Intercettazioni e verbali chiave sulla morte di Marianella
Nella notte tra il 19 e il 20 ottobre, la ricostruzione dell’aggressione avvenuta sulla superstrada Rieti-Terni assume contorni sempre più definiti. Alle 2.13, la Squadra Mobile riapre il verbale di Kevin Pellecchia, ventenne già arrestato con l’accusa di omicidio aggravato insieme a Manuel Fortuna (31 anni) e Alessandro Barberini (53). È la terza deposizione di Pellecchia, che dichiara: «I lanci di pietre furono opera solo di Barberini e Fortuna». Specifica che gli altri presenti si trovavano in posizioni che rendevano pericoloso un loro coinvolgimento.
Secondo gli inquirenti, sulla scarpata c’erano sette persone. Tre sono oggi detenute, quattro risultano testimoni. Le dichiarazioni di Pellecchia vengono però smentite dalle successive intercettazioni ambientali installate nella questura. Le registrazioni audio e video mostrano un confronto serrato tra i tre arrestati, ignari di essere ripresi. In quelle ore emergono frasi contraddittorie e ammissioni implicite: Fortuna chiede chi fosse “davanti”, e Pellecchia ammette di aver lanciato anche lui. Barberini interviene dicendo di non ricordare dove sia caduta la pietra, ma conferma di aver partecipato al lancio.
Il dettaglio più rilevante è l’ammissione di Fortuna, che attribuisce a Pellecchia il sasso appuntito che ha colpito Raffaele Marianella, tifoso del Pistoia, deceduto poco dopo. «Era il tuo sasso», dice Fortuna, e Pellecchia annuisce. Alle 4.30 dello stesso giorno, Fortuna fornisce la propria versione: racconta di essere arrivato sul posto con altre auto, di aver preso una pietra e di averla consegnata a un compagno che poi salì la scarpata verso la carreggiata.
Dopo il lancio, scatta il fuggi-fuggi. Cinque ragazzi — tra cui Fortuna e Pellecchia — finiscono nella proprietà di un vicebrigadiere dei Carabinieri, che li scambia per ladri e li invita a fermarsi. Alcuni fuggono, altri si disperdono nei campi. Pellecchia, rimasto senza mezzo, viene riaccompagnato alla stazione di Rieti da due giovani estranei ai fatti. Fortuna e Barberini raggiungono Contigliano a bordo di una Fiat Punto azzurra, guidata da un conoscente legato al gruppo “Roccaforte Rieti”. Tra i presenti figura anche un sedicenne.
Gli investigatori prelevano il DNA di undici persone, inclusi quello dell’autista e di un giocatore del pullman avversario che toccarono il sasso fatale. Sulla scena vengono trovati anche un mattone di quindici centimetri e un mozzicone di sigaretta “Chesterfield blu”, marca abituale di Fortuna.
L’ipotesi della procura è che la sassaiola sia nata dopo una tensione negli spalti durante la partita tra la Sebastiani Rieti e il Pistoia Basket. Gli inquirenti parlano di una “spedizione punitiva” pianificata da Barberini e Fortuna, finalizzata a colpire il pullman avversario mentre lasciava l’impianto. La dinamica, ricostruita attraverso testimonianze e video di sorveglianza, mostra un gruppo che sceglie un punto rialzato e isolato da cui colpire senza essere visto.
Le frasi captate dopo i lanci — «Li abbiamo distrutti, li abbiamo sfondati» — confermerebbero, secondo il pubblico ministero, l’intento di punire i tifosi rivali per aver osato “sfidarli a casa loro”. Una cultura di rivalità calcistica che, in questo caso, si è trasformata in tragedia.
Le indagini proseguono per chiarire ruoli e responsabilità. Gli inquirenti stanno valutando la posizione del quarto uomo presente nelle intercettazioni, già sottoposto a braccialetto elettronico, e l’effettiva presenza di altri complici non ancora identificati.
Gli investigatori ritengono che la verità processuale emergerà incrociando le registrazioni, le celle telefoniche e i tracciamenti del GPS installato su uno dei veicoli. La difesa di Pellecchia contesta la validità delle intercettazioni, sostenendo che il ragazzo fosse sotto pressione e che le sue frasi fossero decontestualizzate.
Nel frattempo, la città di Cesano si prepara ai funerali di Raffaele Marianella, che si terranno oggi alla presenza di familiari, amici e rappresentanti del mondo sportivo. La comunità del basket e delle tifoserie si è stretta attorno alla famiglia con un appello alla responsabilità e al rispetto reciproco.
Le indagini, ancora aperte, scrive Camilla Mozzetti
sul Messaggero, cercano di ricostruire con precisione tempi, distanze e traiettorie dei lanci. Il sasso appuntito, considerato l’arma del delitto, è stato inviato al laboratorio di polizia scientifica per ulteriori analisi di compatibilità. Gli esperti stanno valutando impronte parziali e microtracce biologiche.
Resta forte la preoccupazione per l’escalation di violenza collegata agli ambienti ultras. Le autorità sportive locali hanno annunciato una revisione dei protocolli di sicurezza per le trasferte, in collaborazione con le forze dell’ordine e le società di basket.
L’obiettivo, spiegano fonti investigative, è prevenire nuovi episodi e riportare il tifo entro i confini della passione sportiva, non della vendetta.

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