Aggressione verbale al direttore di Umbria Journal, Progetto Fontivegge prende le difese

Aggressione verbale al direttore di Umbria Journal, Progetto Fontivegge prende le difese

Aggressione verbale al direttore di Umbria Journal, Progetto Fontivegge prende le difese

da Progetto Fontivegge
Con l’incontro di ieri, sabato 30 novembre, si chiudono le attività pubbliche di Progetto Fontivegge per il 2019. Si è trattato di un anno intenso, denso di iniziative, pubbliche e “private”, finalizzate a denunciare problemi, proporre soluzioni ed avanzare idee per la rinascita del quartiere. L’attenzione mediatica sulle nostre attività, grazie alla risonanza del nostro gruppo Facebook, è andata crescendo di pari passo con l’incisività che Progetto Fontivegge è riuscito ad esercitare sulla politica locale, e non solo. Fuori dalle logiche dei partiti, aperti al dialogo a 360 gradi con tutti gli interlocutori istituzionali, siamo riusciti a portare all’attenzione generale non solo fatti gravi del momento ma anche fonti di degrado e opportunità non sfruttate, altrimenti dimenticate o ignorate.

Questo è stato possibile soltanto attraverso una costante e capillare opera di controllo del territorio, realizzata nel (poco) tempo libero a disposizione di ognuno di noi, dopo il lavoro o gli impegni personali quotidiani, finalizzata a documentare con precisione tutto ciò che nei casi specifici ledeva l’integrità del quartiere: cumuli di rifiuti abbandonati, stabili fatiscenti, punti di spaccio o prostituzione, locazioni in sovrannumero, aree scarsamente illuminate, degrado del verde pubblico, marciapiedi danneggiati, strade dissestate o altro genere di barriere architettoniche.

Abbiamo sempre realisticamente rimarcato che Fontivegge non è un “piccolo Bronx” (o quello che si intendeva un tempo con questo toponimo), circostanziando i problemi e riconducendoli alla dimensione urbana di un capoluogo del Centro Italia, che non supera i 170.000 abitanti. Non siamo, insomma, né a Scampia né allo Zen. Ci mancherebbe altro. Non sarebbe giusto alimentare una narrazione iperbolica che rischierebbe soltanto di fornire un’immagine distorta di Fontivegge, danneggiandone la reputazione oltre i suoi stessi demeriti, con tutto quello che ne conseguirebbe in termini di ulteriore impatto sugli immobili, già fortemente colpiti dalla pesante svalutazione degli ultimi quindici anni.

Eppure, il lungo corso, ormai venticinquennale, del degrado di questo quartiere ha creato le condizioni affinché una vasta rete di piccoli criminali e personalità border-line potesse ramificarsi nel tempo rendendo difficile la vita dei residenti, dei commercianti e degli operatori. Non possiamo nasconderlo, non dobbiamo farlo. Pensare di risolvere i problemi fingendo che non ci siano o che possano essere messi in secondo piano sposterebbe soltanto la proverbiale polvere sotto il tappeto, accumulandola fin quando non tracimasse di nuovo invadendo la stanza.

Non possiamo chiudere gli occhi, per esempio, di fronte agli intrecci di interessi tra taluni proprietari non-residenti senza troppi scrupoli e certe associazioni dedite alla cosiddetta “accoglienza”: intrecci che stanno distruggendo numerosi palazzi, consegnandoli al degrado più totale, e che stanno condizionando la vita dei condomìni circostanti. Non possiamo chiudere gli occhi di fronte alle quotidiane attività di spaccio in alcuni precisi punti del quartiere, in particolare tra Piazza Vittorio Veneto e il Parco della Verbanella.

Non possiamo chiudere gli occhi di fronte all’incuria delle aree verdi o delle aree pedonali, in un quartiere dove – principalmente per ragioni legate alla famigerata spending review, ce ne rendiamo conto – è sempre più raro osservare la manovalanza degli enti pubblici al lavoro come invece avveniva in passato.
In questo senso, per noi, la stampa ha sempre costituito un prezioso “alleato”, pur avendo ben presenti le dovute distinzioni dei ruoli e dei rispettivi interessi tra chi vive quotidianamente il disagio e chi deve raccontare questo disagio sulle pagine – cartacee o digitali – della propria testata di appartenenza.

Per questo vogliamo precisare che non condividiamo in alcun modo l’attacco sferrato ieri da una parte del pubblico presente contro la stampa locale, ed in particolare Marcello Migliosi ed il suo “Umbria Journal”, accusati di alimentare una descrizione morbosa dei fatti criminosi che metterebbe in cattiva luce il quartiere.

Rispettiamo le opinioni di tutti e, come ampiamente dimostrato, garantiamo a chiunque la possibilità di esprimersi in occasione dei nostri incontri pubblici ma riteniamo del tutto ingeneroso puntare il dito – quasi fosse corresponsabile del degrado del quartiere – contro un giornalista che, pur lecitamente criticabile, è tra i pochi ad essere sempre fisicamente presente ai nostri appuntamenti, ivi incluso il dibattito di ieri, garantendo diretta social e copertura mediatica.

Prendiamo atto che questo tipo di critiche, sparute ma continue ed ormai abituali, condite da assurde minacce di denuncia per “diffamazione del quartiere” nei confronti nostri e di alcuni non meglio specificati giornalisti locali, provengono da un preciso isolato urbano che, evidentemente, vive una situazione molto diversa dalla nostra. Probabilmente, al di là della ferrovia – e ce ne scusiamo se non lo abbiamo percepito prima – le condizioni di vita devono essere notevolmente migliorate.

Di qua, invece, la situazione è rimasta la stessa di dieci o quindici anni fa, in alcuni casi è addirittura peggiorata. Per questo, a volte, la “rabbia sociale” può avere la meglio, costringendoci a denunciare – anche attraverso foto o video “forti”, se necessario – ciò che altrimenti rimarrebbe sotto traccia, nell’indifferenza generale, restando del tutto ignorato dalle istituzioni.

Potremmo cassare certi post più “crudi”? Sì. Lo faremo se lo riterremo opportuno, avendo maggiore accortezza di non ingenerare eccessivo allarmismo o sensazionalismo. Ma questo non può né deve significare abdicare alla ragione del nostro comitato, autocondannarci all’omertà e fingere pubblicamente che tutto proceda bene soltanto perché un cespuglio è stato tagliato, un lampione è stato sostituito o un appartamento è stato venduto. Con questo approccio e di questo passo, se mai vedremo la situazione cambiare radicalmente sarà quando i ventenni di oggi avranno la dentiera.

Relativamente alla nostra storia locale, la situazione di Fontivegge resta grave. Nella nostra città (come in tutta l’Umbria), la criminalità organizzata e la violenza diffusa erano fenomeni praticamente sconosciuti prima che la “nuova epoca” della Seconda Repubblica ci servisse l’amaro calice di un’immigrazione incontrollata, di una politica non di rado piegata ai grandi interessi immobiliari e di una generale precarietà della vita. Con questi occhi, dunque, giudichiamo il quartiere tra ciò che era e ciò che è. La percezione può distorcere la realtà, certamente, ma in questo caso ne è il perfetto specchio.


Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*


Solve : *
26 − 24 =