Perugia, politica, Pettirossi su 25 Aprile

Simone PettirossiPERUGIA – Il 25 aprile è veramente una festa, perché segna la liberazione dal nazifascimo e l’inizio di un lungo periodo di pace e di democrazia in tutta Europa.

Oggi ci sembra normale viaggiare senza barriere tra gli stati europei, criticare chi ci governa, sbeffeggiare i potenti, esprimere la nostra opinione e il nostro dissenso tranquillamente in piazza, nei social network, ovunque…

Ma non è stato sempre possibile farlo.

La libertà e la democrazia che abbiamo oggi sono il frutto delle lotte e delle sofferenze di tanti altri: antifascisti esiliati, confinati, arrestati, uccisi; militari alleati feriti o morti in battaglia; partigiani di diverse estrazioni sociali e politiche (monarchici, liberali, militari, socialisti, contadini, democristiani, impiegati, comunisti, preti, operai, azionisti, anarchici, …).

Abbiamo il dovere morale, perciò, di ricordarli e di ringraziarli.

Quest’anno, per celebrare il 25 aprile, vogliamo raccontare una storia, quella di un giovane assisano…, purtroppo quasi dimenticato

In ricordo di Vittorio

Vittorio nasce a Borgo Aretino il 25 maggio 1913 in una famiglia di artigiani, i Rinaldi.
Sono fabbri fin dal ‘700. Sua madre invece fa la ricamatrice.
Nessuno in famiglia si è mai iscritto al Partito Fascista, ma Vittorio come tutti i giovani dell’epoca percorre tutto l’iter “formativo” imposto dal regime. Al termine del servizio militare, svolto nel 4° Reggimento Artiglieria Pesante a Piacenza, torna ad Assisi, a 22 anni.
Non partecipa alle adunate, non ritira la tessere del partito fascista, ma si dedica invece soprattutto al lavoro, battendo il ferro nella bottega paterna.
Proprio là, probabilmente, conosce il socialista Artaserse Angeli.
Proprio là entra in contatto con quelle idee “sovversive” che parlano di uguaglianza e diritto dei lavoratori.
Proprio là, insieme a due giovani amici assisani, Guerrino Balducci e Ettore Baldelli, a maggio del ’37, si mette in testa di fare un gesto “rivoluzionario”.

Si procurano un pezzo di stoffa, insieme lo dipingono di rosso, ci disegnano sopra, col cartone, un martello, che conoscono bene Vittorio e Ettore, il primo come fabbro e il secondo come manovale, poi ci aggiungono una falce, quella usata ogni giorno da Guerrino, che fa il bracciante agricolo.
Dopo qualche giorno, recuperata un’asta di ferro di circa tre metri, nella notte tra il 21 e il 22 maggio del 1937 decidono di passare all’azione.
Corrono giù per le scalette che congiungono Borgo Aretino a Via Moiano, si arrampicano sulle mura di cinta medioevali e issano la loro bandiera sulla torretta che guarda verso la pianura.
La notte nera di Assisi è colorata di rosso.
Le idee “sovversive” di Vittorio, Guerrino e Ettore sventolano sulla città.

Ma si tratta di un “sogno di primavera”, che dura un attimo e poi svanisce.
Al mattino il drappo è già divelto, strappato e imbrattato.
La realtà è ben più dura.
Vengono tutti arrestati e picchiati, probabilmente con i sacchetti di sabbia, usati all’epoca per non lasciare segni all’esterno e scocciare le costole all’interno.
Nella retata finiscono anche altri assisani considerati “sovversivi”, che non avevano però partecipato direttamente al gesto: Artaserse Angeli, Romeo Negrini, Giovanni Fongo, Francesco Ranucci.

I due amici di Vittorio confessano e, in un contesto che lascia più di qualche dubbio, muoiono entrambi. Secondo le fonti ufficiali, uno si suicida e l’altro finisce sotto un treno mentre tenta di scappare.
Vittorio viene condannato a 4 anni di confino, da scontare a Latronico, in provincia di Potenza.
Dopo un anno, però, viene “prosciolto condizionalmente” e torna ad Assisi.
Il motivo è che è gravemente malato, probabilmente a causa delle botte ricevute che gli hanno lesionato i polmoni.

Muore a 26 anni, il 6 dicembre del 1939.

Pochi giorni prima, compie un gesto altissimo e commovente.

Sapendo che i fratelli volevano vendicarsi, li riunisce intorno al suo letto e gli fa giurare che avrebbero perdonato coloro che gli avevano fatto del male.

Memoria e Perdono, per difendere sempre la democrazia e la libertà

L’invito al perdono fatto da Vittorio, in punto di morte va accolto fino in fondo.

Ricordare, infatti, non deve servire a riaprire ferite dolorose o antiche divisioni, ma ad evitare il tentativo, inaccettabile, di mettere tutti sullo stesso piano: oppressori e oppressi, invasori e invasi, fascisti e antifascisti.

La memoria non deve servire a cercare vendette ma a dire: mai più dittature e autoritarismi!!!!

Dobbiamo guardare avanti, al nostro futuro.

Con la consapevolezza, però, che la libertà e la democrazia che abbiamo oggi non sono beni che possiamo dare per scontati.

Il 25 aprile festeggiamo la nostra libertà e la nostra democrazia.

Difendiamola dall’amnesia e dal qualunquismo.

Simone Pettirossi

Capogruppo PD

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