Giornata internazionale dei diritti delle donne.
Donne libere di essere: il lavoro dei centri antiviolenza
In occasione dell’8 marzo, Giornata internazionale dei diritti delle donne, il Gruppo di Lavoro per il Contrasto alla Violenza di Genere dell’Ordine degli Psicologi dell’Umbria interviene sul lavoro svolto dai centri antiviolenza e “sulla professionalità di chi si occupa di accogliere le donne che subiscono violenza da parte dei partner”. Lo fa ricordando che “i fatti di cronaca gravi e di grande impatto mediatico animano sempre più spesso il dibattito su quali possano essere gli strumenti di intervento più efficaci e metodologicamente validati per intervenire in situazioni di violenza nelle relazioni intime e di prevenzione del femminicidio”. Il gruppo, con le psicologhe Francesca Cortesi, Rosella De Leonibus, Francesca Romana Innocenzi e Benedetta Paradisi, affronta il tema tenendo sempre presente la “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, anche nota come “Convenzione di Istanbul”: un trattato internazionale che ha molti meriti, il primo dei quali l’aver riconosciuto che la violenza sulle donne è una delle più gravi violazioni dei diritti umani.Le donne che subiscono violenza nelle sue varie forme (fisica, psicologica, sessuale, economica), riportano numerose conseguenze negative per la propria salute fisica e psichica. La sintomatologia psicopatologica conseguente alla violenza può comprendere: aumento di stress, diminuzione dell’autostima, aumento delle reazioni di ansia, attacchi di panico, fenomeni di dissociazione, autolesionismo, idee anticonservative, disturbi da stress post-traumatici e anche disturbi depressivi. Le donne accolte presso i centri antiviolenza spesso raccontano storie di politraumatizzazione, dove la violenza può essere rintracciata a ritroso nella loro vita in diversi momenti. Si portano dietro storie di abuso che le accompagnano da tempo e che di frequente hanno sottaciuto per vergogna, umiliazione o per aver sperimentato la normalizzazione di certi comportamenti intra ed extra familiari.Presso i Centri Antiviolenza e le case rifugio viene offerto alle donne protezione, solidarietà, accoglienza, sostegno e servizi professionali affinché ognuna possa rileggere la propria storia ed uscire dalla situazione in cui si trova..Le donne che si rivolgono ai Centri Antiviolenza incontrano altre donne attente nella lettura dei bisogni e nell’ascolto: Le operatrici dei CAV capaci e preparate a mettere al centro la relazione con le donne che chiedono loro aiuto ponendosi su un piano di reciprocità. Nei CAV le donne vedono riconosciuto il proprio punto di vista, i desideri, la propria progettualità. Ripercorrono la storia dei maltrattamenti e degli abusi e valutano i possibili percorsi di fuoriuscita dalla violenza, anche attraverso consulenze psicologiche volte a trovare dentro di sé le risorse per riprendere il filo della propria esistenza come donna e come madre. Le operatrici e le psicologhe che operano nei CAV sono attente, così come previsto dalla Convenzione di Istanbul – art.18. – ad evitare la possibilità di vittimizzazione secondaria che consiste nel far rivivere le condizioni di sofferenza a cui è stata sottoposta la vittima di un reato. La vittimizzazione secondaria, è un rischio spesso determinato dalle procedure, susseguenti la denuncia, dalle istituzioni e dall’apertura di un procedimento giurisdizionale.Prendersi cura delle donne che hanno subito violenza, sia come operatrici che come psicologhe-psicoterapeute, richiede una formazione precisa, fatta non solo di un sapere consolidato e di metodologie specifiche ma anche di un continuo lavoro su sé stesse. Occorre, infatti, incrementare la consapevolezza circa le proprie premesse culturali e cercare di smantellare eventuali stereotipi di genere, acquisiti nel proprio percorso di crescita e formazione personale, familiare e culturale.Ognuna di noi, ad esempio, può aver incontrato nella propria storia prescrizioni di ruolo rigide, che prevedevano una femminilità basata sull’essere docile e accogliente di fronte alle prevaricazioni, letture della gelosia e del controllo come espressioni di amore, l’abnegazione e la rinuncia ai propri bisogni come essenza dell’essere moglie e madre. Lavorare sui propri pregiudizi e stereotipi è fondamentale per offrire un ascolto veramente libero da ogni barriera.Il lavoro psicologico con le donne in uscita da relazioni violente prevede, prima di tutto, la possibilità di emergere dal silenzio, dalle negazioni, dal non detto, per narrare la propria storia in una relazione basata sull’ascolto libero da ogni giudizio. Nella relazione accogliente sarà possibile elaborare poi le emozioni e i sentimenti: vergogna, rabbia, disgusto, senso di colpa per ritrovare, passo dopo passo, la propria dignità e integrità.Ma come ci prendiamo cura di chi cura?La delicatezza di questi interventi comporta fatiche emotive che sono da elaborare per non essere invase e andare incontro a traumatizzazioni vicarie: cosa sento dentro di sé, come vive la propria risonanza emozionale chi si prende cura delle vittime di violenza di genere o abuso?Prendersi cura di chi cura significa considerare che a livello emotivo si accende una miscela esplosiva, poiché coincidono nella stessa persona (nella vittima, e poi nelle operatrici stesse, attraverso la via della traumatizzazione vicaria) indignazione, disprezzo, disgusto, rabbia, paura, turbamento, che generano reazioni di difesa e possono compromettere la capacità di agire anche in chi è molto competente.Il contagio dei sentimenti profondi di angoscia delle persone abusate può rendere ansiosi e inadeguati e condurre a due derive, entrambe disfunzionali: evitare il contatto con la persona, e trasformare la relazione in una modalità più fredda, meno empatica, meno sostenente e più normativa, fino alle razionalizzazioni espulsive; oppure può portare, al contrario, a un eccesso di identificazione, a svolgere azioni al posto della vittima stessa.In sintesi, per prendersi cura in modo efficace delle vittime di violenza di genere e delle vittime di abuso è necessario:• conoscere le tematiche della violenza di genere e dell’abuso e la loro fenomenologia;• saper attivare altre risorse nel territorio e altre professionalità per tutelare al meglio la vittima;• aver svolto un buon lavoro su di sé, in particolare sui temi dell’aggressività, della sessualità, delle relazioni affettive;• avere buone competenze nel fornire sostegno;• saper aiutare la persona a far emergere ed elaborare le emozioni in una cornice di libertà e sicurezza;• avere buone competenze nella gestione dei confini personali e del setting• confrontarsi regolarmente con i colleghi e con i supervisori.In questo giorno così ricco di significato per le donne, auguriamo a tutte coloro che si incontreranno nei servizi antiviolenza di fornire e ricevere un aiuto competente e di reciproca evoluzione, continuando a coltivare diritti per tutte.“Non sarò libera finché ogni donna non sarà libera, anche se le sue catene sono molto diverse dalle mie” Audre Lorde.Francesca Cortesi, Rosella De Leonibus, Francesca Romana Innocenzi, Benedetta Paradisi, psicologhe del Gruppo di Lavoro per il Contrasto alla Violenza di Genere dell’Ordine degli Psicologi dell’Umbria

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