Basta anziani crudelmente scartati, basta forma di eutanasia nascosta
Basta anziani “crudelmente scartati”. Il Vaticano, attraverso la Pontificia Accademia per la Vita, vuole intervenire concretamente per arginare la cultura dello scarto e dell’abbandono che, per dirla con il Papa, può diventare “una forma di eutanasia nascosta”. Ecco dunque il documento ‘La vecchiaia: il nostro futuro. La condizione degli anziani dopo la pandemia’ stilato dalla Pav con il presidente mons. Vincenzo Paglia e il Cancelliere mons. Renzi Pegoraro.
“Negli ultimi decenni – ricorda il documento- più volte i pontefici sono intervenuti per sollecitare senso di responsabilità e cura pastorale degli anziani. La loro presenza è una grande risorsa. Basti pensare al ruolo determinante che hanno avuto nella conservazione e nella trasmissione della fede ai giovani nei Paesi sotto i regimi atei e autoritari. E a quanto continuano a fare tanti nonni per trasmettere la fede ai nipoti”.
“Preziosa – osserva il documento Vaticano – è anche la testimonianza che gli anziani possono dare con la loro fragilità. Essa può essere letta come un ‘magistero’, un insegnamento di vita. Gli anziani ci ricordano la radicale debolezza di ogni essere umano, anche quando si è in salute, ci ricordano il bisogno di essere amati e sostenuti. Nella vecchiaia, sconfitta ogni autosufficienza, si diviene mendicanti di aiuto”.
[su_panel background=”#f41514″ color=”#ffffff” border=”4px solid #eb181d” shadow=”3px 6px 6px #d8c9c6″ radius=”9″]”La debolezza degli anziani – registra la Pav – è anche provocatoria: invita i più giovani ad accettare la dipendenza dagli altri come modo di affrontare la vita. Solo una cultura giovanilista fa sentire il termine ‘anziano’ come dispregiativo. Una società che sa accogliere la debolezza degli anziani è capace di offrire a tutti una speranza per il futuro.[/su_panel]Togliere il diritto alla vita di chi è fragile significa invece rubare la speranza, soprattutto ai giovani. Ecco perché scartare gli anziani – anche con il linguaggio – è un grave problema per tutti. Implica un messaggio chiaro di esclusione, che sta alla base di tanta mancata accoglienza: dalla persona concepita a quella con disabilità, dall’emigrato a colui che vive per strada”.
Il documento della Pontificia Accademia per la Vita mette in guardia dai pericoli che derivano dalla presunzione: “E un atteggiamento pericoloso, che manifesta chiaramente che l’opposto della debolezza non è la forza, ma la hybris, come la chiamavano i greci: la presunzione che non conosce limiti. Molto diffusa nelle nostre società, genera colossi dai piedi argilla.
Presunzione, superbia, tracotanza, disprezzo dei deboli caratterizzano coloro che credono di essere forti. Un atteggiamento stigmatizzato nelle Scritture: la debolezza di Dio è più forte degli uomini (1Cor 1,25). E, ciò che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti (1Cor 1,27). Il cristianesimo non solo non respinge né nasconde la debolezza dell’uomo, dal concepimento sino al momento della morte, ma le conferisce onore, senso e persino forza. Certo, non si può dire con superficialità che invecchiando si diventa automaticamente migliori: difetti e ruvidezze già presenti nell’età adulta possono accentuarsi e l’incontro con la propria vecchiaia e le sue debolezze può rappresentare un tempo di disagio interiore, di chiusura verso gli altri o di rifiuto della fragilità”.
“Ma i cristiani – loro, in particolare – ammonisce la Pav – debbono interrogarsi con l’intelligenza dell’amore per individuare prospettive e strade nuove con le quali rispondere alla sfida non solo dell’invecchiamento, quanto piuttosto della debolezza nella vecchiaia. Poiché è innegabile che la malattia e la perdita di autonomia che possono sopraggiungere creino dei problemi e una legittima domanda di aiuto”.

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