Declino annunciato ma nessuna alternativa credibile all’orizzonte
Il politologo Alessandro Campi, docente all’Università di Perugia, torna a intervenire sullo stato attuale del pensiero occidentale con una riflessione lucida e provocatoria sulla sorte dello Stato nazionale. A suo avviso, tra i tanti “declini” preconizzati da filosofi e intellettuali – dalla civiltà alla famiglia, dalla modernità al soggetto – la fine dello Stato sovrano viene oggi data quasi per scontata, senza che se ne discuta realmente la funzione insostituibile.
Campi evidenzia come l’ossessione per il tramonto delle strutture tradizionali – che riguarda ogni forma di autorità, di appartenenza e di mediazione – si accompagni a una sorprendente assenza di proposte alternative. L’elenco delle “morti annunciate” è lungo, ma mai come oggi il bersaglio sembra essere proprio lo Stato: accusato di inefficienza, anacronismo, oppressione. Eppure, osserva Campi, tanti dei suoi critici non offrono visioni credibili per ciò che dovrebbe rimpiazzarlo.
La crisi dello Stato nazionale viene spesso attribuita alla globalizzazione, alla nascita di organismi sovranazionali, alla consapevolezza crescente di un mondo senza confini. Tuttavia, il professor Campi sottolinea che lo Stato resta centrale per comprendere la politica e la storia attuali. Dai marxisti agli anarco-liberisti, dai fautori dell’autogestione ai teorici del diritto globale, molti ne hanno denunciato il carattere repressivo e burocratico. Ma dietro la sua “freddezza” si nasconde ancora la più efficace forma di organizzazione del potere che la modernità abbia conosciuto.
Il politologo mette in guardia dall’idea che lo Stato sia solo un apparato svuotato di legittimità, incapace di rappresentare i cittadini e di regolare le dinamiche sociali. Piuttosto, la sua crisi attuale – afferma – è conseguenza di un degrado del pensiero politico e del venir meno di una visione etica condivisa. Lo Stato, privato del senso di missione, finisce per generare classi dirigenti ciniche e scollegate dal corpo sociale.
La riflessione di Campi entra poi nel merito delle contraddizioni geopolitiche contemporanee. Come è possibile, si chiede, rivendicare il diritto degli ucraini alla sovranità contro l’aggressione russa, o sostenere i palestinesi nella loro aspirazione a uno Stato, mentre in Europa si afferma che la sovranità nazionale non abbia più alcun valore? Si tratta di un cortocircuito concettuale evidente, che mina le basi stesse del principio di autodeterminazione.
Lo Stato, pur tra mille limiti, è ancora il solo attore in grado di garantire protezione ai cittadini, distribuire risorse, regolare conflitti. Non si tratta di idealizzarlo, precisa Campi, ma di riconoscerne il ruolo insostituibile in un mondo che non ha ancora sviluppato strutture alternative all’altezza. Anzi, nel vuoto lasciato da uno Stato disconosciuto rischia di tornare a imporsi la logica della forza, la “clava”, come la chiama Campi.
Anche la diplomazia, forma suprema dello Stato moderno, viene oggi svilita o ignorata. Considerata una reliquia del passato, viene spesso soppiantata da approcci impulsivi e muscolari alle crisi internazionali. Eppure, senza la cornice dello Stato, anche la diplomazia perde forza, autorità e senso. Siamo così entrati, osserva Campi, in una fase in cui il venir meno delle regole condivise alimenta conflitti incontrollabili e privi di soluzioni negoziate.
L’accusa più comune allo Stato moderno è quella di inefficienza. Ma il politologo umbro ribadisce che nessun altro attore è oggi in grado di svolgere i suoi compiti fondamentali: garantire la sicurezza interna, redistribuire la ricchezza, difendere i più deboli, mantenere la coesione sociale. Le piattaforme digitali, le multinazionali, le ONG, i consessi sovranazionali non hanno né la legittimità democratica né i mezzi concreti per assumere queste responsabilità.
Campi invita quindi a distinguere tra scomparsa e trasformazione dello Stato nazionale. È chiaro, riconosce, che la forma che ha assunto nel Novecento non è più adeguata alle nuove sfide. Ma da qui a ipotizzarne la scomparsa totale – come molti fanno con leggerezza – il passo è lungo e, soprattutto, profondamente irrealistico.
Secondo il professore, la vera sfida è far funzionare lo Stato, rinnovandolo. Rafforzare le sue strutture senza appesantirle, modernizzare la pubblica amministrazione, recuperare il principio del bene comune, ristabilire un legame virtuoso tra governanti e governati. È solo attraverso questa rigenerazione che lo Stato potrà rispondere con efficacia alle trasformazioni sociali e tecnologiche in atto.
Lo Stato nazionale, come lo conosciamo, cambierà: non per dissolversi, ma per adattarsi, come ha sempre fatto nella sua lunga storia. E sarà proprio dalla sua capacità di mutare restando fedele ai suoi compiti originari – protezione, rappresentanza, legalità – che dipenderà il futuro dell’ordine politico.
Campi rifiuta la visione apocalittica e improduttiva dei “profeti del declino”. Il loro rifiuto dello Stato si accompagna, nota, a un’incapacità di immaginare nuovi ordini stabili e legittimi. Senza lo Stato, infatti, non si dà cittadinanza, non si dà giustizia, non si dà libertà. E nel tempo della paura e dell’incertezza, l’alternativa al ritorno dello Stato non è la pace cosmopolita, ma la guerra di tutti contro tutti.
La conclusione dell’analisi di Alessandro Campi è tanto semplice quanto radicale: nell’attesa che emerga un ordine più giusto e razionale, vale la pena continuare a credere nello Stato nazionale. Non come reliquia del passato, ma come infrastruttura indispensabile per affrontare il futuro. Un futuro che, senza di esso, rischia di diventare ingestibile.
Lo Stato resta oggi, come ieri, la più potente difesa contro l’arbitrio, l’instabilità e la paura. Smantellarlo senza alternative solide non è progresso: è incoscienza politica.

Una delle osservazioni del prof. Campi che ritengo molto importante, in particolare in questo periodo, è che “tanti dei critici dello Stato non offrono visioni credibili per ciò che dovrebbe rimpiazzarlo”.
E’ una realtà che possiamo osservare quasi quotidianamente negli interventi di tanti politici (o pseudo tali) che sanno solo criticare, ma non sanno poi proporre alternative.