Alessandro Cianetti, l’insegnamento di Aldo Moro nella politica di oggi

Alessandro Cianetti, l'insegnamento di Aldo Moro nella politica di oggi

Alessandro Cianetti, l’insegnamento di Aldo Moro nella politica di oggi

di Alessandro Cianetti
Premetto che nel corso della mia vita politica sono stato convinto seguace del pensiero di Aldo Moro cui mi legò, anche personalmente, un legame di amicizia. A tal proposito ricordo quando fui ospite nella sua abitazione romana, assieme all’ora Magnifico Rettore dell’Ateneo perugino Senatore Giuseppe Ermini , il Prof. Sergio Angelini, Luciano Moretti e Mario Roick. Per la mia ininterrotta passione per la politica, sto seguendo il dibattito sulla crisi di Governo verificatasi per volere della Lega e più specificatamente da Salvinia. Nel sentirne di tutti i colori, di cotte e di crude, il pensiero è andato proprio ad Aldo Moro quando nel 1978 fu artefice dell’accordo di programma tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano.

Aldo Moro è stato autorevolmente e convintamente uomo di parte e di partito e allo stesso tempo uomo delle istituzioni, capace di percepire i mutamenti sociali e politici della sua epoca. Tentava di governarli e, prima ancora, di capirli, riuscendo ad “immaginare” spazi laddove altri vedevano soltanto strettoie, opportunità dove altri vedevano essenzialmente pericoli.

Questo è forse uno, fra tanti, dei lasciti più importanti di Moro: la capacità e la volontà di sperimentare nuovi assetti, di spingere il proprio pensiero oltre il contingente, di perseguire, in tutte le occasioni che lo hanno visto protagonista, gli ideali di libertà e democrazia attraverso una prassi costante di allargamento della partecipazione.

Ad un certo momento della storia, quando la vita politica era caratterizzata da un fortissimo scontro ideologico tra DC e PCI, Aldo Moro, non senza turbamento ma forte della volontà di perseguire il bene della Nazione, si adoperò per la stipula di un accordo di programma con il PCI (non un contratto) nella logica di quel non rompere tutto, come alcuni dirigenti dell’ala destra della DC erano tentati di fare. Aldo Moro, quindi, cercò di dare un contenuto positivo all’intesa, di sostituire cioè al non opporsi un qualche accordo parziale su alcuni punti particolari: qualche accordo parziale su cose da fare, per un certo tempo.

Aldo Moro volle che questa operazione non comportasse la formazione di una maggioranza politica seppur il fatto avesse un suo significato politico, cioè di obbedire alle esigenze del Paese.

Moro si batté contro coloro che nella DC tentarono di far fallire il suo tentativo, nel rispetto per la identità Democrazia Cristiana, di fare qualche cosa di positivo, di programmare – ecco il senso dell’accordo di programma che Aldo Moro voleva raggiungere col PCI. Sta di fatto che il 28 febbraio 1978 si realizzò il Governo di solidarietà nazionale sulla base di un accordo di programma che non conteneva un impegno di durata, ma c’era l’accettazione dell’accordo e la legittima previsione che esso potesse andare avanti finché esistessero le ragioni dello stare insieme.

Ai dirigenti DC che mal sopportavano tale accordo Aldo Moro rispondeva:” che cosa avete voi democratici cristiani da contrapporre democraticamente a questa forza avvolgente che certamente è il Partito Comunista? Dico che noi abbiamo la nostra idealità e la nostra unità. Non disperdiamole; parliamo di elettorato liberal-democratico, certo, noi siamo veramente capaci di rappresentare a livello di grandi masse questa forza ideale, ma ricordiamoci della nostra caratterizzazione cristiana.

Conserviamo la nostra fisionomia e conserviamo la nostra unità. Chi pensa di far bene dissociando, dividendo le forze, sappia che fa in tal modo il regalo tardivo del sorpasso al Partito Comunista. Sono certo che nessuno di noi lo farà, che noi procederemo insieme, credo concordando, se è necessario in qualche modo discordando, ma con amicizia.

Camminiamo insieme perché l’avvenire appartiene in larga misura ancora a noi. Abbiamo quindi una emergenza economica, una emergenza politica, e io sento parlare di opposizione, del gioco della maggioranza e dell’opposizione. Sono in linea di principio pienamente d’accordo: nel nostro sistema che è il migliore, anche se limitato ad un esiguo numero di Stati privilegiati, questa idea di una maggioranza e di una opposizione intangibili e intercambiabili mi pare cosa di grandissimo significato. Ma immaginate cosa accadrebbe in Italia, in questo momento storico, se fosse condotta fino in fondo la logica della opposizione, da chiunque essa fosse condotta, da noi o da altri, se questo Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova di una opposizione condotta fino in fondo?

Ecco su che cosa consiglio di riflettere per trovare un modo accettabile per uscire da questa crisi. Se mi si chiedesse se la situazione di oggi si riprodurrà domani, in elezioni più o meno ravvicinate, la prima risposta (che può essere sbagliata ma è sincera) è: sì. Se voi mi chiedete fra qualche anno cosa potrà accadere, fra qualche tempo cosa potrà accadere (e io non parlo di logoramenti dei partiti, linguaggio che penso non sia opportuno ma parlo del muoversi delle cose, del movimento delle opinioni, della dislocazione delle forze politiche), se mi chiedete fra qualche tempo che cosa accadrà, io dico: può esservi qualche cosa di nuovo.

Se fosse possibile dire: saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a questo domani, credo che tutti accetteremmo di farlo, ma, cari amici, non è possibile; oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi al tempo stesso, si tratta di vivere il tempo che stiamo vivendo.”

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