Raffaele Sollecito a Belve Crime, ho avuto paura di impazzire

Raffaele Sollecito accusa la polizia a Belve Crime

L’ingegnere è stato intervistato da Francesca Fagnani

Raffaele Sollecito torna a occupare lo spazio televisivo e lo fa scagliandosi contro le modalità investigative utilizzate all’inizio delle indagini per l’omicidio di Meredith Kercher. Durante un duro confronto con la conduttrice Francesca Fagnani nella trasmissione Belve Crime, l’ingegnere pugliese ha ripercorso i momenti drammatici vissuti dentro gli uffici della questura di Perugia. L’uomo ha denunciato una serie di pesanti intimidazioni psicologiche e verbali subite da parte delle forze dell’ordine nei giorni immediatamente successivi al ritrovamento del cadavere della studentessa inglese, avvenuto il 2 novembre 2007.

Il ritorno mediatico e le accuse sulla notte in questura

Secondo quanto dichiarato dall’ospite del programma televisivo, e come riportato dal sito dell’AGI, le prime fasi delle indagini furono caratterizzate da una fortissima pressione ambientale. Sollecito ha spiegato di essere rimasto per ore sotto la luce dei riflettori, bloccato su una sedia e privato dell’assistenza legale, nonostante in quel preciso momento non risultasse formalmente iscritto nel registro degli indagati ma fosse presente solo come persona informata sui fatti. Le dichiarazioni descrivono un clima di estrema violenza verbale finalizzato a ottenere una confessione o una chiamata in correità.

Le contestazioni sui verbali e la firma estorta

L’intervista ha affrontato direttamente il nodo centrale dei primi interrogatori, focalizzandosi sulle apparenti contraddizioni che all’epoca spinsero gli inquirenti a ipotizzare un suo coinvolgimento diretto nel delitto insieme ad Amanda Knox. La giornalista ha citato testualmente i passaggi dei vecchi verbali in cui lo studente sembrava ritrattare le versioni precedenti, ammettendo di aver riportato dichiarazioni mendaci sotto l’influenza della ragazza statunitense.

La replica dell’ingegnere informatico è stata netta e ha smentito la paternità di quelle affermazioni. Sollecito ha chiarito che quella specifica formulazione scritta non apparteneva al suo vocabolario ma venne inserita direttamente dagli operatori di polizia. Gli agenti lo avrebbero convinto a siglare l’atto giudiziario assicurandogli che un simile atteggiamento collaborativo lo avrebbe tutelato dalle accuse, sfruttando lo stato di totale vulnerabilità in cui si trovava dopo ore di isolamento e minacce fisiche esplicite.

Le minacce subite e la gestione dei rapporti personali

Il racconto si è spinto nei dettagli più crudi della notte passata negli uffici investigativi umbri. L’assolto in via definitiva ha riportato le frasi esatte pronunciate da uno dei poliziotti presenti, il quale lo avrebbe minacciato di percosse qualora avesse tentato di abbandonare la postazione. Oltre alle intimidazioni fisiche, l’uomo ha riferito gli insulti rivolti alla sua fidanzata dell’epoca e le prospettive di una condanna all’ergastolo evocate dagli inquirenti per costringerlo a cedere.

Un altro passaggio cruciale ha riguardato la celebre immagine del bacio scambiato con Amanda Knox davanti alla villetta del crimine, un fotogramma che l’opinione pubblica interpretò come un segno di totale freddezza e distacco. L’intervistato ha rigettato questa lettura parlando di una vera e propria manipolazione mediatica e sottolineando che quel gesto rappresentava esclusivamente un tentativo spontaneo di infondere sicurezza alla partner in un momento di enorme stress emotivo. La relazione tra i due si interruppe successivamente durante la detenzione, quando i tentativi di comunicazione epistolare trovarono un totale distacco da parte della giovane americana.

Le conseguenze della detenzione e il peso del pregiudizio

Il periodo trascorso in carcere prima del proscioglimento definitivo, avvenuto nel 2015 dopo otto anni di alterne vicende processuali e quattro anni di custodia cautelare, ha lasciato segni profondi sulla salute psichica dell’uomo. Sollecito ha ammesso di aver vissuto una condizione di grave deprivazione sensoriale durante i mesi trascorsi in isolamento, arrivando a perdere la percezione del proprio stato fisico e a temere seriamente di smarrire la lucidità mentale.

Nonostante la magistratura abbia individuato nell’ivoriano Rudy Guede l’unico colpevole accertato del delitto, l’ingegnere informatico denuncia il persistere di un forte stigma sociale. Attualmente residente tra Berlino e la Puglia, l’uomo lamenta come la maggioranza dei cittadini italiani lo consideri ancora responsabile della morte della studentessa inglese. Questo pregiudizio diffuso continua a danneggiare la sua carriera professionale, provocando la rescissione improvvisa di contratti di lavoro già firmati non appena le aziende scoprono i suoi trascorsi giudiziari.

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