‘Ndrangheta: 77 indagati e 27 sequestri fatture false, c’è anche l’Umbria
‘Ndrangheta – Per abbattere il carico fiscale si avvalevano di fatture false – per un ammontare complessivo di 13,4 milioni di euro e 3,7 milioni di evasione in danno dell’Erario – emesse da otto società cosiddette ‘cartiere‘ riconducibili a soggetti ritenuti intranei o contigui alla ‘**ndrangheta emiliana’. Di questo sono accusate 77 persone tra imprenditori e titolari di aziende di svariati settori – dall’edilizia all’alimentare (in particolare ditte di carni) – per la maggior parte insospettabili e incensurate, finite nel registro degli indagati della pm Beatrice Ronchi della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna che coordina l’inchiesta condotta dalla squadra mobile della questura di Reggio Emilia e dalla guardia di finanza reggiana.
Polizia di Stato e Fiamme Gialle hanno dato esecuzione a 27 misure cautelari reali con un sequestro per equivalente di 2,5 milioni di euro emesse dal gip del tribunale di Bologna, ma anche conti bloccati e perquisizioni. Di queste, 15 sono state messe a segno a Reggio Emilia e provincia, dove ha base il locale sodalizio della criminalità organizzata, 4 a Modena e provincia, tre a Parma, due a Mantova e Ferrara, uno a Forlì, Lodi, Pisa, Perugia, Torino e Verona, città nelle quali operavano le aziende che traevano profitto dalle operazioni inesistenti.
Perugino, anche se nato a Firenze. Cinquantotto anni e titolare di una società che si occupa di «servizi alla persona». Questo l’identikit di un imprenditore accusato di aver movimentato un giro di fatture false con due personaggi di Reggio Emilia considerati esponenti della ndrangheta in Emilia.
In pratica, secondo quanto ricostruito dalle fiamme gialle, ci sarebbe stato un vero e proprio mercato di servizi offerti dalla cosca Grande Aracri alle aziende per evadere le tasse, cioè le fatture per operazioni inesistenti.
Lo schema delineato è quello di un prezzo per ogni fattura attraverso società cartiere (cioè produttrici di fatture false) che poi sarebbero servite agli imprenditori, tra cui il perugino indagato e nei confronti del quale è scattato un sequestro per 148mila euro, per dimostrare al fisco operazioni inesistenti e recuperare l’Iva. Nel dettaglio, il perugino 58enne si sarebbe servito di almeno quattro società riconducibili direttamente a Muto per ottenere queste fatture false.
È il seguito dell’operazione ‘Perseverance‘ che nel 2021 aveva portato all’arrestato di otto persone e a 22 condanne di primo grado, in abbreviato. Se nella prima tranche gli inquirenti avevano stroncato chi emetteva le fatture false aggravate dal metodo mafioso (dalle intercettazioni emersero minacce e violenze come la pianificazione di “gambizzare o gettare acido“) arrivando ad ottenere anche la confisca delle ‘cartiere’, in questo secondo filone sono stati coloro che hanno beneficiato delle operazioni fiscali. Gli odierni indagati sono accusati di fatture false e altri reati di natura fiscale, ma non è stata contestata – almeno per il momento – l’aggravante mafiosa seppur l’inchiesta sia comunque condotta dalla Dda per il contesto criminale.




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