Baldaccio di Anghiari, assassinato dai fiorentini, si racconta del suo fantasma

Baldaccio di Anghiari, assassinato dai fiorentini, si racconta del suo fantasma

da Elio Clero Bertoldi
Baldaccio di Anghiari, assassinato dai fiorentini, si racconta del suo fantasma “Intra i molti capi dell’esercito fiorentino era Baldaccio, uomo in guerra eccellentissimo perché in quelli tempi non era alcuno in Italia che di virtù e di corpo e d’animo lo superasse”. Lo sosteneva e lo scriveva, pochi decenni più tardi dei fatti, nelle “Istorie fiorentine” Niccolò Machiavelli, uno che di uomini d’arme se ne intendeva per conoscenza diretta e per approfonditi studi compiuti.

Quando parlava di virtù, il segretario fiorentino si riferiva a quelle militari, perché Baldaccio, come lascia intendere il suffisso peggiorativo del nome, non era uno stinco di santo. Nel volgere di sei anni era stato riconosciuto colpevole e condannato per due distinti omicidi (uno del 1420, nei confronti di un certo Tardiolo, per ritorsione contro Carlo di Pietramala che lo aveva accusato di voler sottrarre Anghiari ai fiorentini; l’altro del 1426, per aver ferito a morte un suo nemico personale, tale Antonio Cocchi). Come condottiero di fanteria, invece, possedeva riconosciute qualità. Tanto da essere molto ricercato per i suoi servigi. Resi non solo a Firenze, ma anche ai Visconti, ai Malatesta, ai Montefeltro. Lui, in testa ai suoi fanti, aveva combattuto in Toscana, in Romagna, nelle Marche, in Umbria sempre con audacia e buoni risultati, come nella famosa battaglia di Anghiari. Si ricorda anche un suo duello, spada contro spada, con Francesco Sforza, non ancora duca di Milano, dal quale Baldaccio, di notevole complessione fisica, era uscito vincitore.

Baldo Bruni era nato a Ranco di Anghiari, Alta Val Tiberina, poco prima del 1400, figlio di Piero e di Assunta. Il suo casato vantava origini antiche sia pure nel quadro della nobiltà di campagna. Presto era entrato in possesso del Castello di Sorci, che era appartenuto alla nota famiglia ghibellina dei Tarlati di Arezzo. Focoso di carattere, brutale nei modi, feroce come tutti i soldatacci della sua epoca, era riuscito sui campi di battaglia, prima a Arezzo e poi a Lucca, a guadagnarsi così tanta stima e onore da meritare la revisione e la cassazione formale delle condanne a morte che pendevano sulla sua testa. Correva il 1430 e sembrava che Baldaccio, con la piena maturità, avesse messo la testa a posto. Allori per lui in Romagna, a Bologna (dove aveva combattuto per i fiorentini e per il papa, Eugenio IV), a fianco di Niccolò Piccinino, contro lo Sforza. Firenze lo teneva in così alta considerazione, ormai, che lo aveva nominato, nel 1437, maestro di campo dell’esercito e gli aveva concesso – il 19 giugno di quello stesso anno – la cittadinanza fiorentina ed una bella casa in San Felice.

Alla soglia dei quaranta anni aveva preso in moglie Annalena Malatesta di Rimini (definita dai contemporanei di “superba bellezza”), figlia di Galeotto III, alta aristocrazia dell’epoca, allevata, alla morte del padre, da Cosimo de’ Medici e da Contessina dei Bardi, che le avevano dato in dote un palazzo arricchito da dipinti di Filippo Lippi e del Beato Angelico. Testimone di nozze dello sposo Neri Capponi, uno dei personaggi di maggior peso politico, a quei tempi, in Firenze, in competizione proprio con la fazione capeggiata da Cosimo.

Alleato dei Visconti, l’anghiarese aveva militato a fianco di Guidantonio da Montefeltro, contro la “Serenissima”. E l’anno dopo, insieme a Niccolò Piccinino, aveva assaltato Assisi. Quindi di nuovo in Toscana, dove aveva occupato Suvereto ed aveva accerchiato Piombino, prendendola e mettendola a sacco. Il signore dei territorio, Jacopo II Appiani si era rivolto a Siena, Firenze, agli Orsini di Tagliacozzo per far intervenire il Papa. Firenze, sia pure in segreto, appoggiava invece Baldaccio. Per sgomberare il campo il capitano di ventura aveva incassato ben 8.500 fiorini, versatigli dall’Appiani, alla fine costretto alla capitolazione da Firenze. Antonio Petrucci, in questo periodo, comunicava al governo di Siena: “Baldaccio é uomo delli Fiorentini ed é delli famosi connestabili che siano in Italia”.

Nella primavera del 1441 eccolo di nuovo in armi, sotto le insegne pontificie e contro il Piccinino. La sua stella, tuttavia, si stava – senza che lui se ne rendesse conto – spegnendo. Cosimo aveva cominciato a sospettare di lui, tanto che i fiorentini avevano intimato a Baldaccio di non molestare Siena e Lucca, nel cui territorio le sue truppe erano penetrate. Temevano, i reggitori fiorentini, intese di Baldaccio a spese del Giglio. Il condottiero continuava a spostarsi per la Toscana ed i Dieci gli avevano ordinato, per iscritto, di non invadere la Garfagnana, territorio degli Este. Non solo. Quando accettò di passare al servizio di Guidandonio da Montefeltro, neanche questa mossa garbò a Firenze. Baldaccio cominciava a rivelarsi un fardello oneroso e la fanteria, come arma, stava perdendo peso nelle strategie di guerra. Troppo pericoloso e ambizioso, insomma, per Cosimo, che se ne era servito, ma che aveva finito per “scaricarlo”.

La goccia che fece traboccare il vaso fu lo scontro, figlio del carattere “fumino” del comandante, con Bartolomeo Orlandini, che, ad avviso dell’anghiarese, non avrebbe difeso col dovuto coraggio il castello di Marradi dalle truppe del Piccinino e che anzi era fuggito abbandonando il passo appenninico, strategicamente importante, al nemico. Baldaccio, con parole e lettere al governo fiorentino, aveva stigmatizzato questo comportamento, giudicandolo di “poco animo”, come dire di codardia. Orlandini se l’era legata al dito, ma aveva fatto, da callido politico, finta di nulla, dissimulando il suo rancore.

Il conto, lasciato in sospeso, glielo aveva presentato, però, quando – nominato gonfaloniere di giustizia dai fiorentini il 1 settembre -, si era venuto a trovare in una posizione di forza. Orlandini, profittando anche dell’assenza di Neri Capponi, amico sincero di Baldaccio, mandato a trattare la pace con Venezia, invitò a Palazzo Vecchio – era il 6 settembre 1441 – , il condottiero che con gli amici definiva sprezzantemente “il villano di Anghiari”. Lo accolse, con fare colloquiale, sulla porta e attraversò al suo fianco i corridoi, parlando della condotta di ingaggio, della quale l’anghiarese avrebbe voluto trattare con i magistrati. Ad un segno convenuto gli sgherri del gonfaloniere, nascosti in una stanza, si erano lanciati sul capitano di ventura, senza armi e colto di sorpresa, e lo avevano massacrato senza pietà. Per sommo sfregio il cadavere era stato lanciato giù dalle finestre del palazzo, trascinato, ormai senza vita e per puro dileggio (come avveniva, in verità, all’epoca in ogni città d’Italia nei confronti di un nemico particolarmente odiato) sulle pietre della piazza e, alla fine, decapitato, secondo la ricostruzione offerta dallo stesso Machiavelli.

Baldaccio lasciava la moglie, di soli 25 anni ed un figlioletto, Guido Antonio. Quest’ultimo si spense per cause naturali nel 1450 e Annalena, colpita da tragedie di tale portata, trasformò il suo palazzo in una sorta di monastero riducendosi allo stato di terziaria domenicana. In questa condizione sopravvisse al coniuge per 50 anni, spegnendosi nel 1491, sotto la Signoria di Lorenzo il Magnifico.

I resti di Baldaccio furono tumulati nel chiostro della basilica di Santo Spirito a Firenze. Raccontano che il suo fantasma si aggiri nel palazzo della Signoria e, ogni 50 anni, pure nel castello di Sorci, al confine tra la Toscana e l’Umbria.

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