Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, una breve ma turbolenta esistenza

 
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Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, una breve ma turbolenta esistenza

Elio Clero Bertoldi
Michelangelo Merisi, detto Caravaggio (1571-1610), é uno dei più grandi pittori della storia, ma viene descritto pure come un soggetto per nulla raccomandabile. Risse, accoltellamenti, duelli, persino omicidi costellano la sua breve ma turbolenta vicenda personale.  A 19 anni, a Milano dove era nato ed era stato battezzato (nella chiesa di Santo Stefano in Brolo: é stata ritrovata la documentazione. A Caravaggio, territorio di Bergamo, era giunto ancora bambino, con la famiglia per sfuggire all’epidemia di peste). Tornato a Milano, nella bottega di un pittore, parrebbe – condizionale d’obbligo: c’é chi sostiene si tratti di una malignità, di una fake new dell’epoca – abbia ucciso per una bravata un compagno di giochi e coetaneo tanto da dover scappare, in tutta fretta. Omicidio o no, é vero che se ne andò prima a Venezia e poi a Roma.

Nella città dei Papi, bastonò Gerolamo Stampa

Nella città dei Papi, bastonò Gerolamo Stampa, nobile di Montepulciano; poi finì in carcere a Tor di Nona per altri reati. Sempre a Roma fu arrestato e condannato per diffamazione; quindi fu coinvolto in un episodio di possesso abusivo di armi; denunciato per aver tirato in faccia, all’Osteria del Moro, un piatto di carciofi (8, per la precisione) al garzone Fusaccia, che nel servirlo gli aveva risposto con una battuta non gradita; costretto, ancora, a fuggire per aver ferito il notaio D’Accumolo a causa della sua amante, Lena – Maddalena Antonietti, “amica” del cardinal Peretti -; deferito, appena rientrato in città, per non aver pagato l’affitto di casa e per aver lanciato sassi alla finestra della padrona di casa, Menicuccia Domenica Calvi, prostituta d’alto bordo, amante del cardinale D’Este. Un uomo violento – ha sottolineato qualcuno – vissuto in una epoca violenta.

Che era, così viene descritto, “un giovinaccio grande, con barba negra, ciglia grosse et occhio negro”. Spettinato, informale nel vestire, sempre con la spada al fianco e spesso incomprensibile nel suo stretto dialetto lombardo. 

Il fatto più grave, nel quale restò coinvolto, un omicidio. Per una questione di gioco, la pallacorda (sport “antenato” del tennis) o più probabilmente per una vicenda di donne, trafisse a morte un giovane di Terni, storiaccia  per la quale venne condannato in contumacia alla decapitazione – essendo latitante chiunque lo avesse incontrato avrebbe potuto eseguire, liberamente, la sentenza -, reato consumato nel pieno pomeriggio del 28 maggiodel 1606. Vittima Ranuccio Tomassoni, figlio di un eroico ed alto ufficiale dello Stato Pontificio e fratello di tre soggetti fuori le righe, come e forse più dell’artista, prepotenti, violenti e sempre pronti a menar le mani e a tirar di stocco.

A quell’epoca Caravaggio frequentava, a palazzo Madama, il cardinale Francesco Maria Bourbon del Monte (originario di Monte Santa Maria Tiberina, quindi un umbro), grande mecenate e protettore del pittore dalla pennellata a spirale.

L’artista e Tomassoni avevano avuto, pare, altre discussioni, altri scontri, in precedenza. Per una donna, la splendida e giovanissima Fillide Melandroni; per questioni politiche (il pittore parteggiava per la fazione filofrancese, l’altro si dichiarava filospagnolo); per questione di soldi (debiti); per la moglie di lui, Lavinia che il pittore – secondo alcuni – avrebbe concupito e messo incinta (la fresca vedova dopo la morte del coniuge Ranuccio, diede la neonata in adozione e sparì dalla circolazione).

Qualunque sia la ragione, il “casus belli”, quel giorno ci scappò il morto

Qualunque sia la ragione, il “casus belli”, quel giorno ci scappò il morto. Michelangelo, che viveva a Campo Marzio, girava al solito, non solo armato, ma anche con al seguito un servo ed il suo fedele cane, di colore nero, chiamato Cornacchia. Quel pomeriggio invece si trovava in compagnia degli amici Petronio Troppa e Onorio Longhi, architetto e poeta. Allo scontro presero parte almeno otto soggetti, come appurato dagli sbirri papalini. Caravaggio e i suoi compagni si trovarono di fronte Ranuccio e i due suoi cognati, Ignazio e Federico Giugoli, i fratelli di Lavinia. Al primo tintinnar delle lame sembra che il Tomassoni, il meno bravo tra i suoi fratelli nell’uso delle armi, nel compiere un passo indietro, la spada in pugno, sia inciampato, perdendo l’equilibrio e franando a terra.

L’affondo del Caravaggio, portato in quell’attimo, avrebbe raggiunto lo sfortunato ternano all’inguine, causandogli una imponente, irrefrenabile emorragia.

Nel frattempo era sopraggiunto uno dei fratelli di Ranuccio, GiovanFrancesco, spadaccino di vaglia. Fu lui a ferire alla testa Petronio, lasciato a terra e creduto morto e lo stesso pittore. Ranuccio, ancora supino, in mezzo alla strada, riuscì a confessarsi prima di rendere l’ultimo respiro. Il sanguinoso scontro suscitò grandissima eco e risultò gravissimo, anche per le entrature che i Tomassoni, pronti a soffiare sul fuoco, godevano in Vaticano.

Il pittore fu costretto a fuggire da Roma come un volgare assassino

Il pittore fu costretto a fuggire da Roma come un volgare assassino (anche se la morte della vittima era avvenuta nel corso di un duello e molti storici, oggi, sono propensi a definirlo un omicidio preterintenzionale o addirittura colposo). I potenti amici dell’artista, tra cui il principe Colonna, lo aiutarono a rifugiarsi in Ciociaria, quindi a Malta (dove finì in carcere – da cui evase in modo rocambolesco – per aver offeso un Cavaliere, membro della stesso ordine in cui, poche settimane prima, era stato cooptato pure lui), infine in Sicilia e a Napoli (qui fu sfigurato da alcuni sgherri: la vendetta dell’ex confratello ingiuriato a Malta?).

I familiari del Tomassoni, influenti militari, non avevano mai smesso di chiedere giustizia al Papa

I familiari del Tomassoni, influenti militari, non avevano mai smesso di chiedere giustizia al Papa per la morte del congiunto. E Caravaggio non poté, nonostante le continue sollecitazioni inviate agli amici, rientrare a Roma. E non rivide più le sue donne e modelle: né Fillide (che posò almeno per quattro tele); né Anna Bianchini, cortigiana di strada (immortalata come Maddalena penitente); né Lena, Maddalena Antonietti (utilizzata, con grande scandalo negli ambienti religiosi, per riprodurre le fattezze della Madonna dei Pellegrini e per quella dei palafrenieri).

Morì, l’artista, a Porto Ercole il 18 luglio 1610, a 39 anni, in circostanze poco chiare (un colpo di sole? una febbre maligna?), dove era sbarcato da una feluca in attesa della promessa grazia papale (Paolo V, Camillo Borghese), che gli avrebbe consentito di tornare nella città eterna, libero e sicuro.

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