Confermata condanna a tre anni per calunnia a Amanda Knox
Amanda Knox accusò Patrick Lumumba pur sapendo che era innocente. È quanto affermano i giudici della Prima sezione penale della Corte di Cassazione nelle motivazioni della sentenza con cui hanno confermato la condanna a tre anni di reclusione per calunnia nei confronti della cittadina statunitense, oggi trentottenne. La Corte ha rilevato come l’allora giovane studentessa americana fece deliberatamente il nome del suo ex datore di lavoro per allontanare da sé i sospetti nell’ambito delle indagini sull’omicidio di Meredith Kercher, avvenuto nel novembre del 2007 a Perugia.
Nella loro ricostruzione, i giudici della Suprema Corte sottolineano che Knox scrisse il nome di Lumumba in un memoriale redatto nei giorni successivi al delitto, mentre si trovava sotto interrogatorio. Lo fece, si legge nelle motivazioni, “per uscire dalla personale situazione scomoda di sospettata per essere stata in casa al momento dell’omicidio”. La Cassazione ha giudicato pienamente consapevole l’azione di Knox, respingendo ogni attenuante legata a uno stato di confusione mentale o a pressioni esterne.
L’accusa, totalmente infondata, portò all’arresto e alla detenzione di Patrick Lumumba, cittadino congolese e gestore del pub Le Chic, dove Amanda lavorava saltuariamente. Lumumba trascorse tredici giorni in carcere, finché un testimone – un professore rintracciato in Svizzera – non confermò il suo alibi, smentendo ogni collegamento con l’omicidio.
La decisione della Cassazione chiude definitivamente l’ultimo capitolo giudiziario connesso all’omicidio di Meredith Kercher, la studentessa inglese trovata senza vita nella casa di via della Pergola a Perugia, il 2 novembre 2007. Amanda Knox e Raffaele Sollecito, accusati inizialmente dell’omicidio, sono stati assolti in via definitiva nel 2015. Tuttavia, la vicenda legata alla falsa accusa nei confronti di Lumumba ha proseguito il suo iter giudiziario, sfociando nella sentenza confermata a gennaio dalla Suprema Corte.
Il danno arrecato a Lumumba, secondo quanto emerge dalle carte processuali, è stato profondo e irreversibile. L’uomo, oggi cinquantaseienne, ha raccontato più volte di non aver mai ricevuto scuse da parte di Amanda Knox. La calunnia non fu mai ritrattata dalla giovane americana di fronte agli inquirenti, e la sua liberazione fu resa possibile solo grazie all’intervento esterno del testimone che confermò la sua presenza altrove la notte del delitto.
Nonostante le gravi conseguenze subite, per Lumumba non ci sarà alcun risarcimento. Le sentenze favorevoli ottenute nei tribunali italiani non hanno trovato seguito concreto, dal momento che Amanda Knox è cittadina americana e non ha patrimonio in Italia. Un’azione civile negli Stati Uniti risulterebbe onerosa, con esiti incerti.
Amanda Knox aveva già scontato quasi interamente i tre anni di condanna per calunnia durante la sua detenzione preventiva prima dell’assoluzione per omicidio. La sua permanenza in carcere terminò nel 2011, quando fu assolta in appello, prima che la vicenda giudiziaria passasse attraverso ulteriori gradi di giudizio fino alla sentenza definitiva.
La Suprema Corte ha ora messo un punto fermo sull’aspetto rimasto aperto della lunga vicenda: la responsabilità di Knox per la falsa accusa a Lumumba. Una responsabilità aggravata dalla consapevolezza – ritenuta “piena” dai giudici – della totale innocenza dell’uomo.
Le motivazioni confermano una linea già espressa dalle precedenti sentenze della giustizia italiana, che avevano più volte rimarcato come le accuse fossero frutto di un atto deliberato e non dettate da errori o suggestioni. I giudici rilevano come la posizione di Amanda fosse “delicata”, poiché risultava presente nella casa al momento del delitto. Di fronte alla pressione dell’interrogatorio e alla minaccia dell’incriminazione, scelse di indirizzare le indagini su una persona estranea.
Patrick Lumumba vive oggi tra la Polonia e Perugia. Le sue dichiarazioni successive alla liberazione hanno sempre evidenziato il peso psicologico e materiale della vicenda, che ha colpito la sua vita privata e lavorativa.
Con la decisione della Cassazione, si chiude formalmente un processo durato oltre diciassette anni, avviato con il ritrovamento del corpo di Meredith Kercher. Un procedimento che ha attraversato condanne, assoluzioni, appelli e ricorsi fino all’ultima parola della Suprema Corte, che ha ribadito la responsabilità di Amanda Knox per aver accusato consapevolmente un innocente.

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