I racconti – Il tesoro di San Gennaro e don Peppe “il guappo” Navarra (E.C.Bertoldi)

I racconti - Il tesoro di San Gennaro e don Peppe "il guappo" Navarra (E.C.Bertoldi)

I racconti – Il tesoro di San Gennaro e don Peppe “il guappo” Navarra (E.C.Bertoldi)

elio bertoldi

da Elio Clero Bertoldi
Se chiedete quale sia il tesoro più prezioso al mondo alcuni vi risponderanno quello della regina Elisabetta II d’Inghilterra, altri quello degli zar di tutte le Russie. Risposte sbagliate: il record lo detiene Napoli col il Tesoro di San Gennaro esposto, dal 2003, nella cappella dedicata al santo vescovo di Benevento, decapitato a Pozzuoli (il 19 settembre 305) durante le persecuzioni di Diocleziano.
Nello spazio di 700 metri quadrati sono custoditi reliquiari, ostensori, calici, pissidi, collane di oro e pietre preziose, statue d’argento dorato, persino una mitra di 18 chilogrammi di peso, opera di una cinquantina di orafi che in un anno lavorarono il prezioso metallo sul quale incastonarono 198 diamanti (a rappresentare la conoscenza), 168 rubini (in ricordo del sangue versato dal santo) e 3.378 diamanti (a simboleggiare la fede). In tutto 150 opere preziose.

Re, regine, papi, principi ma anche artigiani e semplici popolani hanno arricchito, via via, dai tempi di Roberto d’Angiò (fratello minore di Ludovico di Tolosa, compatrono di Perugia, che rinunciò al trono per scelta di fede) e di Giovanna I con donazioni e regalie questo incredibile tesoro. Tra le curiosità esposte il reliquiario su cui brilla uno dei diamanti più grandi del mondo; le ampolle che conservano il sangue del patrono (raccolte – si racconta – da una pia donna sulla pietra del martirio); la statua di San Gennaro in argento dorato, opera degli orafi napoletani (istruiti dai maestri provenzali, fatti venire appositamente alle falde del Vesuvio), che crearono nel 1347 la prima corporazione al mondo degli orefici.

Una popolana donò dei semplici orecchini

Una popolana donò dei semplici orecchini, eredità della nonna. E la Deputazione, che gestisce il tesoro, ritenne questo dono, venuto da una povera donna, così significativo da farlo incastonare nella grande collana d’oro a fianco dell’anello con diamante, che Maria José, moglie di Umberto II, si tolse dal dito per riparare ad una gaffe (non era stata informata che i regnanti in visita erano usi lasciare sempre qualcosa in dono e riparò subito con un gesto spontaneo).

I racconti il tesoro di San Gennaro

Questa collana di San Gennaro, formata da tredici pesanti maglie d’oro, presenta uno sfolgorio di diamanti, smeraldi, rubini, zaffiri lasciati da re e regine quali Maria Amalia di Sassonia, Carlo III di Borbone, Maria Carolina d’Asburgo (sorella di Maria Antonietta, decapitata dai rivoluzionari francesi), Francesco I d’Austria, Maria Cristina di Savoia, Vittorio Emanuele II di Savoia. Tra i più importanti donatori anche la regina Margherita e Umberto I, il re Buono, che scamparono il 17 novembre 1878 all’attentato del cuoco Giovanni Passanante, aggressione avvenuta a poca distanza dal duomo di Napoli.

L’anarchico, armato di coltello, balzò sul predellino della carrozza reale e ferì leggermente il sovrano ed il primo ministro dell’epoca, Benedetto Cairoli (era stato con i Mille di Garibaldi), mentre la “first lady” rimase illesa. L’attentatore venne condannato a morte, pena poi commutata nei lavori forzati a vita. Margherita come ex voto, regalò una splendida croce d’oro con sette pietre preziose. Tra i donatori figura anche il laico Gioacchino Murat, cognato di Napoleone Buonaparte, che proprio su consiglio dell’imperatore, consegnò un ostensorio d’oro. E Pio IX, che ospitato a Napoli in fuga da Roma per i moti mazziniani, lasciò un calice di oro zecchino.

I racconti il tesoro di San Gennaro e don Peppe “il guappo” Navarra.

I napoletani sono legatissimi al loro santo. Basti considerare che avendo vissuto, tra il 1526 e il 1527, anni tribolatissimi per la guerra tra Francia e Spagna, la peste e l’eruzione del Vesuvio, stilarono subito dopo quei tragici mesi un vero e proprio contratto formale per il santo (morto tredici secoli prima e rappresentato nell’occasione da ben cinque notai napoletani) con cui si impegnavano a costruirgli una nuova e cappella in cambio della protezione della città dalle sciagure e dalle catastrofi.

Singolare anche la storia del ritorno a Napoli dell’intero tesoro che, all’inizio dell’ultima guerra, era stato trasferito per sicurezza, in Vaticano. Alla fine del conflitto lo Stato Pontificio, accampando la giustificazione del rischio di spostare un tesoro di così alto valore religioso e venale, avrebbe voluto tenerselo a Roma. Alla fine, però, l’arcivescovo Alessio Ascalesi vinse il braccio di ferro con la curia vaticana. E sapete a chi venne affidato il compito di riportare a casa il tesoro?

Ad un grande aristocratico quale il principe Stefano Colonna di Paliano, ma anche ad un “guappo” napoletano, conosciuto come “‘o re ‘e Puceriale” (il re di Poggioreale), contrabbandiere, al secolo Giuseppe “Peppe” Navarra.

I racconti il tesoro di San Gennaro e il suo ritorno a Napoli

L’operazione, iniziata in primavera, si concluse il 6 gennaio 1947, quando ormai tutti a Napoli ed in Italia temevano che il Navarra fosse scomparso col prezioso carico, che lui stesso, pezzo per pezzo, aveva sistemato sul camion. Invece il 5 gennaio, con un telegramma, don Peppe annunciò il suo rientro a Napoli con l’intero tesoro, accatastato sul cassone di un anonimo autocarro.

E spiegò il ritardo (dieci mesi) con il fatto di aver percorso, per prudenza, strade di campagna poco battute e seguendo un itinerario molto lungo. Don Peppe – che durante il conflitto, seduto su sedie dorate, insieme alla moglie ed alla figlia, riceveva i poveri e derelitti nella sua casa di Poggioreale e li aiutava economicamente, sorta di moderno Robin Hood – non volle ricompense.

Chiese solo di poter baciare l’anello del santo e di venir ricordato come colui che riportò a Napoli il tesoro di San Gennaro. Se oggi si può ammirare il tesoro lo si deve anche a questo “guappo“. Un altro dei miracoli di San Gennaro.

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