Perugia, Della Vecchia/Prc: “E’ necessario che la sinistra si mobiliti per la pace in Siria”

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prc(umbriajournal.com) PERUGI A- Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama si prepara a lanciare una spedizione punitiva contro la Siria; si tratta ancora di un intervento non ben definito, ma che con tutta probabilità sarà una vera e propria azione di guerra. Appare scontato il via libera del Congresso – visto che sia il portavoce dei Democratici che quello dei Repubblicani si sono detti pronti a rispondere alla call for action del loro Presidente – non necessario per un capo dello stato che ha ampi poteri in materia di difesa e politica estera, ma più che mai utile nel momento in cui non vi è copertura da parte delle Nazioni Unite, ma neppure da parte di fidi organismi come la Nato o di coalizioni di volonterosi, da cui si è sottratta a sorpresa la pur sempre allineata Gran Bretagna. Anzi, Ban Ki-moon, con una inattesa dichiarazione, ha affermato solennemente che qualsiasi azione militare, senza una risoluzione delle Nazioni Unite, è da considerarsi illegale.

Ma gli Stati Uniti dalla fine del secolo scorso hanno progressivamente abituato l’opinione pubblica mondiale e le cancellerie internazionali a interventi militari sempre più indipendenti dalle discussioni e dalle decisioni all’interno delle Nazioni Unite, avendo mostrato a più riprese di poter prescindere dalla legalità e dal diritto internazionali: in Kosovo con una azione della Nato poi legalizzata ex post dall’Onu, per arrivare alla guerra preventiva scatenata con l’appoggio di coalizioni a geometria variabile con il presidente Bush.
L’amministrazione Obama si prepara alla guerra, dunque, con il solo appoggio del Congresso statunitense e dello scatenato presidente francese Hollande, che quanto a propensioni belliche non fa rimpiangere il guerrafondaio Sarkozy (e pensare che fino a poco fa veniva indicato come modello per rilanciare il socialismo europeo da certa “sinistra” nostrana, Bersani e Vendola in primis).

Non male per un premio Nobel per la pace. Anche perché nella migliore tradizione degli ultimi anni, pare proprio che queste prove schiaccianti dell’uso delle armi chimiche a Damasco non siano così evidenti o inoppugnabili. Ma tant’è, a nulla è servito sapere ex post che le prove portate da Gran Bretagna e Usa del possesso di armi di distruzione di massa da parte dell’Iraq fossero fasulle; nessuno li ha condannati per violazione della legalità internazionale. E d’altronde sono noti tantissimi altri falsi episodi messi in campo dall’apparato informativo e dall’establishment statunitense per creare consenso verso i vari interventi armati: la confezionata ad arte liberazione del soldato Jessica Lynch nella seconda guerra del Golfo, le finte testimonianze di stragi di neonati negli ospedali di Kuwait City durante la prima guerra del Golfo, la foto del cormorano imbrattato di petrolio che testimoniava la crudeltà di Saddam e la sua totale assenza di sensibilità ecologica, foto relativa però al disastro ambientale causato da una petroliera affondata altrove.

Quindi l’apparato ideologico occidentale si è messo in moto e dopo oltre due anni di guerra civile si è accorto del dramma che si vive in Siria; nel frattempo molti governi occidentali hanno armato ben bene entrambi le parti in lotta, perché comunque business is business. E allora in questi giorni ci stracciamo le vesti per i profughi, che per carità vivono una tragedia, ma sono un elemento comune a tutte le “nuove guerre”, quelle del XXI secolo, non solo del conflitto siriano. Le nuove guerre, infatti, sono conflitti asimmetrici, guerre civili dove le parti in campo non sono più eserciti regolari, ma una pluralità di attori, tra cui mercenari, gruppi terroristici, signori della guerra, gruppi paramilitari e truppe irregolari. Chi fa le spese di questi conflitti interni agli stati sono i civili, bersagli di entrambi i contendenti, vittime designate di scontri che avvengono nelle aree urbane e non più sui campi di battaglia, e che sono costretti quindi ad abbandonare in massa le loro abitazioni per sfuggire alla morte. E questo succede in tutti i conflitti dimenticati che sono in atto nel nostro pianeta, dove abbondano i morti civili, i rifugiati le violazioni dei diritti umani (il Rwanda ricorda forse qualcosa?). Ma è proprio la selettività degli interventi che rende poco credibile la buona fede dei vari Obama, Hollande o Cameron, che rende pelosa la martellante propaganda dell’apparato informativo ideologico occidentale (parole sante quelle di Assange che lamenta la scomparsa dei reporter e inviati indipendenti nelle zone di guerra, ormai tutti felicemente embedded, cioè un tutt’uno con le forze di intervento armato): non si interviene negli affari interni di uno stato ogni volta che vengono violati i diritti umani, che migliaia di profughi lasciano le loro case in un terribile esodo, che vengono calpestati i diritti politici.

Ma si interviene solo quando sono in gioco interessi dell’Occidente o convenienze dei singoli stati. Questi sono i limiti veri dell’interventismo umanitario, che anche oggi rivela tutta la propria ipocrisia. Basta guardare quello che accade in Egitto: un colpo di stato ha rovesciato un presidente eletto democraticamente, nelle piazze si sono ammazzati numerosi manifestanti, un movimento politico che ha legittimamente e legalmente partecipato alla competizione elettorale sta per essere messo fuori legge, dopo che molti suoi leader sono stati arrestati e incriminati, cosa che spingerà alla lotta armata i suoi affiliati con la conseguenza di una probabile deriva verso la guerra civile. Ma ciò non costituisce un problema, né politico, né di rispetto dei diritti umani e politici. Inoltre, sempre in tema di diritti umani e uso di armi non convenzionali, chi mai sanzionerà la più grande potenza militare al mondo e paladina dell’interventismo umanitario per le violazioni compiute nei campi di prigionia di Guantanamo e Abu Grahib – violazioni provate della Convenzione di Ginevra e dei divieti di ricorso alla tortura – o per l’uso di proiettili all’uranio impoverito in Iraq e nel Kosovo? Ovviamente, nessuno, né alcuna corte di giustizia, né alcuna coalizione di volenterosi.

L’intervento dell’amministrazione Usa, allora, è forse un messaggio all’Iran e l’ennesima azione di appoggio a Israele, o un tentativo di cambiare gli equilibri interni alla Lega e al mondo arabo, già sconvolti dalle primavere arabe, che con i loro esiti, lungi dall’essere quella grande opportunità di libertà e democratizzazione del mondo – rileggere oggi Il contagio di Loretta Napoleoni fa proprio sorridere con la sua proposta di alleanza tra le masse giovanili arabe di twitter e gli indignados alla conquista della democrazia deliberativa – potrebbero finire per allontanare dalla democrazia il mondo arabo più ancora della minaccia terroristica, visto gli aspetti tribalistici e fratricidi dei conflitti in Libia, Tunisia, Egitto, ecc.
Quello che è certo è che rischia di scatenare un conflitto più ampio, allargando quantomeno il teatro a Libano, Iran e Israele. Senza dimenticare che in quel teatro c’è una Turchia tutt’altro che pacificata, che con Erdogan pure ha cercato e cerca di fare sponda a tutti i ribelli delle “primavere” arabe, con una politica estera neo ottomana; e c’è anche l’unica base militare russa nel Mediterraneo.

Come si vede, il quadro è molto complicato, talmente complesso che dovrebbe dettare prudenza, sconsigliare avventure belliche al di fuori della legalità internazionale e far propendere per una iniziativa diplomatica, la cui assenza ha brillato per tutti gli oltre due anni di guerra civile in Siria.
E la situazione dovrebbe anche chiamare in campo un forte movimento per la pace, capace di fare pressione sui governi, sull’Unione europea – sempre imbarazzantemente muta durante le crisi internazionali – perché la diplomazia prevalga sui venti di guerra, perché la comunità internazionale si riappropri della capacità di dirimere le controversie attraverso gli strumenti e le istituzioni del diritto internazionale, costruiti nei 50 anni del dopo seconda guerra mondiale e troppo frettolosamente mandati in soffitta dopo il 1989. Ma sarà forse un caso che, in Italia, scomparsa la sinistra politica organizzata, il movimento per la pace, ancora fortissimo nel biennio 2001-2002, non faccia sentire che una flebile voce – quella del Papa? Nonostante siano largamente diffuse le idee di chi crede che la sinistra radicale sia stata giustamente sepolta perché frutto del peccato novecentesco e che invece movimenti e società civile siano vitali e robusti nel nostro paese, è palese che contro l’intervento in Siria non si solleverà nessuno, tantomeno chi ai movimenti vorrebbe offrire rappresentanza, troppo occupato a zittire le voci dei senatori dissidenti, l’uno, troppo presi dai negoziati per assicurarsi un posto al sole in un progetto di bene comune con Renzi, gli altri (ma non si doveva votare Bersani alle primarie perché se avesse vinto Renzi sarebbe stata la catastrofe, e addio Italia migliore e di sinistra?). L’unica nota positiva è che il governo delle larghe intese è troppo occupato in una guerra interna per pensare, per il momento, ad appoggiare l’alleato statunitense. Poi non si sa mai, in Libano ci siamo già da tanto tempo, e il contingente Unifil è a due passi da Damasco. Lo abbiamo già detto e lo ribadiamo: dall’Umbria, la terra di Capitini e Francesco, può e deve partire la mobilitazione contro la guerra in Siria e per la pace senza se e senza ma. Mentre valutiamo positivamente la posizione assunta dalla Sinistra Europea a livello continentale, riteniamo davvero grave ed inaccettabile l’immobilismo della sinistra in Italia che nemmeno sulla pace riesce a ricostruire le sue ragioni.

Luciano Della Vecchia
Segretario Regionale Prc Umbria

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