Società partecipate, in Umbria è caos, Corte dei Conti conferma quadro disastroso

 
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Società partecipate, in Umbria è caos, Corte dei Conti conferma quadro disastroso

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“Sconfortante, soprattutto se paragonato al resto d’Italia, il quadro della situazione in Umbria descritto dalla “Relazione sugli organismi partecipati dagli enti territoriali” pubblicato alcuni giorni fa dalla Corte dei Conti”. Così il consigliere regionale Maria Grazia Carbonari (M5S) che interviene sui contenuti del documento e spiega in primo luogo che “la Corte smentisce con i numeri la favola della ‘razionalizzazione’ annunciata a inizio legislatura dall’Esecutivo regionale e ancora al palo. L’Umbria, infatti – spiega -, conta 155 partecipate con le forme giuridiche più disparate.

Siamo tra le Regioni col maggior numero di partecipazioni indirette del Centro-Sud”. Aggiunge poi Carbonari che rispetto alle performance di questi enti “sebbene nel resto d’Italia si registri la netta prevalenza degli organismi in utile, in alcune Regioni, tra cui l’Umbria, le perdite d’esercizio risultano in larga misura superiori agli utili al netto delle imposte, sintomo – sottolinea – della presenza di criticità di sistema più marcate che altrove.

Oltre al forte divario tra le perdite e gli utili presente in Umbria: rispettivamente 4,2 milioni e 1,54 milioni di euro, il ‘quoziente di indebitamento’ è il terzo peggiore d’Italia, pari al 5,58, quasi quintuplo rispetto alla media nazionale che è di 1,1, a conferma della ‘ridotta capitalizzazione delle aziende’”. L’esponente pentastellata di Palazzo Cesaroni ricorda inoltre che nella relazione della Corte dei Conti si ribadiscono “numerose criticità da noi sollevate in questi anni: ‘mancata riconciliazione’ di debiti-crediti tra Regione e partecipate per quasi 12,5 milioni di euro e ‘Umbria TPL Mobilità Spa’ su cui ‘rimangono aspetti problematici e preoccupanti’”.

Ma è soprattutto ‘Sviluppumbria’ “assieme a poche partecipate di altre Regioni” a sollevare criticità secondo Carbonari. E a suo giudizio i motivi sono: “la ‘diffusa resistenza a chiarire in modo puntuale ed esaustivo i motivi che sorreggono le proprie scelte di mantenimento di talune partecipazioni che presentano profili problematici, ovvero a giustificare l’assenza di misure di razionalizzazione o di interventi diretti al contenimento dei costi di funzionamento degli organismi partecipati. Non si registrano inoltre – sottolinea – sostanziali progressi nel garantirne un maggior controllo o nel superare i dubbi circa la compatibilità dei caratteri dell’inhouse providing con attività di tipo prettamente finanziario.

Al contrario – conclude Carbonari -, è emersa la tendenza ad allargare l’ambito di intervento di tali società, le quali, oltre alle funzioni di consulenza e di promozione finanziaria, assumono sempre più le funzioni di ‘gestore’ del complesso dei fondi pubblici assegnati alla Regione, esprimendo e attuando scelte strategiche proprie con riferimento anche a fondi europei”.

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