Sentenza Corte dei conti: 962 ore non lavorate ma pagate
Primario ruba ore – La Corte dei conti ha condannato un medico, già dirigente di una struttura complessa dell’ospedale San Matteo degli Infermi di Spoleto, per aver indebitamente dichiarato quasi mille ore di lavoro mai svolte tra il 2018 e il 2021. Il professionista avrebbe utilizzato in modo improprio il badge elettronico, attestando come ore di servizio anche quelle trascorse nel tragitto casa-lavoro, tra Terni e le sedi sanitarie di Spoleto, Norcia, Cascia e Foligno.
video AI, dimostrativo
Le indagini, scrive il Messaggero Umbria online, affidate alla Guardia di Finanza di Spoleto, avrebbero documentato una condotta sistematica: 862 ore e 9 minuti segnati come missione ma coincidenti con gli spostamenti abituali tra il domicilio e l’ospedale. A queste si aggiungono altre 100 ore e 6 minuti, rilevate incrociando le timbrature con i dati dei tabulati telefonici del medico, ricostruiti attraverso l’aggancio alle celle delle reti mobili nel biennio 2020-2021.
Secondo la procura contabile, il danno complessivo arrecato all’Asl Umbria 2 ammonterebbe a 111.451,70 euro, suddivisi in tre voci: 69.657,31 euro per retribuzioni incassate senza aver lavorato le ore dichiarate, 6.965,73 euro per il disservizio causato e 34.828,66 euro per danno d’immagine all’Azienda sanitaria.
Primario ruba ore
Il dirigente sanitario, difeso dagli avvocati Marco Cavallari, Francesco Ciacciolini e Gaetano Catapano, scrive il quotidiano, ha chiesto di essere giudicato con rito abbreviato. Inizialmente aveva offerto un risarcimento di circa 56mila euro, ritenuto però non sufficiente dalla procura. Solo dopo aver aumentato l’offerta fino all’importo integrale calcolato per le ore fittizie – 69.657,31 euro – e averlo versato in un’unica soluzione nel marzo 2025, la Corte ha dato corso alla chiusura del procedimento, aggiungendo 250 euro di spese legali.
Il processo contabile si è concluso il 16 luglio con la sentenza della sezione giurisdizionale della Corte dei conti, presieduta da Giuseppe De Rosa, che ha accolto la ricostruzione fornita dalla procura diretta da Antonietta Bussi. La sentenza evidenzia come la timbratura fraudolenta sia stata finalizzata a simulare una presenza lavorativa mai verificatasi, alterando il vincolo contrattuale e compromettendo il corretto funzionamento del servizio pubblico.
Il caso avrebbe avuto anche risvolti penali: inizialmente aperto un fascicolo d’inchiesta, successivamente archiviato, e un procedimento disciplinare interno che si è chiuso con una sospensione di dieci giorni dal servizio per il medico coinvolto. Tuttavia, è stata la giurisdizione contabile a quantificare in modo puntuale l’ammontare economico del danno provocato, accertando una violazione del sinallagma contrattuale tra presenza e retribuzione.
Nonostante la difesa abbia sottolineato che le timbrature non avevano generato profitti illeciti extra oltre agli obiettivi contrattuali, la Corte ha valutato che l’uso sistematico del badge per coprire spostamenti privati e non missioni reali costituisse un comportamento lesivo per l’ente pubblico.
Il giudizio finale fissa il risarcimento dovuto in 69.657,31 euro, somma che il professionista ha provveduto a versare prima della pronuncia, con la riduzione di una parte dei danni inizialmente contestati. Resta confermata la responsabilità amministrativa per aver fatto figurare centinaia di ore come lavorative, pur non essendo mai state effettivamente prestate.
– 100 ore e 6 minuti: da tabulati telefonici

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