuro e alla nostra salute?

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