Due quartetti per esplorare l’universo di Dvořák dalla giovinezza alla maturità

Due quartetti per esplorare l’universo di Dvořák dalla giovinezza alla maturità

Dvořák protagonista dell’AltroFestival con ARS ET LABOR: prove aperte, partecipazione del pubblico e un concerto finale tutto esaurito

di Antonella Valoroso
Due quartetti, quattordici anni di distanza e una sola voce musicale, quella di Antonín Dvořák. Ma soprattutto un progetto che ha scelto di portare il pubblico dentro la musica, non soltanto davanti alla musica. È questa la cifra del progetto con cui L’AltroFestival ha messo a confronto il Quartetto con pianoforte e archi in re maggiore op. 23, composto nel 1875, e il Quartetto in mi bemolle maggiore op. 87, scritto nel 1889. A interpretare le due opere è stato il Quartetto Ars et Labor, con Christa Bützberger al pianoforte, Sara Gianfriddo e Sayako Obori che si alternano al violino e alla viola, e Héloïse Piolat al violoncello.

Quattordici anni separano le due composizioni e, attraverso questo confronto, si può seguire quasi in presa diretta la crescita di Dvořák: nel primo quartetto il giovane compositore sta ancora affermando la propria identità, mentre nel secondo incontriamo un artista ormai pienamente maturo e consapevole del proprio linguaggio. Eppure, ascoltandoli uno accanto all’altro, emerge con forza ciò che rimane. La cantabilità, innanzitutto. La luminosità. La vitalità ritmica. Quella particolare freschezza che appartiene alla musica di Dvořák e che riesce a rendere immediatamente riconoscibile la sua voce senza bisogno di ricorrere alla citazione esplicita della musica popolare boema. Nell’op. 23 c’è l’energia della scoperta, la ricerca di una voce personale che è già sorprendentemente definita. Nell’op. 87 quella stessa voce si è fatta più ricca, più complessa, più consapevole. È soprattutto nel rapporto fra gli strumenti che il secondo quartetto rivela una concezione particolarmente interessante.

Nella grande tradizione del quartetto con pianoforte, da Mozart a Schumann e Brahms, il pianoforte tende spesso a occupare una posizione centrale. In Dvořák, invece, gli equilibri sono più mobili. Gli archi assumono un ruolo propulsivo e il pianoforte diventa un interlocutore vero e proprio: ascolta, risponde, contraddice, trasforma e rilancia. Una conversazione musicale, più che una gerarchia.

Ma il valore del progetto dell’AltroFestival è stato anche quello di non fermarsi al concerto.

Le prove aperte hanno permesso al pubblico di assistere al lavoro delle musiciste, di osservare la costruzione dell’interpretazione e di cogliere quanto ci sia, dietro un’esecuzione apparentemente naturale, di ascolto reciproco, confronto e ricerca. E la partecipazione ha sorpreso gli stessi protagonisti.

«Ci ha sorpreso davvero la grande partecipazione delle persone alle prove aperte», racconta la direttrice artistica Christa Bützberger, sottolineando in particolare la presenza degli ospiti di un centro diurno, rimasti con le musiciste per un’intera mattina.

È un episodio che racconta bene lo spirito dell’iniziativa: portare la musica fuori dalla dimensione del concerto tradizionale e trasformare anche la prova in un momento di incontro. Per i musicisti, infatti, avere il pubblico durante le prove «è un valore aggiunto importantissimo». L’ascolto non comincia necessariamente quando le luci si abbassano e il concerto ha inizio: può cominciare molto prima, nel momento stesso in cui la musica viene costruita.

La risposta più evidente è arrivata però con il tutto esaurito del concerto conclusivo. Una sala gremita, tantissime persone presenti e un numero significativo di spettatori rimasti in poiedi o in anticamera perché non c’era più posto. Un’immagine particolarmente significativa per un festival che ha scelto di scommettere sulla musica da camera e sulla possibilità di creare intorno alla musica un rapporto più diretto con il pubblico.

La grande partecipazione alla serata, osserva Bützberger, «ha confermato che la formula del festival funziona». E forse è proprio questo il risultato più interessante del progetto: aver dimostrato che l’ascolto della musica colta può essere un’esperienza partecipata, capace di coinvolgere pubblici diversi e di creare una relazione che non si esaurisce nell’ora del concerto.

La musica di Dvořák, in questo senso, è stata il punto di partenza per un’esperienza più ampia: dalla partitura alla prova, dalla prova al concerto, dal lavoro dei musicisti alla risposta degli ascoltatori.

Ma se il progetto dedicato a Dvořák è arrivato alla sua conclusione, per Ars et Labor il percorso continua. Il prossimo appuntamento importante sarà infatti a novembre, con un simposio dedicato a Sergiu Celibidache, uno dei grandi protagonisti della direzione d’orchestra del Novecento e, soprattutto, il maestro che ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione musicale di Christa Bützberger.

Un appuntamento che assume quindi anche un significato personale. A trent’anni dalla morte di Celibidache, il simposio sarà l’occasione per riflettere sulla sua eredità, sulla sua concezione della musica e su un pensiero interpretativo che continua a interrogare musicisti e studiosi. Dvořák e Celibidache appartengono naturalmente a mondi e momenti storici differenti, ma nel percorso dell’AltroFestival c’è un filo che li unisce: l’idea della musica come esperienza viva, irriducibile alla semplice esecuzione di una partitura.

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