Il report svela a Terni disagio e devianza senza rete adulta
Un ragazzo accoltellato allo stomaco davanti ai gradoni. Un altro sbattuto contro una grata e colpito con una bottiglia rotta. Spettatori che tornano a casa prima del solito e smettono di uscire la sera. Non è una cronaca isolata. È lo spaccato quotidiano che emerge da “Dis(armati). Un’indagine sulla diffusione della violenza giovanile, tra percezione e realtà”, il report realizzato dal polo ricerca di Save the Children con interviste raccolte in mezza Italia, tra cui Terni occupa un posto di rilievo.
Il documento non si limita a registrare episodi. Scava nelle cause, raccoglie voci dirette, interpella magistrati, forze dell’ordine e specialisti. Il risultato è un quadro che fa riflettere e che la città non può permettersi di ignorare.
Le voci dei giovani: paura di uscire di casa
La testimonianza che apre il rapporto è di un ventenne ternano. Descrive con precisione chirurgica ciò che ha visto ai gradoni: la lite, la bottiglia rotta, l’accoltellamento, i ragazzi che si scagliano anche contro i poliziotti. La conclusione a cui è arrivato è amara quanto pragmatica: meglio stare a casa. Perché in certe situazioni, spiega, anche chi non fa nulla può ritrovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
A dargli eco è una 19enne, anch’essa ternana. Abita in centro ma non si sente sicura di fare una passeggiata serale. Le risse ai gradoni, dice, sono continue. I coltelli, una presenza ormai quasi ordinaria.
Due testimonianze, una generazione intera che ha ridisegnato le proprie abitudini attorno alla percezione del pericolo.
Armi sempre più letali tra i minorenni
Il procuratore dei minori di Perugia, Flaminio Monteleone, scrive Nicoletta Gigli su Il Messaggero, non usa mezze misure nel descrivere ciò che sequestrano durante i controlli: coltelli a serramanico, coltelli a farfalla, l’artiglio di drago. Strumenti progettati per fare male, portati in tasca da ragazzi. “Troviamo di tutto”, sintetizza. Una varietà che racconta non solo disponibilità, ma anche una certa normalizzazione del porto d’armi improprio tra i giovanissimi.
Lorenzo Lucattoni, capo della squadra mobile ternana, conferma che il fenomeno è in crescita costante. Non si tratta di episodi sporadici ma di una tendenza strutturale che le forze dell’ordine registrano con frequenza sempre maggiore.
La soglia si abbassa: reati a 11 anni
Uno degli elementi più allarmanti del report riguarda l’età. Secondo il procuratore Monteleone, la soglia d’ingresso nella devianza si è abbassata in modo significativo. A dare concretezza al dato è un episodio del 2024: un gruppo di ragazzini tra gli 11 e i 15 anni ha preso di mira una tabaccheria del centro, minacciando la titolare con un bastone e un coltello. Il bottino? Pochi spicci, sigarette elettroniche, caramelle, gomme da masticare. La violenza usata era sproporzionata rispetto a qualsiasi logica economica. Era un linguaggio.
A gennaio, due sedicenni — uno ternano, uno italiano di seconda generazione — sono finiti in manette per rapina aggravata dopo dieci colpi ai danni di un commerciante del centro. Qualche anno prima, a Borgo Bovio, un quattordicenne aveva accoltellato un diciassettenne per il mancato pagamento di una dose. Nell’autunno scorso, quattro minorenni denunciati per aver bullizzato, perseguitato e minacciato con un coltello un coetaneo.
Il sociologo: «La violenza è una richiesta di riconoscimento»
Giulio Trivelli, sociologo e psicologo clinico con lunga esperienza nel disagio giovanile, nelle dipendenze e nelle relazioni familiari, ha seguito molti degli adolescenti che popolano queste cronache. La sua lettura è netta: la società continua a trattare questi ragazzi come un problema di ordine pubblico, senza cogliere il messaggio che quella violenza contiene.
“La violenza è spesso il linguaggio di una richiesta di riconoscimento — afferma Trivelli — da parte di una generazione che attraversa cambiamenti epocali senza essere attrezzata e senza trovare punti di riferimento credibili nel mondo adulto.” Una generazione lasciata sola davanti a trasformazioni che nessuno le ha aiutato a decodificare.
Trivelli lancia anche un appello diretto alle istituzioni: uscire dalla logica dei report per portare queste analisi dove servono davvero, cioè alle famiglie, agli insegnanti, ai ragazzi stessi. “I report arrivano poco — dice —, ma dovremmo trasferire questa esperienza in qualcosa di fruibile.”
Violenza in famiglia: madri nel mirino dei figli
Il report include anche la denuncia di Andrea Claudiani, che ha retto la procura di Terni fino a settembre. Il magistrato segnala un aumento marcato dei casi di violenza di genere domestica in cui sono protagonisti anche i giovanissimi. Episodi gravi di maltrattamento familiare sia in senso orizzontale — violenza maschile contro le donne — sia verticale, con figli che si scagliano contro i genitori, in particolare contro le madri.
Un fenomeno che raramente affiora nelle cronache cittadine ma che la magistratura conosce bene e che il report porta finalmente alla luce con la forza dei numeri e delle testimonianze dirette.
Una città che chiede risposte strutturali
Terni non è un caso unico in Italia, ma è uno dei casi studiati con maggiore profondità da Save the Children. Il fatto che due giovani ternani aprano il rapporto con le loro parole non è casuale: la città rappresenta un laboratorio di lettura di dinamiche diffuse, amplificate da un tessuto sociale che fatica a offrire alternative credibili ai ragazzi più fragili.
La ricerca non si chiude con soluzioni preconfezionate. Si chiude con una domanda collettiva, rivolta agli adulti prima ancora che alle istituzioni: quanto siamo disposti ad ascoltare ciò che quella violenza sta dicendo, prima di limitarci a reprimerla?

Commenta per primo