Catiuscia Marini, la ex presidente, bacchetta duramente il PD

 
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Catiuscia Marini, la ex presidente, bacchetta duramente il PD

Catiuscia Marini, la ex presidente, bacchetta duramente il PD

«Non ci sono cattivi reggimenti, ma solo colonnelli incapaci. Napoleone Bonaparte». E’ quanto scrive su Facebook la ex presidente della regione Umbria, Catiuscia Marini, riferendosi a qualcosa che l’ha scossa parecchio e che l’ha costretta dopo 9 anni sindaco e 9 anni di Presidente della Regione a mettersi da parte. Con chi c’è l’ha Marini è spiegato chiaramente nella prima pagina de Il Riformista di oggi. «Che delusione Zingaretti: il Pd è giustizialista» e «Né riformista né garantista: il pd di Zingaretti mi ha scaricato».
La ex presidente intervistata da Aldo Torchiaro ha detto di tutto e di più sul PD quando fu raggiunta da un avviso di garanzia relativo all’indagine Concorsopoli che ha visto indagati 45 tra dirigenti, funzionari pubblici e rappresentanti istituzionali della Regione, con l’accusa di aver pilotato assunzioni nella sanità pubblica. Lo fa a pochi giorni dal verdetto che ha assolto tutti gli indagati di Terni. L’inchiesta, aperta nel novembre 2016, aveva mandato a casa il sindaco, il Dem Leopoldo Di Girolamo, ed acceso la miccia che porterà poi a far saltare la Regione Umbria.
«E’ stata abbandonata – è scritto ne Il Riformista – e non solo come dirigente di partito, ma come membro di una comunità intorno alla
quale – in un attimo – si è fatto il vuoto».
«Ed è l’avvelenamento della democrazia», dice Marini. La sua esperienza amministrativa è stata interrotta dal combinato disposto tra Pm e Pd, partito che sulla vicenda umbra ha non solo perso la maggioranza in Regione, ma rinnegato la sua natura.
«Ha rinnegato la sua missione di forza democratica, riformista e garantista», incalza l’ex governatrice della Regione. «E sono tre caratteristiche che devono strettamente rimanere connesse tra loro».
«Ma il Pd – dice Marini – non ha mai fatto i conti con la necessità di dare forza a chi amministra: alla prima occasione utile, via le tutele. Al primo avviso di garanzia, non ti conoscono più».
Ma in quella cultura lei è nata e cresciuta, lei ha sperato che recuperassero una cultura garantista? «Ho sperato che nella notte difficile dei populismi, nell’arena in cui la spinta giudiziaria e populista si è fatta più forte, il Pd recuperasse la sua caratterizzazione riformista, dunque democratica e garantista. Una forza capace di esercitare una forza di alternativa netta ai populisti. Il garantismo nella giustizia è un pilastro. Invece di recuperare questo spazio, il più delle volte si è sentito prigioniero del populismo fi no al punto di subirlo».
E lo ha subìto. «Nelle vicende umbre questo è molto evidente, anche nel rapporto con i Cinque Stelle. A Terni è andato Salvini, che ha marciato alla testa di un corteo giustizialista, con lo striscione “Di Girolamo vai a casa”, ma mentre lui faceva quello i Cinque Stelle andavano davanti al Municipio con le candele a celebrare “la morte del Comune”. Entrambi, come nella vicenda della Regione, hanno colpito uniti per infangare i rappresentanti Democratici, che oggi la giustizia riconosce del tutto innocenti. Ma mentre gli avversari ci infangavano, i nostri
dov’erano? Dalla loro. E se la bandiera del garantismo non ce l’ha il Pd, chi deve averla, in questa fase storica? In questa vicenda, anche difficile sul piano personale, ho trovato le ragioni per fare una battaglia culturale e politica su questi temi. Al servizio di una comunità politica. Solo alcuni di noi che l’hanno vissuta cruentemente sulla propria pelle, possono vedere tutte le storture che ci sono, non solo dal punto di vista dell’ordinamento della giustizia. Per riformare la giustizia bisogna ripartire dal Parlamento. La sinistra è stata anche garantista. Lo è stata nel dopoguerra, perché non si fidava dei magistrati usciti dal fascismo. Lo è stata negli anni Settanta e negli anni Ottanta perché in certi eccessi, nelle vicende dei Movimenti giovanili aveva recuperato una visione garantista. Da Tangentopoli in poi torna la cultura giustizialista».
E rispondendo alla domanda su Zingaretti dice: «Certamente sono rimasta delusa da un segretario nazionale che era peraltro anche un collega presidente di Regione, che avrebbe dovuto essere il primo a mettere un freno, facendo rispettare norme garantiste. E vedo trasformato il Pd in un partito non riformista».
E su Verini dice «Ha molte responsabilità sulla gestione politica della vicenda umbra. Ha fatto il commissario e per anni si è tenuto distante dagli indagati. Poi ieri, una volta assolti, eccolo tornare in scena con una dichiarazione da “garantista del giorno dopo”. Eh no Verini, il giorno dopo l’assoluzione, è tardi. Bisogna affermare principi e garanzie prima dei tribunali, non sempre e solo andarci a ricasco».
Crede ancora nel Pd come casa dei riformisti? «Credo che il Pd non basti più così com’è, che vada rifondato, allargato, anche attraverso l’ingresso di soggetti autenticamente riformisti».
E infine due paroline al M5S e alla Lega: «Due partiti che cavalcano l’onestà a senso unico. Perché difendono i loro indagati a spada tratta, mentre si affrettano a indignarsi per le indagini che coinvolgono gli avversari. Ha contato quanti avvisi di garanzia hanno gli amministratori grillini, e quanti i leghisti? Loro sono giustizialisti solo verso gli altri. All’interno sono ipergarantisti. L’unico partito che appena sei attinto dalle
indagini, ti condanna preventivamente, è il Pd. Così facendo si continua a offrire il fianco: si abbandonano i propri eletti e si butta tutto all’aria. Si è persa così Roma e l’Umbria. E non so se si è imparato da questi errori».

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