Dai miracoli anni ’70 al ritorno in Serie A del 1998
Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, il calcio italiano visse il ritorno in massima serie di una squadra umbra che già negli anni Settanta aveva lasciato un segno profondo nella storia del pallone: il Perugia Calcio. Una società che, sotto la guida del presidente Franco D’Attoma e dell’allenatore Ilario Castagner, divenne simbolo di un calcio solido e sorprendente, capace di sfidare le grandi potenze della Serie A con mezzi modesti ma idee chiare e un’identità fortissima.
di Marcello Migliosi
Fu nella stagione 1978-79 che il Perugia scrisse la sua pagina più luminosa, chiudendo il campionato imbattuto, un record che ancora oggi resiste come impresa irripetuta nel calcio italiano. La squadra biancorossa, formata da uomini come Renato Curi e Paolo Solier, espressione autentica di un calcio popolare e romantico, chiuse al secondo posto dietro il Milan, tre soli punti a separare un sogno dalla leggenda.
Quel Perugia “dei miracoli” si spense negli anni successivi, ma lasciò un’eredità profonda, un filo di appartenenza che riaffiorò a distanza di quindici anni grazie all’arrivo di un presidente tanto controverso quanto visionario: Luciano Gaucci.
Era il 7 novembre 1991 quando l’imprenditore romano rilevò il club, allora in difficoltà e invischiato nei campionati minori. Con la sua energia travolgente, Gaucci impresse una svolta netta: dichiarò sin da subito la volontà di riportare il Perugia ai vertici del calcio nazionale. L’acquisto clamoroso di Giuseppe Dossena, appena scudettato con la Sampdoria, fu il segnale evidente di un progetto ambizioso.
Nonostante le turbolenze tecniche e societarie, la squadra mostrò subito una competitività inedita. Nel campionato 1991-92 i biancorossi sfiorarono la promozione, fermandosi a un solo punto dal traguardo. L’anno successivo, con Walter Novellino prima e di nuovo Castagner poi, il Grifo centrò sul campo la salita in Serie B, ma un caso di illecito sportivo ne vanificò l’impresa.
Il cosiddetto “caso Senz’Acqua”, in cui emerse un intreccio fra calcio e ippica con il presidente coinvolto nella cessione sospetta di un cavallo a un arbitro, costò a Gaucci una squalifica e la mancata promozione. Tuttavia, la stagione seguente fu quella della riscossa. Con Castagner in panchina, il Perugia vinse con merito il girone B di Serie C1, tornando tra i cadetti dopo otto anni.
Da lì cominciò la scalata. Nel 1994-95 il club si riaffacciò alla Serie B, costruendo una squadra solida, trascinata dal bomber Giovanni Cornacchini, autore di venti reti. I rapporti tra lui e il presidente furono però turbolenti: Gaucci, uomo dalle decisioni fulminee, mal tollerava le ribellioni interne. Dopo un celebre caso disciplinare, Cornacchini rispose con una storica quaterna al Como, ma la rottura era ormai insanabile. Pochi mesi dopo, l’attaccante fu ceduto al Bologna.
Nel 1995-96 il testimone passò a un gruppo nuovo, animato da giovani promesse come Marco Materazzi, Federico Giunti e Gennaro Gattuso. Il tecnico Walter Novellino condusse il gruppo solo fino a settembre, poi arrivarono Giannattasio e infine Giovanni Galeone, che seppe trovare la chiave tattica giusta. Nel girone di ritorno il Perugia divenne una macchina perfetta: quattro vittorie consecutive in aprile e il terzo posto finale sancirono la promozione in Serie A, quindici anni dopo l’ultima apparizione.
Il ritorno tra i grandi nella stagione 1996-97 fu esaltante e difficile insieme. La squadra, rinnovata con innesti come Rapaić, Pizzi e Gautieri, mostrò subito un calcio piacevole, ma presto il rapporto tra Galeone e Gaucci degenerò. Due personalità forti, due protagonisti assoluti incapaci di convivere. L’esonero di Galeone segnò la fine della stabilità e il Perugia retrocesse all’ultima giornata dopo uno scontro diretto col Piacenza.
Il club, però, non si arrese. Nel 1997-98, dopo una girandola di allenatori e un calciomercato turbolento, Gaucci richiamò ancora Castagner, il tecnico dei tempi d’oro. Con lui in panchina, gli umbri trovarono ritmo, gioco e determinazione. L’asse formato da Milan Rapaić e Sandro Tovalieri divenne decisivo nel finale di stagione. Dopo un esaltante testa a testa con il Torino, la promozione si decise ai rigori nello spareggio di Reggio Emilia: Dorigo fallì dal dischetto per i granata, e il Perugia poté tornare in Serie A.
Era il 21 giugno 1998: il Grifo risorgeva definitivamente, riportando entusiasmo, identità e orgoglio a una piazza che non aveva mai smesso di credere nella propria squadra.
L’era Gaucci, con le sue luci e ombre, segnò un’epoca di rilancio e coraggio, di scelte spesso discutibili ma animate da una visione di grandezza. Nei sei anni successivi, fino al 2004, il Perugia divenne un simbolo di imprevedibilità, capace di alternare colpi di genio a momenti di caos, ma sempre restando fedele al proprio spirito combattivo.
Fu l’epoca di Materazzi, Nakata, Miccoli e Ze Maria, ma anche dei contrasti, delle scommesse e delle intuizioni. Un calcio fatto di passione, di presidenti vulcanici e di allenatori capaci di plasmare gruppi indomiti. Il filo conduttore, da Castagner a Gaucci, restò lo stesso: la volontà ostinata di sfidare il destino, riportando il nome di Perugia tra le grandi. Poi scriveremo un’altra storia….

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