Carcere Perugia: avvocato Cannevale denuncia ascolti illeciti

Carcere Perugia: avvocato Cannevale denuncia ascolti illeciti

Violati diritti difesa a Capanne con spionaggio

Il sistema di sorveglianza totale

Un caso gravissimo scuote le fondamenta dello stato di diritto nel capoluogo umbro. L’avvocato Alessandro Cannevale ha sollevato un velo di omertà su pratiche investigative ritenute illegittime all’interno della casa circondariale di Capanne. La denuncia riguarda l’ascolto sistematico e la registrazione dei colloqui tra detenuti e i loro legali difensori. Tali operazioni sarebbero avvenute senza le necessarie autorizzazioni giudiziarie specifiche per ogni singolo incontro. La situazione descritta richiama alla mente il modello del Panopticon teorizzato da Jeremy Bentham. Si tratta – scrive il quotidiano La Verità,  di una struttura carceraria ideale dove la sorveglianza è costante ma invisibile. Questo meccanismo induce nei soggetti osservati una forma di autodisciplina forzata. La scoperta avviene durante un procedimento penale che vede coinvolta l’avvocata Daniela Paccoi. La legale è indagata per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti. Cannevale assiste la collega insieme alle colleghe Silvia Egidi e Silvia Lorusso. Analizzando gli atti processuali il legale ha riscontrato anomalie procedurali inquietanti. Le registrazioni non si limitavano ai colloqui della Paccoi. Ma includevano conversazioni di altri detenuti con i propri avvocati. Questi ultimi erano estranei alle indagini in corso.

Violazione del segreto professionale

Il codice di procedura penale tutela rigorosamente la riservatezza delle comunicazioni tra difensore e assistito. Le intercettazioni sono ammesse solo se le conversazioni costituiscono esse stesse reato. In tal caso non devono riguardare la strategia difensiva. Nel caso di specie il pubblico ministero aveva ottenuto l’autorizzazione solo per i colloqui della Paccoi. Tuttavia le registrazioni hanno catturato voci di almeno ventotto incontri diversi. I protagonisti erano detenuti differenti dal cliente principale  e i loro rispettivi legali. Tra questi vi erano almeno sei diversi professionisti dell’ordine forense. I clienti ignari si confidavano liberamente con i propri avvocati. Affrontavano temi intimi e personali estranei ai capi d’accusa. Problemi familiari e condizioni di salute sono stati esposti a orecchie indiscrete. La polizia giudiziaria ha definito tali materiali non utili alle indagini. Eppure i file sono stati conservati e messi a disposizione della difesa. Cannevale sottolinea come questa prassi avvantaggi indebitamente l’accusa. Conoscere in anticipo le mosse della difesa altera l’equilibrio del processo. La direzione del carcere avrebbe dovuto impedire l’installazione fissa di microspie. Oppure avrebbe dovuto ordinare l’attivazione selettiva degli apparecchi di registrazione.

Le conseguenze giuridiche e morali

La normativa vigente dal 2024 impone l’interruzione immediata delle captazioni non autorizzate. Gli inquirenti dovrebbero ascoltare in diretta e fermarsi al primo segnale di illiceità. Ciò non è avvenuto nel carcere di Perugia. Le conversazioni sono state registrate integralmente e ascoltate a posteriori. Cannevale evidenzia una violazione palese della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. L’articolo 8 protegge la vita privata e la corrispondenza. La Corte di Strasburgo ha già condannato stati membri per simili violazioni. Il riferimento è alla sentenza sul caso Laurent contro la Francia. In Italia però il cosiddetto diritto vivente offre tutele minori. La Cassazione tende a non considerare la sala colloqui come luogo di privata dimora. Questa interpretazione limita la protezione offerta agli indagati. Cannevale non chiede sanzioni disciplinari per i magistrati coinvolti. Il suo obiettivo è affermare principi di civiltà giuridica calpestati. Molti degli avvocati e dei detenuti intercettati ignorano quanto accaduto. Non verranno informati perché la giurisprudenza attuale non lo prevede. Si profila quindi un possibile ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La vicenda mette in luce fragilità strutturali del sistema giustizia. La fiducia tra cittadino e difensore risulta compromessa da pratiche opache. È necessario ripristinare garanzie certe per tutti gli utenti della giustizia. La trasparenza delle indagini non può prevalere sui diritti fondamentali.

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