✍ I racconti – Il conte di Cavour, l’uomo che fece l’Italia una vita da impenitente “Latin lover”

 
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Il conte di Cavour, l’uomo che fece l’Italia una vita da impenitente “Latin lover”

Il conte di Cavour, l’uomo che fece l’Italia una vita da impenitente “Latin lover”

di Elio Clero Bertoldi
PERUGIA – Tutt’altro che un Adone: sì, certo, aveva gli occhi chiari ed i capelli biondi, ma era basso, rotondetto, anzi grassottello, miope. Eppure instancabile “tombeur de femmes”. Guai fidarsi delle apparenze. Camillo Paolo Filippo Giulio Benso conte di Cavour, conte di Cellarengo e Isolabella (1810-1861), nato a Torino, all’epoca territorio imperiale di Napoleone Buonaparte, ebbe una vita sentimentale particolarmente intensa, vivace, anzi travolgente.

E non solo negli ultimi anni (da ministro, da capo del governo e da primo artefice, con tutto il rispetto per Giuseppe Mazzini e per Giuseppe Garibaldi, dell’Italia), quando poteva sfruttare a suo favore il ruolo, la ricchezza personale, il potere acquisito, ma persino da tenente sbarbatello del Genio, appena ventenne e pure, diciamolo, un po’ imbranato. Le donne figuravano al primo posto dei suoi pallini fissi: chissà cosa avrà pensato di lui San Francesco di Sales, da cui la nonna paterna di Camillo, Filippina di Sales, discendeva…

Dalle carte, l’inarrestabile vicenda di “latin lover” di Cavour prende l’avvio nel 1830, a Genova. Del tenente piemontese si innamorò perdutamente una signora, di appena tre anni più grande, la baronessa e poi marchesa Anna “Nina“ Giustiniani in Schiaffino. Bella, colta, volitiva, conoscitrice di diverse lingue (francese, inglese, tedesco) e incurante dell’etichetta di corte, contestata, anzi, platealmente in più occasioni. Undici anni durò la relazione.

Tra alti e bassi per lui (che, donnaiolo quale era, non si negava certo altre avventure), ma non per lei che lo adorava, sebbene fosse al centro delle attenzioni di numerosi pretendenti, persino di alto livello, alle sue grazie. E che sfidava il marito, la famiglia acquisita e quella originaria, l’opinione pubblica, gli stessi Savoia (ardente patriota e repubblicana come si professava) pur di frequentare e coltivare il suo “amore assoluto”.

Nina – lo testimoniano infuocate lettere – era perdutamente invaghita del suo uomo (che, forse per placare lo scandalo sotto la Lanterna, ma anche perché aveva mostrato simpatie per la rivoluzione genovese del luglio 1830, prima era finito internato nel castello valdostano di Bard e che poi era stato definitivamente allontanato dall’esercito, a motivo della miopia, si disse) al quale profetizzava – lei sola, in verità – un futuro da grande. Questa bruciante passione (i congiunti e gli amici della marchesa etichettavano Anna come “pazza” per questa sua sbandata) si spense la notte tra il 23 ed il 24 aprile 1941 – particolare non ininfluente: anniversario del primo incontro con Camillo – quando Nina spalancò una finestra del palazzo Lercaro-Parodi dove abitava e si lanciò nel vuoto.

Dal canto suo Cavour già aveva stretto una relazione con Clementina Guasco di Castelleto, anche lei sposata (la preda migliore per uno scapolo impenitente) e, subito dopo, con Emilia Galelli Pollone, il cui marito, particolarmente geloso, costringeva gli spasimanti alla massima segretezza e ad incontri preparati con cura e per tempo.

In questo periodo Camillo, i cui bollori rivoluzionari giovanili avevano lasciato il posto ad un liberalismo moderato e ad una attenzione sociale per le classi più disagiate, gestiva le proprietà terriere di famiglia, ma si dedicava pure a frequenti viaggi culturali e scientifici in Svizzera, Francia, Inghilterra, senza negarsi comunque flirt, alcol e gioco (in particolare quello d’azzardo di cui quest’uomo – conosciuto come austero, rigoroso, diplomatico – risultava un vero cultore). É proprio vero: nessuno é perfetto.

A Parigi il conte ebbe una storia con l’ammaliante poetessa e scrittrice Melanie Waldor, già legata al romanziere Alexandre Dumas e, subito dopo, con Hortense De Meritens, sfruttata non solo come fonte di piacere, ma persino come informatrice. La donna, infatti, coltivava amicizie con il bel mondo finanziario e politico e forniva all’amante piemontese notizie precise, affidabili e di prima mano, per gli investimenti borsistici.

Sesso e soldi, dunque, tra i trenta ed i quaranta anni, per il focoso Camillo, che comunque trovava il tempo per visitare scuole, fabbriche, ospedali, istituti agrari ed, in aggiunta, case di gioco (una notte lasciò sui tavoli una cifra enorme per l’epoca: ventimila lire!).
Tuttavia come una laboriosa ape, Cavour continuava a volare di fiore in fiore. E riuscì a suggere pure il dolce miele della marchesa Costanza Vittoria Scati di Casaleggio.

Nella sua tela di conquistatore seriale cadevano signore di alto rango, ma pure donne di malaffare, come una avvenente prostituta conosciuta in un bordello parigino. Tornato in Piemonte gli vennero affidati diversi incarichi, ma ebbe anche modo di fondare un circolo di gioco e di conversazione, la “Società del Whist”, sullo stile di quelli che aveva visto e frequentato assiduamente a Parigi (dove si vedeva con costanza alla Sorbona) e a Londra. Diresse persino un giornale, “il Risorgimento”.

Ormai questo gentiluomo di campagna, stava mietendo allori su allori ad ogni livello. Si permise persino, con un editoriale rimasto negli annali, di incitare il re Carlo Alberto – era il 1848 – a prestare soccorso militare a Milano. Poi iniziò la scalata politica.

Quando venne nominato ministro del Regno, nel 1850, il conte mise la testa a posto? Niente affatto. Cercò soltanto di comportarsi in maniera più riservata e prudente, anche perché la carriera si faceva sempre più importante e lo poneva sempre di più al centro dell’attenzione, non solo italiana, ma internazionale: capo del governo nel 1852 e regista dell’Unità d’Italia nel 1961.
Frequentò, per una decina di anni, Berta Sevierzy, magiara, ballerina del Teatro Regio, conosciuta come Bianca Ronzani, dal nome del marito Domenico, organizzatore di spettacoli.

Il conte acquistò, per la nuova fiamma dai capelli nerissimi e dagli occhi di fuoco, una villa in collina, alle porte di Torino. Bianca, tuttavia, amava la vita di città, i salotti, i balli, le feste e utilizzò pochissimo il “buen retiro” ottenuto in regalo dall’amato. All’improvvisa morte del conte (ad appena 51 anni), Bianca cadde tra le braccia di uno spasimante romeno e dopo aver ceduto in vendita la villa, si spostò a Parigi, dove scialacquò completamente le sostanze accumulate, tanto da morire in povertà (nel 1881).

Il conte aveva l’abitudine, fin dai tempi della relazione con Nina, di scambiare missive amorose spinte, se non decisamente osé, con le sue conquiste. Ed a distanza di anni dalla morte del conte, un antiquario mise in vendita ben 56 lettere, vergate e firmate dal nostro. Per evitare scandali, che non avrebbero certo giovato, nel panorama della diplomazia internazionale, alla vita e all’immagine dell’ancora fresco Regno d’Italia, il re Umberto I incaricò Costantino Nigra di acquistarle. Costarono molto care alle casse dello Stato e furono bruciate immediatamente.

Quando Cavour spirò, alle 6.45 del 6 giugno 1861, al suo capezzale figurava il frate francescano Giacomo da Poirino, al secolo Giacomo Marrocco, che confessò, assolse e somministrò al conte l’estrema unzione.

Assoluzione per la quale il povero ed ingenuo religioso, che non aveva imposto al Cavour in punto di morte di ritrattare, come preteso dai papalini più acerrimi e reazionari, i suoi provvedimenti anti pontifici, venne in seguito severamente punito dal papa Pio IX, il quale, a sua volta, aveva scomunicato, sei anni prima, il grande artefice dell’unità di Italia. “Muoio da buon cristiano – mormorò il conte sul letto di morte – Non ho mai fatto male a nessuno”.

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