Se non moriamo di Coronavirus, moriamo di fame, governo vuoi aiutarci seriamente? 🔴

 
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Se non moriamo di Coronavirus, moriamo di fame, governo vuoi aiutarci seriamente?

“Ho una rabbia incredibile, non è possibile. Noi abbiamo chiuso l’11 marzo, siamo al 9 di aprile e ancora non si sa niente delle 600 euro. I buoni pasto del comune non arrivano. Fanno questo decreto del xxxxx. Noi siamo un’azienda di avviamento, nel 2019 abbiamo fatturato poco. E’ una vergogna! Se non si muore di coronavirus, si muore di fame, scusate lo sfogo”.

E’ lo sfogo, comprensibile, di una P.iva della città di Perugia. Una donna di 50 anni con le lacrime agli occhi racconta la situazione che sta vivendo lei, insieme alla famiglia composta da tre persone, di cui una figlia minore.

Proprietaria di un bar a Perugia spiega: “Abbiamo aperto il bar a giugno, grazie a un’eredità ricevuta. Invece di spendere in maniera diversa abbiamo cercato di investire per creare qualcosa per noi e per i figli. Il locale è in pieno avviamento e si trova nei pressi di una scuola di Perugia”.

Un piccola attività come tante altre presenti in città. Piccoli imprenditori che vanno avanti facendo sforzi giornalieri, ma quando dal governo impongono la chiusura la situazione precipita. Non si può più lavorare a causa del coronavirus, almeno i bar ed altre attività non essenziali che non possono fare la consegna a domicilio.

La piccola imprenditrice spiega: “Abbiamo aperto a giugno 2019 che è andato così così, luglio e agosto critico, settembre è ripresa la scuola e siamo ripartiti, ottobre è andata abbastanza bene, novembre molto meno, dicembre abbastanza bene e da fine gennaio la cosa è andata calando a causa del coronavirus. Noi siamo stati i primi a vedere meno gente, meno aperitivi e meno colazioni. Abbiamo chiuso l’11 marzo, un giorno prima del decreto anche per una questione di coscienza. Già da metà febbraio l’incasso era diminuito. Abbiamo svuotato i frigoriferi del bar perché la roba andava a male, era un peccato buttarla via. Poi abbiamo utilizzato il fondo cassa. Dal 20 di marzo andiamo avanti con l’aiuto dei miei genitori, la solidarietà di amici e parenti e li ringrazio. Ma tutto questo non è giusto, io ho 50 anni abbondanti e non è dignitoso questo modo di vivere”.



 

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