Cinghiali, l’allarme di CIA Umbria: tra pochi anni niente più campi coltivati a mais 🔴Video



Cinghiali, l’allarme di CIA Umbria: tra pochi anni niente più campi coltivati a mais

Tra un paio d’anni non avremo più colture da granella in Umbria: questo l’allarme lanciato da Cia-Agricoltori Italiani dell’Umbria in merito all’emergenza cinghiali. C’è chi è stato costretto ad abbandonare ormai la produzione di mais, sorgo e girasole da qualche anno; a sostenere le spese della recinzione elettrica per salvare il nocciolo e, infine, a vedere distrutto l’intero campo appena seminato a grano duro. Sono solo le ultime segnalazioni che ci arrivano dagli imprenditori agricoli associati del territorio regionale, che si trovano a fronteggiare i danni sempre più ingenti della fauna selvatica, cinghiali in primis. Una condizione che trova riscontro anche negli ultimi dati pubblicati da Italmopa, l’Associazione Industriali Mugnai d’Italia, secondo cui anche quest’anno il calo nella produzione di grano duro italiano è del 10%, ragion per cui se utilizzassimo solo la produzione italiana, troveremmo la pasta in vendita solo quattro mesi all’anno.


da Emanuela De Pinto
Ufficio Stampa Cia Umbria


“Purtroppo abbiamo perso tutto il lavoro di semina per il grano duro – riferisce Stefano Belvisi di Tenute del Cerro, nell’area di Umbertide –. Prima i cinghiali hanno devastato 3 ettari, poi sono tornati per completare il danno sui 9 ettari in totale. Mai come quest’anno ci troviamo a subire perdite così forti e ad affrontare spese così alte per poter continuare a fare il nostro mestiere, a causa di una cattiva gestione dell’emergenza cinghiali, che sono ormai ovunque e in numero sempre maggiore”.

“In un anno, nella mia zona – dichiara Mirco Pieravanti dell’omonima Azienda agricola situata al confine con la Toscana, a Panicarola, zona Lago Trasimeno – i cinghiali sono più che raddoppiati. Me ne accorgo dalle volte, troppe, in cui trovo i campi coltivati a granella devastati. In questo 2021 il danno da mancata produzione sarà di circa 10mila euro e i risarcimenti che arrivano attraverso le domande che presentiamo puntualmente alla Regione riescono a coprire, quando va bene, solo il 50% delle spese. È una perdita continua, anno dopo anno. E – conclude Pieravanti – per chi come me vive di agricoltura, perché è la prima professione e non solo un hobby o un secondo lavoro, la situazione è drammatica”.

Come associazione di categoria non possiamo che raccogliere queste segnalazioni allarmanti chiedendo agli enti preposti al contenimento un maggiore sforzo per far tornare la situazione alla normalità. Evidentemente, infatti, le battute di caccia autorizzate non portano i risultati sperati. Critica risulta essere anche la situazione in zona lago, come si vede chiaramente in un video girato da un produttore di Tuoro, in cui circa 40 cinghiali sfrecciano su un campo in pieno giorno. A rischio, in quelle zone, sono le coltivazioni presidio Slow Food, come la ‘Fagiolina del Trasimeno’.

È stata una battaglia vinta da Cia Umbria con la Regione avere aperto da quest’anno la caccia di selezione anche al cinghiale e non più solo per daini, caprioli e cervi. Questo tipo di caccia, infatti, può essere praticata anche sulle pianure, in base a un censimento che il cacciatore di selezione è obbligato a redigere rispetto a un determinato terreno. L’obiettivo è riuscire ad avere una mappatura abbastanza fedele del numero e della posizione dei cinghiali in Umbria, così da coordinare al meglio il contenimento. Come Cia Umbria, inoltre, volgiamo rivolgere adesso un appello agli agricoltori ad avvalersi delle trappole in comodato d’uso messe a disposizione dalla Regione, che possono essere posizionate anche nelle aree protette dove, per legge, non si possono autorizzare battute di caccia. Abbiamo infatti contributo alla realizzazione della normativa per il trappolamento all’interno dei fondi, con regole precise.

“Il trappolamento implica però il problema di cosa fare della carcassa dell’animale – sottolinea Matteo Bartolini, presidente Cia Umbria – Per questo stiamo lavorando anche sulla filiera della carne di cinghiale con i mattatoi autorizzati, per distribuirla sul libero mercato. Già oggi gli agricoltori che catturano un cinghiale e vogliono trarne vantaggio economico, possono rivolgersi al mattatoio di Gualdo Tadino, entro 4 ore dall’abbattimento, per effettuare le analisi necessarie a garantire assenza di batteri e contaminazioni”.

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